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Stella : Cota Bossi mi telefonava tutte le notti la mattina non sapevo se aveva chiamato o me lo ero sognato

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CON IL COTA FRA LE GAMBE – IL CONFLITTO D’IDENTITÀ DI ROBERTO COTA: ULTRÀ BOSSIANO DA UN LATO, GOVERNATORE DELL’ITALIANISSIMO PIEMONTE, DALL’ALTRO – “LÙMBARD” NELL’ANIMA: VIVE A MILANO, NON CONOSCE IL DIALETTO PIEMONTESE E SBAGLIA I CONFINI DELLA REGIONE COME UN BIMBO DELLE ELEMENTARI – NON RIESCE A EMANCIPARSI DAL CAPO: “BOSSI MI TELEFONAVA TUTTE LE NOTTI. LA MATTINA MI CHIEDEVO, MI AVRÀ CHIAMATO O L’HO SOGNATO?”…

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera”

Raccontano le cronache del crepuscolo degli Dei rossi che il 25 maggio 1986, in Cecoslovacchia, il Partito Comunista prese il 99,74% dei voti. Roberto Cota, dunque, poteva far di meglio. Ma è stato comunque rieletto segretario della Lega piemontese col 93%. Addio, ammiccano i nemici: adesso farà ancora più confusione col ruolo
di governatore. È un pezzo che il presidente della Regione Piemonte si tira addosso l’accusa di mischiare i due ruoli.

Vista una foto in cui era particolarmente gentile con Bossi, cui reggeva il posacenere, Massimo Gramellini, su La Stampa e cioè sul giornale dei piemontesi, lo fulminò: «Quando era soltanto un leghista, Roberto Cota poteva reggere il posacenere di Bossi o sostituirsi a esso con mani d’amianto. Poteva persino sventagliare la nuca del suo signore come uno schiavo nubiano.

Ma da alcuni mesi Cota è alla testa di una Regione italiana di una qualche importanza: il Piemonte. Questo significa che, qualsiasi cosa faccia, non è più il leghista che la fa, ma il governatore del Piemonte». Si desse quindi una regolata: «Per quanto possa sembrargli strano, Cota incarna un’istituzione. Quindi via le camicie, le cravatte, i fazzolettini verdi. E i posacenere, per favore, sul tavolino».

Il guaio è che l’avvocato novarese, proprio per il doppio ruolo che ricopre da quando il Senatùr decise di decapitare Domenico Comino, reo d’avere proposto l’alleanza con Berlusconi prima che lo dicesse lui, il Capo, fatica spesso a distinguere. Tutta la sua vita politica, ha spiegato in varie interviste, è legata alla Lega e solo alla Lega.
Certo, nella corsa al governatorato ebbe l’investitura anche di Silvio Berlusconi: «Ecco un ragazzo pacato e moderato che io amo in maniera straordinaria».
Ma il suo padre-padrino è l’Umberto: «Mi telefonava tutte le notti. La mattina mi chiedevo: mi avrà chiamato o l’ho sognato? Lui mi dava gli ordini e io puntualmente sbagliavo qualcosa. Poi non mi sono fatto più prendere alla sprovvista: block notes sul comodino e non ho più fatto errori».

Vicinissimo al «Cerchio magico» anche se in buoni rapporti con Roberto Maroni, il governatore piemontese non perde occasione per cantare le lodi del Capo. Un giorno lo dipinge come il più grande stratega planetario: «Tutto ciò che Bossi ha detto e gli scenari che ha tracciato si sono rivelati lucidi e precisi».

Un altro rinuncia a parlare ai comizi, come fece ad Asti, perché «ha già detto tutto lui». Un altro ancora difende Renzo «il Trota» definendolo «un talento politico». Fino a spingersi, nella dedizione, a sostenere in un’intervista a Barbara Romano di Libero la fede mariana del Senatùr: «Nel cortile di casa sua c’è una Madonnina di legno. Tutte le volte che esce, l’accarezza».

