marco-travaglioIl rieducando rieducatore
Dunque, addì 11 aprile 2014, siamo ancora qui a domandarci che ne sarà del “detenuto Berlusconi Silvio”. In un altro paese la risposta sarebbe scontata: dove sta un detenuto se non in galera? Trattandosi poi di un delinquente abituale fin da quando aveva i calzoni corti, l’unica meraviglia nel vederlo entrare in carcere riguarderebbe la tardività dell’approdo: possibile che uno così sia rimasto a piede libero fino a 78 anni suonati? Da noi invece non si sa. Tripla fissa: 1 (carcere), 2 (domiciliari), X (servizi sociali). Più probabile la X, considerate l’età, l’influenza politica, l’esiguità della pena scampata all’indulto (1 anno su 4, che poi si riduce a 10 mesi e mezzo, grazie alla “liberazione anticipata” di 45 giorni a semestre) e il risarcimento del danno (10 milioni all’Agenzia delle Entrate).

Resta il fatto che l’Italia è l’unico paese al mondo dove non è affatto detto che un pregiudicato in esecuzione pena finisca in galera, anzi è molto improbabile. Ma siccome non è escluso, lo Zelig di Arcore si produce nell’ultima formidabile metamorfosi: l’uomo che per 22 anni ha tuonato contro le toghe rosse comuniste, golpiste, eversive, antropologicamente estranee alla razza umana, come le Br e la banda della Uno Bianca, cancro della democrazia, sempre precisando che non ce l’aveva con tutti i magistrati in generale, ma con “alcuni” in particolare, cioè con quelli che si occupavano di lui, ora fa sapere che i suoi attacchi avevano motivazioni squisitamente politiche ed erano rivolti esclusivamente ai propri elettori per sollecitare la riforma della giustizia, ma mai e poi mai diretti alle persone di questo o quel magistrato, nutrendo lui sconfinata ammirazione per la categoria togata. Scherzava: ora non si può più nemmeno fare una battuta? Il fatto che, mentre i giudici di sorveglianza leggevano con gli occhi fuori dalle orbite la sua contrita memoria difensiva, lui comiziasse contro “la sinistra che, col suo braccio giudiziario, sta perpetrando il quinto colpo di Stato in vent’anni per impedirmi di fare campagna elettorale”, rientra nella simpatica esuberanza dell’uomo. Del resto è proprio lui a dire che, se proprio vogliono imporgli un programma riabilitativo senza limitarsi ad affidarlo all’assistente sociale, gradirebbe fare il “motivatore” di “disabili mentali e fisici”, fra i quali spera di incontrare qualche collega affetto da dissociazione e doppia o tripla personalità: il tutto in una struttura della Brianza che ancora non esiste. Come Bertoldo che, condannato all’impiccagione, ottenne di scegliersi l’albero e optò per una piantina di fragole. Comprensibilmente allarmati per le sorti dei disabili, cui non si vede perché infliggere pure le visite del molesto attaccabottoni ansioso di rieducarli, gli addetti all’Ufficio esecuzioni preferiscono invece che accudisca anziani non autosufficienti. Il fatto che l’Ufficio sia diretto dalla signora Panarello, che di nome fa Severina quasi come la Severino, la legge che l’ha dichiarato ineleggibile e decaduto, aggiunge un tocco di humour involontario alla triste storia. Triste non per B., si capisce, ma per i malcapitati anziani e/o disabili che dovranno sciropparselo per 10 mesi e passa e, diversamente da lui, non han fatto nulla di male per meritarsi una simile pena accessoria. Lui però, informa Repubblica , si lagna: “Se c’è una cosa che lo deprime è la vista e il contatto con persone in difficoltà”. E che dovrebbero dire allora le olgettine, che per 2-3 mila euro al mese accudivano il suo “culo flaccido” (Minetti dixit) e tutto il resto? Mica si sono depresse. Sopportavano stoicamente, come Dudù e Francesca. In ogni caso potrebbe organizzare gare di burlesque e cene eleganti con le vecchine di Villa Arzilla, per tirarsi su. L’importante è che rispetti le prescrizioni: rincasare entro le 23, non uscire prima delle 6, non lasciare la Lombardia senza permesso e soprattutto “non frequentare pregiudicati”. Il che gli terrà lontani per 10 mesi e mezzo i tre quarti di Forza Italia. E gli imporrà di eliminare o coprire tutti gli specchi di casa. Che sarà mai: nel mondo ci sono frodatori fiscali che stanno peggio di lui.

