PERCHÉ NESSUNO DEVE SAPERE

Nel sistema blindato della comunicazione costruito per occultare la realtà dentro nuvole di parole vuote, martedì scorso si è aperta una piccola falla nella conferenza stampa di Luca Cordero di Montezemolo seduto vicino a quel Sergio Marchionne che lo aveva appena cacciato dalla Ferrari. Non per ciò che veniva detto con il fair play d’ordinanza quando ballano 27 milioni di liquidazione. Ma per come veniva detto. Durante la diretta Sky, un occhio non distratto avrebbe potuto cogliere i piccoli tic dell’imbarazzo che dissimula l’astio. Le mani soprattutto. Quelle nervosissime del capo impegnate a estirpare invisibili pelucchi dal maglioncino o a versarsi ettolitri di acqua minerale per tenerle a freno. E quelle affusolate del dipendente miliardario che smentivano lo stile tipo: un drink allo yachting club con colpetti cattivi sulla spalla del maglioncino accanto.

Uno spettacolo raro: due padroni dell’universo sul punto di suonarsele. Nel mondo anestetico dei tweet e delle slide non esistono gesti rivelatori perché non ci sono gesti ma fiabe che rimandano al campo dei miracoli nei pressi del paese di Acchiappa-citrulli dove gli zecchini crescono di notte.   Fateci caso, viviamo nella presunta civiltà della trasparenza immersa in una galassia di input e noi non sappiano quasi nulla. Non cerchiamo risposte globali come, per esempio, se i tagliagole dell’Isis furono finanziati da quella stessa America che adesso li bombarda, perché sappiamo che la menzogna è una forma di segretezza fondamentale per tenere in piedi tutta la baracca. Ci accontenteremmo di cose più terra terra. Perché il premier giovanotto non ci ha mai detto la verità sul disastro del Paese che continua a tappare con ridicole pezze colorate? In cosa consiste, davvero, il patto del Nazareno? E perfino: quanto ci costa Ballarò, busta paga per busta paga? Niente, nessuno deve sapere e, trattandosi dei profeti del nuovismo che cambia verso, viene in mente una frase dello scrittore austriaco Peter Handke: “Io vivo di ciò che gli altri ignorano di me”. In Francia, per sapere che Monsieur le President deride i poveracci chiamandoli sdentati (con il disprezzo tipico della sinistra con la pancia piena) si è dovuto attendere il memoriale di una donna tradita. Qui da noi, invece, i giornaloni dedicano paginate all’aria fritta prodotta nelle fucine di palazzo Chigi. Del resto, uno schiavo non ha il diritto di dire la verità che non piace al suo padrone (Euripide).

Da Il Fatto Quotidiano del 14/09/2014.

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Eugenio-Scalfari-Giulio-AndreottiIn casa Cupiello il presepio di Renzi piace a pochi

L’incontro informale dei ministri finanziari di tutti i Paesi europei, voluto da Renzi a Milano e concordato di comune accordo, per l’Italia si è aperto in un modo e si è chiuso in un altro. Questa è la vera novità che va registrata e che ha profondamente modificato la situazione in cui ci troviamo. Renzi direbbe che è cambiato il verso, ma questa volta non lo dirà perché il verso che è venuto fuori è esattamente l’opposto di quello che il nostro presidente del Consiglio aveva vagheggiato e disegnato nella sua mente da parecchi mesi come obiettivo di primaria importanza e d’un esito già raggiunto attraverso una serie di colloqui preliminari da lui svolti tra Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma.

È insomma accaduto l’opposto e la sostanza è stata cambiata da vari episodi, battute, sortite su Twitter e conferenze stampa più o meno ufficiose con varianti riportate dal circuito dei media televisivi e giornalistici.

La situazione è ormai chiara e si può riassumere così: l’Italia dovrà avviare alcune riforme che l’Europa ritiene indispensabili.

Il testo e il calendario delle predette riforme, che regolano il lavoro, la competitività e la produttività, la semplificazione delle procedure sia della pubblica amministrazione ministeriale sia della giustizia civile sia la formazione e la scuola, dovrà esser sottoposto alla Commissione di Bruxelles dal prossimo mese d’ottobre e da quel momento sottoposto ad un monitoraggio che culmini in giugno e si chiuda nell’autunno del 2015.

