vanity_fair_marco_travaglio6Gustavo e Godevo

L’avvocato Flick, ai tempi di Tangentopoli, spiegava così l’endiadi della mazzetta: “Nella corruzione si è sempre in due: Gustavo Dandolo e Godevo Prendendolo”. Mai fare battute, perché prima o poi diventano legge. La norma che introduce l’autoriciclaggio (con soli 15 anni di ritardo sulla Convenzione di Strasburgo, sottoscritta dall’Italia nel 1999 e mai tradotta in legge) stabilisce che chi ricicla personalmente i proventi dei suoi delitti commette reato, ma con un’eccezione: “quando il denaro, i beni o altre utilità vengono destinate all’utilizzazione o al godimento personale”. Ecco: di fronte al godimento, lo Stato pudicamente si arrende. Chi siamo noi per impedire alla gente di godere? Già la vita è così grama, in tempi di crisi, poi. Godete dunque e moltiplicatevi. Purché lo facciate personalmente. Il godimento di gruppo, diversamente che per le droghe, non è previsto. L’uso personale invece sì, e non solo in modica quantità: si può godere come ricci, ma da soli. Chapeau: la trovata è davvero strepitosa. Infatti c’è voluto un trust di cervelli e giureconsulti mica da ridere per partorirla. Si son messi d’impegno la ministra Boschi, con i suoi consulenti giuridici Ghedini&Verdini, e il ministro Orlando, con il suo staff di scienziati (gli stessi che non s’erano accorti dell’ineleggibilità di Teresa Bene al Csm per totale mancanza di requisiti).

I deputati della commissione Finanze, che avevano stilato un buon testo sulla base della proposta di Grasso e dei consigli del pm Greco, sono stati prontamente esautorati dal governo. Che del Parlamento fa volentieri a meno: i parlamentari sono mille, meglio non informarli tutti del Patto del Nazareno. Se no poi qualcuno parla.   Oggi chi fa soldi delinquendo (con evasioni o frodi fiscali, truffe, estorsioni, traffico di droga o armi o esseri umani, prostituzione, gioco d’azzardo, tangenti, furti, rapine, omicidi su commissione) e poi li ripulisce personalmente investendoli in attività lecite per poterli usare senza destare sospetti è punito solo per il reato-presupposto (quello usato per far soldi), ma non per quello finale (il riciclaggio). Se invece li affida a un riciclatore, questo risponde di riciclaggio. Un buco normativo devastante che impedisce ai giudici di sequestrare enormi capitali sottratti al fisco e di punire chi li fa sparire. Di qui l’esigenza dell’autoriciclaggio, previsto in tutto il mondo civile fuorché da noi. E di qui il terrore nei partiti per una norma che porterebbe miliardi allo Stato, consentirebbe di far pagare le tasse a chi non le paga e ridurle ai fessi che le pagano, ma colpirebbe le lobby criminali degli amici degli amici. La Francia, che pure non ha il 40% dell’economia in nero, né 170 miliardi di evasione fiscale annua, né tre mafie e mezza che accumulano 150 miliardi esentasse l’anno, ha recuperato già 2 miliardi dall’effetto-tenaglia fra autoriciclaggio e voluntary disclosure (l’accordo con la Svizzera per il rientro dei capitali illegalmente esportati). L’Italia incasserebbe almeno il triplo. Altro che vendere qualche auto blu su Ebay. Quindi si sa benissimo quel che si deve fare, ma non lo si vuole fare. Forza Italia, Ncd e mezzo Pd fanno di tutto per rendere impunibile il nuovo reato. Con due codicilli. Uno è quello che diversifica le pene: se il reato-presupposto è punito oltre i 5 anni, l’autoriciclaggio va da 2 a 8; se è punito sotto i 5 anni, la pena è solo da 1 a 4, senza custodia cautelare né intercettazioni, inclusi i delitti finanziari ed economici, cioè i più diffusi. Trovato l’inganno, fatta la legge. L’altro trucchetto è quello del godimento personale, semplicemente ridicolo perché non s’è mai visto uno che autoricicli il suo bottino per farlo godere a qualcun altro. In pratica, l’autoriciclaggio sarà punibile solo se il delinquente, colto da crisi mistica, devolve la refurtiva a Emergency o alla Caritas. Quando invece si tiene i soldi autoriciclati per goderseli, cioè sempre, non commette autoriciclaggio. E se uno spallone e un banchiere gli han dato una mano, non sono punibili neanche loro per riciclaggio. Così la legge che dovrebbe punire l’autoriciclaggio cancella anche il riciclaggio. Non è meraviglioso? Fra i due riciclanti, il terzo gode.