Da Il Fatto Quotidiano del 11/04/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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marcello-venezianiIl divorzio non è il Paradiso
Il matrimonio indissolubile di un tempo non era poi l’inferno che si dice

Chi oserebbe oggi criticare il divorzio, sancito quarant’anni fa con un referendum? Nessuno, o quasi. E quel «quasi» starebbe per pochi fanatici con disturbi mentali. Eppure cosa sancisce come Verità Assoluta un voto di maggioranza, peraltro neanche schiacciante, che solo vent’anni prima avrebbe dato un esito opposto? Chi decreta che l’umanità dei secoli precedenti fosse incivile rispetto a chi volle il divorzio? Il discorso vale pure a contrario, nessuno può stabilire che i primi avessero ragione e i secondi torto. La verità a me pare un’altra: il matrimonio indissolubile del passato non era, in gran parte dei casi, quell’inferno che oggi si dice; e il matrimonio dissolubile di oggi, non è affatto il paradiso in terra. Anzi. Le storture dei matrimoni – le ingiustizie, i dolori, i litigi – hanno cambiato verso, per dirla con Renzi, si sono spostate, ma non sono diminuite. Ora hanno approvato in commissione, col consenso di tutti, il divorzio rapido, come si addice all’età del veloce Renzi. Non entro nel merito, sarà pure plausibile, ma sconforta l’allineamento generale, senza dissensi.

Tornando al referendum del ’74, risparmiateci stavolta il vituperio rituale dei cattolici, della Dc e della destra che osarono opporsi al divorzio. Da allora, sarà migliorata la condizione della donna ma per varie cause la famiglia sta peggio, figli in particolare, e i singoli individui hanno solo mutato tipo di disagi. Per una volta lasciate ai «conservatori» la libertà di dubitare dei dogmi di vita e di essere un po’ relativisti…

Marcello Veneziani da ilgiornale.it

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lilli_gruber_abusi_edilizi_denunciaLa tv di Lilli Gruber in dieci domande
Pubblico, ospiti e boccucce: che cosa dobbiamo chiederci quando guardiamo «8 e mezzo»

Le dieci domande che dobbiamo porci mentre guardiamo «8 e mezzo» di Lilli Gruber (si fa per scherzare, ognuno è libero di rispondere come vuole, magari su «TeleVisioni» il forum di corriere.it).
1) Lilli ha un’ideologia? Certamente, come tutti. Diciamo che il suo è un sinistrismo ben temperato dall’Auditel.
2) Come sceglie gli argomenti? Legge i giornali, ascolta la redazione. Il più delle volte, a caso. Molto dipende dagli ospiti che si trovano, forse anche dagli agenti delle starlet tv.
3) E come gestisce gli ospiti? A seconda delle sue preferenze, politiche e personali. Con alcuni è più «duretta», con altri più morbida, scopertamente.
4) A proposito di domande, perché alcune sono lunghe, verbose e altre stringate? La durata della domanda è la cartina di tornasole dei conduttori. Quando la domanda è lunga significa che vogliono imporre il proprio punto di vista, quando è concisa significa che assecondano l’interlocutore.
5) Perché Lilli interrompe spesso i suoi ospiti, specie quelli che sono in collegamento? Risposta di tipo tecnico. L’interruzione serve per mantenere alto il ritmo della trasmissione e un buon conduttore è anche un metronomo. Risposta di tipo politico. Si interrompono le persone che la pensano diversamente da noi. Non dalle domande ma dalle interruzioni si svela l’ideologia del programma.
6) Perché a metà programma c’è «Il punto di Paolo Pagliaro»? Perché è un suo amico, perché Lilli vuol far vedere che ha studiato e si è preparata.
7) Perché ci sono sempre alcuni interlocutori fissi? In pubblico, tutti abbiamo bisogno di una spalla.
8) Perché invita anche blogger sconosciuti? Per far dire loro le cose più sgradevoli.
9) Perché Lilli fa le boccucce? È una civetteria.
10) Perché presenta anche libri? È una dolce paraguru, come tanti altri conduttori.