Se l’Italia avrà adempiuto ai suoi impegni, la Commissione concederà una notevole flessibilità finanziaria, ma non prima di allora, salvo qualche briciola per alleviare la tensione sociale.

Nel frattempo però si dispiegherà in pieno la politica di liquidità della Banca centrale, con l’obiettivo di combattere la deflazione, portare il tasso d’inflazione verso l’1,5 per cento, il tasso di interesse delle banche a un livello compatibile e più basso di quello attuale, il tasso di cambio dell’euro nei confronti del dollaro verso l’1,20 per cento in modo da favorire le esportazioni.

Naturalmente anche la Bce monitorerà attraverso le banche il rispetto degli impegni e l’approvazione delle riforme concordate con la Commissione.
Non è una cessione di sovranità ma qualche cosa che le somiglia poiché sia la Commissione sia la Banca centrale sono affiancate nel monitoraggio e ciascuna ne trarrà le conclusioni e le conseguenze.

Come si vede, tutto ciò è esattamente l’opposto di quello che Renzi aveva immaginato. Non ci sarà la flessibilità se non dopo le riforme ritenute necessarie e solo in questo modo si potranno combattere i tempi bui che stiamo attraversando. Le implicazioni sulle parti sociali saranno numerose e preoccupanti. Il look è cambiato come vuole l’Europa e non come Renzi sperava.

Le ragioni sono evidenti e le aveva anticipate il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in un suo intervento del 25 marzo scorso. Ne riporto qui la frase iniziale che in poche righe chiarisce la sostanza dei tempi bui che stiamo attraversando: “La strada dell’integrazione europea è lunga e difficile, non è un percorso lineare, si procede spesso a piccoli passi ma a volte con strappi vigorosi. L’introduzione dell’euro è stato uno dei questi strappi e ci ha fatto compiere un passo deciso, ma non ha certo portato il cammino a compimento. L’euro è una moneta senza Stato: di questa mancanza risente. Le divergenze e le diffidenze che ancora caratterizzano i rapporti tra i Paesi membri indeboliscono l’Unione economica e monetaria agli occhi della comunità internazionale e a quelli dei suoi stessi cittadini. Questa incompletezza, insieme con la debolezza di alcuni Paesi membri, ha alimentato la crisi dei debiti sovrani dell’area dell’euro. Per l’Italia la soluzione di riforme strutturali che consentano un recupero di competitività è un passaggio essenziale per il rilancio del Paese. Gli interventi da attuare sono stati da tempo individuati e vanno effettuati al più presto”.

Ho già ricordato che queste parole sono state dette da Visco il 25 marzo scorso. A volte chi tiene le manopole della politica non ricorda o neppure conosce il contesto in cui opera. Molti dei nostri guai derivano da questa ignoranza che determina scelte del tutto diverse da quelle che sarebbero necessarie.

* * *

Nella famosa commedia napoletana “Natale in casa Cupiello” Eduardo lancia la frase ormai diventata famosa: “‘O presepe nun me piace”, e la fa dire con cattiveria.

A quell’epoca dalle case di Firenze in giù l’albero di Natale era del tutto sconosciuto. I regali si facevano nel giorno dell’Epifania e il Natale era soltanto una festa religiosa. Il presepio era il solo gioco ammesso e noi bambini passavamo i giorni a prepararlo. Piaceva a tutti, piccoli e grandi. Ma a casa Cupiello no, a Eduardo no.

Perché?

Perché la concordia nella famiglia, ostentata dinanzi al presepio, era fasulla, covava conflitti, interessi contrastanti, bugie, torti fatti o subiti, prevaricazioni.