Figlio di un avvocato pugliese salito a Novara da San Severo («Che rapporto ha con il terrone che c’è in lei?» «Buono. Non soffro di crisi d’identità»), sposato con l’ex assistente del professore con cui diede la tesi poi diventata una magistrata del tribunale di Milano («È l’unico difetto che ha», scherza il Cavaliere), spiegò a Sette di sentirsi «piemontardo»: «Novara è piemontarda. È lumbarda e piemontesa». Vittorio Zincone, che lo intervistava, gli chiese: «Che cosa vuol dire beica?» «In piemontese?». «Certo».

«Non conosco tutte le parole». «Vuol dire “guarda”. Dalle parti di Asti». «In Piemonte c’è una koinè comune. Ma io conosco soprattutto il dialetto della mia città». Ammise tuttavia che, volendo La Padania pubblicare un articolo del neo-governatore, se l’era cavata in corner: «L’ho dettato in novarese e poi un redattore l’ha sistemato in piemontese».

Un capitombolo. Abbinato, agli occhi dei torinesi-doc che hanno qualche puzzetta sotto il naso per la provincia e gli rinfacciano di essere lombardizzato, alla scelta di vivere buona parte della sua vita a Milano. Il capogruppo pd Aldo Reschigna arrivò a presentare un’interrogazione: «Un cittadino può vivere dove vuole. Ma non pensa che un cittadino piemontese troverebbe qualche motivo di dubbio sul reale interesse per la sua Regione di un presidente che abita a Milano e passa gran parte del tempo a Roma ad occuparsi della Lega Nord?».

Lui rispose piccato che lo faceva per la figlioletta: «Mia moglie svolge la professione di magistrato a Milano. Abbiamo una bambina di tre anni e mi sembra ovvio che vada all’asilo vicino a dove lavora la madre. Aggiungo che a Milano vive mia suocera e la famiglia di origine di mia moglie. Durante il fine settimana quando mia moglie non lavora e io non pernotto a Torino, stiamo nella nostra casa di Novara. Questa scelta obbligata, che mi costringe, come tanti, a fare il pendolare, è determinata dal fatto che una bambina di tre anni non è un pacco postale».

Applausi leghisti: «Risposta sensata». Contestazioni avversarie: «Poteva pensarci prima». Certo è che questa diffidenza, frutto di una certa idea di «piemontesità», aveva già trovato alimento in una sventurata passerella a Un giorno da pecora. Dove, sotto le domande discole di Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro, Cota aveva fatto dei ruzzoloni indimenticabili. «I confini del Piemonte? A sud con la Liguria ad ovest con la Lombardia». Ahi… «No, no. La Lombardia è ad est».

Indovinò Val d’Aosta, Francia, Svizzera… «Ne dimentica una. Le diamo un aiutino, è a sud-est». «A sud est? Ma la Francia l’ho detta!». «La Francia è a ovest». «Allora confina con la Tos…» «Eh eh eh…». Fino all’agognato approdo: «Emi… Emi… Emilia Romagna». Ma il bello doveva ancora arrivare: «Qual è il monte più alto del Piemonte?» «Il Cervino». Buonanotte. «No. È il Monte Rosa». Meno male: sapeva le province.

E per fortuna che, dopo avere partecipato tempo fa a una irruzione leghista a un convegno su Garibaldi a Palazzo Madama durante la quale Federico Bricolo aveva bollato il condottiero come «un traditore del popolo, un massone, un mercenario, un nemico della Chiesa, un negriero, un truffatore» e «un ladro di cavalli», ha rinunciato a firmare il libro messo in cantiere con Lorenzo del Boca.

Le cui idee sul Risorgimento possono essere riassunte dai titoli della Padania ai suoi interventi: «Vittorio Emanuele II, re degli scandali», «Mazzini, tangenti e malcostume», «Mameli, primo ladro della storia d’Italia». Il libro, dal titolo «Polentoni. Come e perché il Nord è stato tradito», è poi uscito. Ma senza la firma del presidente, che avrebbe avuto qualche problema a spiegare ai piemontesi, nell’anno del 150° dell’Unità, di essere il governatore di tutti e non solo dei padani. Peccato che un diavoletto ci abbia messo lo zampino. E così la pubblicità sul web, ad esempio della Feltrinelli, ha ancora i due autori affiancati…

da dagospia.com

 

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