di Aldo Grasso da corriere.it

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Filippo Facci con la maschera di Sallusti alla prima della Scala 01Filippo Facci: Vauro ha già perso la causa delle decenza

Renato Brunetta ha querelato il vignettista Vauro che gli ha dato del «nano» per la millesima volta, e non staremo a descrivere le vignette querelate. Ci limitiamo al dubbio di sempre: ha fatto bene, ha fatto male a querelare? Che poi la domanda vera resta sempre un’altra, che è questa: esiste ancora un confine che la critica e la satira non devono oltrepassare? Intanto – prima risposta – è saltato ogni confine tra la critica e la satira: l’affacciarsi di Grillo sul proscenio ne è stato il suggello finale, e ci sono giornalisti che si difendono dalle querele invocando il diritto di satira anche se hanno scritto un editoriale.

Ne consegue – seconda risposta – che da qualche anno tutti offendono tutti senza che nessuno si offenda più: nazista, fascista, razzista, antisemita, mafioso, nano, si dice ogni cosa e le parole svolazzano svuotate di peso, ed è chiaro che internet in tutto questo c’entra qualcosa. Delegare il problema alla magistratura non risolve la questione, sia perché ogni sentenza è una lotteria sia perché ci interessa capire che cosa ci offenda secondo il parere nostro, non secondo quello di un giudice. Dunque da capo: esiste ancora questo confine insuperabile?

Diciamo che l’asticella si è alzata parecchio – terza risposta – e ciascuno stabilisce il confine suo. Anni fa venne giù il mondo perché Di Pietro aveva parlato di «comportamento mafioso» riferito a Napolitano, mentre di recente è successo lo stesso con Calderoli che ha parlato di ministri e di oranghi. Può succedere appunto il finimondo, ma la verità è che può anche non succedere nulla. Detto questo, tutto è perduto fuorché l’onore e, forse, un pizzico di eleganza che si voglia mantenere. Anni fa difesi pubblicamente proprio Vauro dopo che parte un po’ fanatica del centrodestra, per via di una sua vignetta, gli diede di «antisemita», di «peggio che antisemita» nonché di istigatore al razzismo: una follia, tanto che Vauro controquerelò e vinse.

Ora però difendere Vauro mi è impossibile, perché l’unico confine insuperabile che conti qualcosa, ormai, è quello che ci stabiliamo da soli, e che può appunto corrispondere all’attaccare una persona per dei difetti fisici. E’ una cosa che fa schifo, non c’è altro da aggiungere: il perché te lo insegnano alle scuole elementari. È questo, forse, il confine insuperabile. Furio Colombo, anni fa, definì Brunetta «mini-ministro» e Massimo D’Alema lo chiamò «energumeno tascabile», avendone il plauso di ambienti che poi magari usano scrivere «verticalmente svantaggiato» appunto di un nano.

Fu un cedimento al linguaggio teppista dei neo-qualunquisti, al grillismo e ai suoi emuli, quelli che attaccavano e attaccano Giuliano Ferrara perché è grasso, che bollarono Berlusconi come «psiconano» o «nano bavoso» anche se è alto come Prodi, che a sua volta fu definito «Alzheimer» dal solito Grillo: erano gli anni in cui si stava riscrivendo il galateo della politica per adeguarlo a quello dell’antipolitica, e potremmo fare cento altri esempi. Non è il caso. Brunetta forse ha fatto male a querelare: perché è una battaglia persa, perché le carte bollate sono il rifugio escrementizio dei servi di procura. Ma Vauro ha fatto male a fare quelle vignette, e questo per una ragione che nessun giudice gli dirà mai: perché fanno schifo.

di Filippo Facci da liberoquotidiano.it

stefano feltri 2Il Def piace quasi a tutti ma non convince nessuno

OTTIMISTA IL FONDO MONETARIO, LA COMMISSIONE EUROPEA CAUTA SULLE COPERTURE. CONFINDUSTRIA E CGIL ASPETTANO DI VEDERE I PROVVEDIMENTI.