Oggi il presepio è tornato di moda nella politica, ma a molti non piace. Il 25 maggio numerosi italiani hanno votato Renzi nelle elezioni europee, dandogli un’altissima percentuale di consensi e molta forza all’interno e all’estero. Ma sono passati appena quattro mesi e la fiducia nel giovane leader si è alquanto erosa: il 70 per cento degli elettori teme che il Paese non ce la faccia a superare la crisi, il 90 per cento si attende molti e sempre meno sopportabili sacrifici. Infine la fiducia nel leader è scesa per la prima volta passando dal 74 al 60 per cento. È ancora molto alta ma il verso, come direbbe lui, è cambiato e non è da escludere che nelle prossime settimane scenda ancora di più.

Le ragioni ci sono. La pressione fiscale rilevata dalla Banca d’Italia, tra il 2013 e il 2014 è aumentata dal 43,8 al 44,1 per cento. Per erogare a 10 milioni di cittadini un bonus di 80 euro al mese le tasse sono aumentate per 41 milioni di contribuenti. Il governo ha fatto molti annunci e molte promesse ma ha realizzato assai poco. Secondo il capogruppo dei senatori di Forza Italia, Renato Brunetta, il tasso di realizzazione delle promesse di Renzi oscilla tra il 10 e il 20 per cento.

Analoghe conclusioni le ha fatte il vicepresidente della Commissione di Bruxelles, Jyrki Katainen e abbiamo visto che d’ora in poi le riforme saranno monitorate dalla Commissione e dalla Bce. L’obiettivo è agganciare la flessibilità necessaria a rilanciare la crescita, la competitività e l’equità sociale, ma nel frattempo i sacrifici non diminuiranno e qualcuno anzi aumenterà almeno fino alla metà del 2015. Tra questi c’è perfino l’ipotesi di abolire l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè il divieto di licenziamento senza giusta causa. Il concetto di giusta causa verrebbe anch’esso abolito per legge conservando soltanto come ragione ostativa (naturalmente da documentare) la discriminazione.

Non sarà un’impresa facile anche se molti la ritengono necessaria per aumentare la competitività. Sergio Cofferati, all’epoca segretario generale Cgil, radunò al Circo Massimo e in tutte le strade adiacenti oltre due milioni di lavoratori provenienti da tutta Italia e bloccò la riforma che anche allora sembrava necessaria agli imprenditori. Probabilmente oggi uno scontro del genere sarebbe molto agitato mentre allora fu pacifico quanto fermissimo nel procedere ad oltranza se la riforma non fosse stata impedita. Ci sono altri modi di procedere per adeguare gli impegni suggeriti (ma a questo punto direi imposti) dall’Europa e dalla Bce? Ci sono. Riguardano anche i lavoratori dipendenti ma non soltanto e non soprattutto. Riguardano in prima linea il capitale e i suoi possessori, riguardano la finanziarizzazione delle aziende, riguardano nuovi progetti, nuovi prodotti, nuove tecnologie e nuovi investimenti. Riguardano la diminuzione delle diseguaglianze e lo sviluppo del volontariato produttivo oltre che quello assistenziale. Riguardano nuove energie, e la lotta all’evasione senza sconti.

* * *

Ma che cos’è oggi il Pd? Questa è la domanda di fondo che bisogna porsi nel momento in cui la ribellione dell’Europa mediterranea è rientrata di fronte all’accordo della Germania con la Spagna, all’enigma scozzese che, se vincessero i “sì” alla separazione, metterebbe a rischio l’adesione alla Gran Bretagna all’Ue e riguardano la crisi francese che allontana, anziché avvicinarla, la Francia dall’Italia.
Che cos’è il Pd? Anzitutto è un partito post-ideologico.

Abbiamo già affrontato altre volte il tema dell’ideologia.

Dai tempi dell’Urss e del comunismo staliniano per i liberali l’ideologia era una peste da cui liberarsi.

Perfino Albert Camus, che fu certamente un uomo di sinistra, detestava appunto come la peste l’ideologia.

Personalmente credo che l’ideologia sia una forma di pensiero astratto che esprime un sistema di valori e dunque penso che l’ideologia non sia eliminabile a meno che non si elimini il pensiero. Un sistema di valori è un’ideologia, le Idee platoniche sono la teoria ideologica della perfezione; le creature effettivamente esistenti sono imperfette perché relative e l’ideologia platonica è per esse un punto di riferimento. Abolite il punto di riferimento ed avrete un’esistenza day-by-day, la vita inchiodata al presente senza né passato né futuro.

Se torniamo ad un partito politico, la mancanza di ideologia ha lo stesso effetto: lo inchioda sul presente.

Nella Dc, Alcide De Gasperi era un politico con l’ideologia cattolico-liberale; Fanfani aveva un’ideologia cattolico-sociale; Moro un’ideologia cattolico-democratica. Andreotti non era ideologo, come ai suoi tempi Talleyrand. Voleva il potere subito e oggi. Con la destra, con i socialisti, con il Pci, con la famiglia Bontade, contro la famiglia Bontade.

Senza passato e senza futuro.

Ai tempi nostri Berlusconi è stato la stessa cosa. Scrive Giuliano Ferrara sul “Foglio” di giovedì scorso che al cavaliere di Arcore sarebbe piaciuto di governare la destra moderata guidando un suo partito di sinistra. Questo sarebbe stato il suo capolavoro. Del resto la sua azienda lavorava per Forlani e per Craxi: da sinistra per la destra. Non sarebbe stato un capolavoro? Per un pelo non ci riuscì e fu tangentopoli ad aprirgli le porte del potere. E Renzi? Nell’articolo intitolato (non a caso) “L’erede”, Ferrara scrive: “Renzi sta costruendo una sinistra post-ideologica in una versione mai sperimentata in Italia e volete che un vecchio e intemerato berlusconiano come me non si innamori del boy-scout della provvidenza e non trovi mesta l’aura che circonda il nuovo caro leader?”.

Mi pare molto significativo quest’entusiasmo di un berlusconiano intemerato al caro boy-scout post-ideologico della provvidenza. Ma il Pd? Come reagisce la sua classe dirigente e soprattutto i parlamentari? I parlamentari, salvo qualche eccezione, sono molto giovani e per ora stanno a guardare. Gli interessa soprattutto andare fino in fondo alla legislatura. Ma la classe dirigente renziana ha una univoca provenienza: viene dalla costola rutelliana della Margherita. La documentazione è fornita con molta completezza (sempre sul “Foglio” dello stesso giorno) da Claudio Cerasa.

Non c’è un solo nome renzista che provenga dal Pci-Pds-Ds. Nessuno. Margherita rutelliana. Se non è Andreotti, poco ci manca.

di EUGENIO SCALFARI da repubblica.it

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vanity_fair_marco_travaglio2Il Grande Twittatore

Renzi ha perso 15 punti di fiducia in tre mesi. Così ha deciso di moltiplicare i tweet, che sono per lui il prolungamento del pene. Non bastandone più uno alla volta, ieri ne ha sparati cinque tutti insieme, così chi era in crisi di astinenza s’è fatto la scorta e poi se li è delibati uno per uno con godimento multiplo. Il contenuto, del Pentatwitter, al solito, non è granché: lui è felice di aver nominato Descalzi all’Eni, infatti è indagato per corruzione, sono soddisfazioni; i candidati li scelgono i cittadini (soprattutto uno: lui) e non le Procure (che si limitano a compilare il registro degli indagati su cui lui sceglie i candidati); e supercazzole sfuse su India, tagli a Regioni e sanità, Europa e il 3%. Ma il mezzo conta più del messaggio. Sul Grande Twittatore è uscito un libro per Fazi Editore, dal titolo arrembante #Arrivo Arrivo, liberamente ispirato all’arriba-arriba-àndale-àndale di Speedy Gonzales.