L’unico davvero entusiasta è Matteo Renzi: “Mi ha colpito l’atteggiamento delle persone che ci dicono non tornate indietro, non mollate”, dice il premier dal VinItaly di Verona, utile fondale per ricordare agli elettori che il governo sta per dare la “quattordicesima agli italiani”. Sono i soliti 80 euro che arriveranno in busta paga a maggio a chi guadagna meno di 25mila euro all’anno.

GLI ALTRI SONO, comprensibilmente più scettici: il Def, il Documento di economia e finanza, fissa solo il quadro contabile in cui poi bisogna agire con decreti e leggi. É il campo da gioco, non la partita. Il commento più atteso è quello della Commissione europea.

Il commissario agli Affari economici e monetari Olli Rehn, che in questi anni ha imparato a farsi detestare dai politici italiani per la sua rigidità su conti pubblici, è fuori gioco: in scandenza alla Commissione, si è candidato al Parlamento europeo con i liberali dell’Alde e quindi è in aspettativa. Da qui al 25 maggio, quando si voterà, le mansioni di Rehn sono affidate al commissario ai Trasporti Siim Kallas, lo spigoloso ex premier estone che non è certo più tenero di Rehn, ma che non farà polemiche troppo aspre. Parla il portavoce di Rehn (e oggi di Kallas) Simon O’Connor: bene il deficit che resta sotto controllo al 2,6 per cento del Pil (il tetto è il 3), bene il taglio delle tasse per far ripartire l’economia “soprattutto grazie a tagli di spesa”, bene pure le privatizzazioni. Però il giudizio è prudente: le misure della spending review saranno considerate nelle previsioni economiche di primavera della Commissione solo se saranno “legislate”, cioè diventeranno provvedimenti concreti. Secondo punto delicato: la Commissione vuole verificare il rispetto dell’Obiettivo di medio termine (Mto), cioè il pareggio di bilancio strutturale. La Commissione europea aveva chiesto una riduzione strutturale del debito (il calcolo è complicato) e nei conti pubblici italiani era prevista una riduzione pari a mezzo punto di Pil. Nel nuovo Def la correzione è zero. Cosa che rischia di innescare una procedura d’infrazione a giugno (perché non vengono rispettare le indicazioni nella procedura per squilibri macroeconomici eccessivi). Per questo, da Forza Italia, Renato Brunetta denuncia che “abbiamo sforato i parametri europei”.

La scommessa di Renzi e Padoan è che le misure del governo facciano ripartire l’economia abbastanza da far aumentare il Pil così che migliori il rapporto col deficit, e quindi l’aggiustamento si faccia con la crescita e invece che con tagli e tasse. Chissà se andrà così: le tabelle in coda al Def dicono che nel 2014 il bonus in busta paga farà crescere il Pil dello 0,1, ma i tagli necessari a trovare le risorse lo faranno scendere dello 0,1. Risultato netto: zero, nel 2015 il saldo sarà +0,1. Poca roba.

NEL PD PROTESTA Stefano Fassina, della minoranza, che voleva più spesa in deficit, Gianni Cuperlo dice che “la direzione è giusta ma serve crescita” . Il resto del partito subito li zittisce. La Confindustria di Giorgio Squinzi per una volta non è distruttiva, ma solo un po’ scettica: “Salutare accelerazione riformatrice”, ma aspetta di vedere risultati concreti. La Cgil di Susanna Camusso parla di “scelte condivisibili” ma chiedere di fare attenzione “alla spending review”. A Renzi, come ormai è evidente, dei pareri di industriali e sindacati importa meno di zero.

Opinioni più pesanti sono quelle dei vicini europei, come la Germania, ma sono tutti troppo presi dalle questioni interne o dall’avvicinarsi delle europee per fare un processo preventivo alla politica economica di Renzi. Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, per esempio, dice: “’Non ce la faccio più a sentire il dibattito tra le politiche di austerità e quelle di crescita”. Il Fondo monetario, che prima ha predicato austerità salvo poi ammettere che aveva sbagliato i conti sull’effetto recessivo della stretta, ora dice che il piano del governo italiano va nella giusta direzione.

Il Def, però, è solo il primo passo: la prossima settimana il documento andrà in Parlamento e il governo lavorerà al decreto per mettere davvero gli 80 euro in busta paga.

Da Il Fatto Quotidiano del 10/04/2014. Stefano Feltri via triskel182.wordpress.com

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