Sottotitolo: “La corsa di @matteorenzi da Twitter a Palazzo Chigi” (e ritorno). Autori i giornalisti infatuati Matteo Grandi e Roberto Tallei. Prefatore l’inutile Luca Sofri. In copertina il Nostro, slanciato come una pera, corre e sorride al futuro in tenuta da jogging. Primo capitolo: “Il tweet Vangelo secondo Matteo”. Mecojoni. Svolgimento: “Il primissimo tweet di Renzi, cimelio storico da esporre nel museo della comunicazione, datato 8.1.2009, già lasciava intravvedere il suo potenziale comunicativo”. Eccolo: “Torna a pensare che per il Pd fiorentino più che le primarie ci voglia il primario!”. Torna chi? Parla di sé in terza persona come Povia, il Divino Otelma e i reclusi nei manicomi criminali? Boh. Però il primo tweet non si scorda mai, e già lascia intravvedere. Come pure gli altri: “Pensa che arrivare in Palazzo Vecchio al mattino presto e lavorare da solo nel silenzio della sala Clemente VII”, punto, fine e morta lì. Già pensare è un verbo impegnativo. “Ha lasciato la sala del Consiglio ed è tornato in ufficio. All’una di notte, da solo, con il ritmo dei passi…”, segue rimando a Facebook, che sta a Twitter come le linee-guida alle slide: “…ad accompagnare il rumore del silenzio mentre la penombra illuminava il Salone dei 500. Ci sono dei momenti in cui ti rendi conto di quanto sei fortunato a poter servire la tua comunità. Oggi è uno di questi. Viva Fiorenza!”. Lirismo puro, Dolce Tweet Novo.   Dopo due anni esatti di cure, il 12.1.2011 Matteo nostro riesce finalmente a cinguettare in prima persona: è la scoperta dell’Io, non meno devastante del Lui. Infatti El Twitador inizia subito a cazziare quelli che comunicano in terza persona: “@Donadelli74 entrare su Twitter e lasciarci il portavoce è roba da sfigati”. Concetto alato, tipico degli statisti momentaneamente ristretti a fare i sindaci. Siccome però scripta manent e i tweet di più, fa tenerezza rileggere quelli con cui il Twittatore Folle deliziava i fiorentini: “Io sono per abolizione finanziamento pubblico a partiti e giornali e per mostrare conti correnti e proprietà dei politici”. Ma non del finanziere Marco Carrai, che nello stesso periodo gli metteva gratuitamente a disposizione un pied à terre in via degli Alfani 8, all’insaputa degli elettori e dei lettori di Twitter. In ogni caso, non appena andrà al governo, Renzi dimenticherà prontamente l’abolizione dei fondi pubblici a partiti e giornali. A volte, sopraffatto dalla fatica, il sindaco 2.0 twittava “XimNd” e subito dopo, per maggiore chiarezza, “Xvhgcuy” (13.2.2012), poi però si riaveva dal deliquio e chiariva aitante: “Apprezzabile lo sforzo esegetico per capire i miei ultimi tweet! Ma è solo l’iPhone lasciato aperto. Stavo Twittando #amiainsaputa”. Peccato, perché “XimNd” e “Xvhgcuy” resteranno i tweet più sinceri del conte Mascetti reincarnato. Seguiranno “#enricostaisereno” e “un forte abbraccio a @EnricoLetta”, un attimo prima dell’incaprettamento. Il mitico “Berlusconi sa che se vinciamo noi lui è il 1° rottamato”. E l’imperituro “Scegliendo le persone più competenti, l’Italia può diventare la più bella startup del mondo”, 13 mesi prima di scegliere Boschi, Madia, Pi-notti, Alfano, Lupi, Lorenzin, Orlando, Guidi e la vigilessa. Manca giusto #ladonnabarbuta.

Da Il Fatto Quotidiano del 13/09/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio3Partito Smemocratico

Le inchieste sul nuovo ad dell’Eni Claudio Descalzi (indagato a Milano per corruzione internazionale) e sui candidati renziani a governatori dell’Emilia Romagna Matteo Richetti e Stefano Bonaccini (indagati a Bologna per peculato) la dicono lunga sulla portata rivoluzionaria del renzismo. Descalzi, nominato da Renzi al posto di Scaroni, era il braccio destro di Scaroni. Infatti è inquisito con Scaroni per la megamazzetta nigeriana. Alla presidenza dell’Eni Renzi, in perfetta coerenza, ha piazzato Emma Marcegaglia, azionista e dirigente del gruppo di famiglia che pagò tangenti all’Eni per un appalto Enipower. Se questo è il rinnovamento, tanto valeva tenersi Scaroni. Idem come sopra sul versante politico. Chi sono i “renziani”? Ex comunisti o diessini, ex democristiani o margheriti che negli ultimi due anni, fiutata l’aria che tirava, si sono paracadutati sul carro del vincitore un attimo prima o un attimo dopo che vincesse. Nulla di male, intendiamoci: una classe dirigente non s’inventa tra un tweet e un selfie. Ma questa non è rottamazione, e nemmeno rivoluzione: è riciclaggio.

E l’idea che i 39 anni di Renzi immunizzino tutti i suoi dai guai giudiziari è una pia illusione. I guai giudiziari dei politici non dipendono dalle idee politiche dei pm, ma dai comportamenti dei politici. E nessuno può meravigliarsi se anche i renziani cominciano a cadere nella rete delle Procure: se tutti – diconsi tutti – i consigli regionali d’Italia sono sotto inchiesta perché si facevano rimborsare spese private con soldi pubblici, era abbastanza prevedibile che i renziani che vi bivaccano da anni finissero nei pasticci. “Cambiare verso” non significa essere immuni da collaboratori indagati: significa reagire alle indagini in maniera diversa rispetto al passato. E qui casca l’asino, anzi Matteo con tutto il cucuzzaro. Il premier, sull’indagine bolognese, non ha voluto fare commenti. Il che è già qualcosa, visto che quando Errani fu condannato in appello per aver fatto carte false nel tentativo di coprire lo scandalo dei finanziamenti regionali alla coop del fratello che non ne aveva i titoli, lo ricevette in pompa magna a Palazzo Chigi, manco fosse un eroe nazionale.   Sul caso rimborsi invece Renzi ha solo precisato di non aver chiesto a Richetti di ritirarsi né a Bonaccini di resistere (invece avrebbe fatto bene a metterli da parte entrambi). Se passa il principio che chi è indagato si ritira in attesa del processo, che ci fanno nel governo Renzi gli inquisiti Barracciu, Del Basso De Caro, De Filippo e l’imputato Bubbico? E che ci fa nella segreteria renziana l’indagato Faraone? La Boschi, poveretta, s’è affannata a richiamare la presunzione d’innocenza fino a condanna definitiva, come se questa vietasse le dimissioni di chi è raggiunto da gravi sospetti (automatiche e doverose in tutte le democrazie, fuorché in Italia). Su Europa, organo clandestino del Pd, si leggono commenti che paiono tratti pari pari dal Giornale o dal Foglio: “Politici e amministratori sono esposti alla discrezionalità spinta dei magistrati” in guerra “contro il governo in difesa degli stipendi e delle ferie”. Quindi giustizia a orologeria per vendicare la casta togata contro le riforme: ora Berlusconi chiederà le royalty. Europa (ma non solo) aggiunge che è “pazzesco” indagare Bonaccini per soli “4 mila euro in 19 mesi”: quindi se, puta caso, quei soldi Bonaccini li avesse davvero rubati, non sarebbe comunque reato per la modica quantità della refurtiva. Ergo, se uno scippatore frega la pensione a cinque-sei vecchietti, che fanno? Lo candidano a governatore? Sicuri che le mutande verdi di Cota a spese della Regione Piemonte costassero più di 4 mila euro? Si dirà: ma questa è la finta sinistra, poi c’è quella vera di Sel. Infatti l’assessore vendoliano alla Cultura, Massimo Mezzetti, dichiara spiritoso: “Facciamo così, per risparmiare tempo chiediamo alla Procura di Bologna chi vuole alla presidenza della Regione”. Mezzetti s’è scordato che in Italia accade così da anni, tant’è che indagato è diventato sinonimo di candidato. Ai tempi di B. la selezione delle classi dirigenti avveniva sul registro degli inquisiti. Oggi, invece, pure.

Da Il Fatto Quotidiano del 12/09/2014.

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vanity_fair_marco_travaglioTeste di Legnini
Ricordate i profeti della fine di Berlusconi e della “pacificazione” dopo la “guerra dei vent’anni”? Noi l’abbiamo sempre saputo, e scritto, che erano tutte balle. L’Italia politica, quella del Palazzo e quella dell’indotto, è talmente impregnata di berlusconismo che Berlusconi continuerà a comandarla anche da morto. Figurarsi ora che è ancora vivo e vegeto, anche se momentaneamente ristretto ai servizi sociali. Forse non tornerà più a Palazzo Chigi, ma chi sta meglio di lui? Al governo c’è il suo pupillo, fra l’altro suo fervente ammiratore, che gliele dà tutte vinte e riesce a fare anche quello che a lui non riuscì, meglio di come l’avrebbe fatto lui, nel silenzio tombale di chi strillerebbe se a farlo fosse lui. Non gli resta che assistere compiaciuto allo spettacolo dalle finestre di Cesano Boscone, senza neppure pagare il prezzo di logoramento che consuma chi governa.

Tanto il governo sta in piedi grazie a lui, ma lui formalmente è all’opposizione, anche se vota sempre con la maggioranza. Comanda per interposto Renzi. Geniale. Prendete quel che è successo ieri: dopo mesi di fumate nere, il partito unico renziano Pd&FI&frattaglie varie ha deciso che il vicepresidente del Csm sarà Giovanni Legnini, 55 anni, in politica da 38, avvocato e docente in aspettativa, ex Pci, ex Pds, ex Ds, ora Pd, già sindaco di Roccamontepiano (Chieti), senatore dal 2004, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Letta e all’Economia nel governo Renzi. Cioè: per la prima volta un membro del governo in carica passa, senza soluzione di continuità, a vicepresiedere il Csm. Così il governo mette il cappello e le mani sulla più alta carica elettiva dell’organo costituzionale che dovrebbe garantire l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati (seconda solo al capo dello Stato, membro di diritto). Con tanti saluti a quel che resta della divisione dei poteri. Nemmeno B. era arrivato a tanto, anzi sotto i suoi governi si erano sempre alternati vicepresidenti dell’area di opposizione (Capotosti nel ‘94, Rognoni nel 2002, Vietti nel 2010), in nome di quella democrazia dei contrappesi ora archiviata. Renzi piazza al vertice operativo del fu organo di autogoverno dei magistrati un membro del suo stesso governo, con il via libera di B. che ottiene due posti nel nuovo Csm, mentre i 5Stelle – che hanno molti più voti di lui – dovranno accontentarsi di uno.   Cose da pazzi, mai accadute neppure nella nostra repubblichetta delle banane. Si spera che, al momento di votarlo, i membri togati del nuovo Csm abbiano un sussulto di dignità e oppongano un netto rifiuto al vicepresidente Legnini, commissario politico del governo, ma c’è da dubitarne. Basti pensare che due togati hanno goduto della sfacciata propaganda elettorale del sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, che in un paese normale sarebbe stato cacciato a pedate dal governo, invece è sempre lì per conto di B. che lo designò quando ancora sosteneva il governo Letta. Ora, quando sarà insediato, il Csm più governativo della storia dovrà nominare circa 300 capi degli uffici giudiziari, decapitati da Renzi con la dissennata norma che prepensiona i magistrati a 70 anziché a 75 anni. Completa il quadro dell’immonda spartizione l’accordo Renzusconi per mandare alla Corte costituzionale due vecchi politicanti come Luciano Violante (noto participio presente, molto gradito al Colle che lo promosse “saggio”) e Donato Bruno (noto amico di Previti). Il primo è in politica dal ‘79, il secondo dal ’96: ora andranno a giudicare le leggi che hanno contribuito a scrivere e ad approvare. L’apoteosi del conflitto d’interessi. Chi pensasse a un cedimento di Renzi al berlusconismo declinante non avrebbe capito nulla: Renzi non cede a B., Renzi la pensa esattamente come B. Perché ha le stesse urgenze di B. La sua classe dirigente (si fa sempre per dire) è lo stesso frittomisto di incompetenti e di inquisiti, come dimostrano i casi di Richetti & Bonaccini. Con l’unica differenza dell’età. Se non si sbriga a mettere sotto controllo i giudici, finisce come   B. Ma, diversamente da B., ce la può fare. Quod non fecerunt berluscones, fecerunt renzini.

Da Il Fatto Quotidiano del 11/09/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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