Da Il Fatto Quotidiano del 04/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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marco-travaglioCara Mazza

Dieci anni fa suscitò molte polemiche la proposta del ministro della Giustizia Roberto Castelli di sostituire, nei tribunali, la scritta “La legge è uguale per tutti” con un’altra, sempre tratta dalla Costituzione, ma di cui il Guardagingilli leghista equivocava il significato: “La giustizia è amministrata in nome del popolo”. In realtà, senza volerlo, l’Ingegner Ministro – come lo chiamava Borrelli – aveva ragione: dopo vent’anni di “riforme della giustizia”, quando uno legge in tribunale “La legge è uguale per tutti”, rischia l’attacco di ridarella e il soffocamento. Ma la formula giusta non è “La giustizia è amministrata in nome del popolo”, bensì “in nome del Re”. Inteso come Giorgio I e II di Borbone, che fa il bello e il cattivo tempo. Ha persino ottenuto, senza muovere un dito, la condanna di De Magistris per abuso d’ufficio e la sua fulminea sospensione da sindaco (7 giorni per una pena di 15 mesi in primo grado, contro i 4 mesi di Berlusconi per una pena di 4 anni in Cassazione per frode fiscale), dopo che il Csm presieduto da Lui e vicepresieduto da Mancino trasferì prima De Magistris, poi la Forleo che l’aveva difeso, poi i pm salernitani Apicella, Nuzzi e Verasani che indagavano sull’insabbiamento delle inchieste a Catanzaro. En plein, missione compiuta.

Purtroppo però alcuni villaggi di Asterix si ostinano a resistere alla monarchia assoluta. Tipo il Parlamento e alcuni magistrati di Palermo. Le Camere seguitano a rifiutarsi di eleggere i giudici costituzionali cari a Napolitano e ai sottostanti Renzi & Berlusconi. Quindici fumate nere sul participio presente Luciano Violante e sul participio passato Indagato Bruno. Poi un voto a vuoto a colpi di schede bianche. E ieri l’affossamento della nuova coppia Violante-Caramazza. Francesco Caramazza, chi era costui? L’ex presidente dell’Avvocatura dello Stato che due anni fa si prestò a firmare l’avvilente conflitto di attribuzioni scatenato da Sua Altezza contro la Procura di Palermo, rea di aver osato ascoltare quattro telefonate fra il Monarca e Mancino sul telefono intercettato di quest’ultimo. “Le intercettazioni delle conversazioni cui partecipa il presidente della Repubblica”, scrisse il Caramazza riuscendo a restare serio, “ancorché indirette e occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate”. Primo caso al mondo di un divieto applicato a un evento occasionale, cioè involontario e casuale. Come dire: è rigorosamente vietato ai vasi di fiori precipitare dai balconi sul capo dei passanti. Siccome però il talento va premiato, ora bisogna spedire il Caramazza alla Consulta. Sventuratamente anche il candidato del Colle targato FI, come pure quello targato Pd (Violante, fra l’altro sprovvisto dei requisiti prescritti dalla Costituzione), è stato sonoramente trombato: fumata nera numero 17. Già l’idea che i giudici di nomina parlamentare li scelga il Quirinale è curiosa. Quella poi che si debba continuare a votarli a oltranza, finché non passano per sfinimento, è addirittura comica. Specie nel Paese dove nel 2013 bastarono 4 voti a vuoto per bruciare Marini e Prodi, rinunciare a eleggere un nuovo presidente della Repubblica e riesumare quello vecchio. Poi c’è la grana dei giudici di Palermo, che han fissato per il 28 ottobre l’audizione di Napolitano come testimone sulla trattativa Stato-mafia. Allarme rosso per le domande che gli porranno, ma soprattutto per le risposte che S.A.R. darà o non darà. E pure per la richiesta, assolutamente legittima e prevista dalla legge, di alcuni imputati come Riina, Bagarella e Ciancimino jr. di assistere in teleconferenza. Cioè: se lo Stato manda i carabinieri a trattare con Ciancimino, Riina e Provenzano, va tutto bene: ma se Riina e il figlio di Ciancimino entrano al Quirinale anche solo da un teleschermo, scatta la mobilitazione generale e i corazzieri preparano i cavalli di frisia e i sacchi di sabbia alle finestre. Mancino invece non ci sarà: ma potrà sempre telefonare. Si attende con ansia un nuovo conflitto alla Consulta, o in subordine una riforma della giustizia, che ordini di dare immediatamente alle fiamme il verbale di Sua Maestà; o, in subordine, di bruciare direttamente i magistrati.

Da Il Fatto Quotidiano del 03/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio2L’Angelino Severino
Il 1° agosto 2013 Silvio B. viene condannato in Cassazione a 4 anni di reclusione per frode fiscale, dunque deve decadere immediatamente da senatore in base alla legge Severino da lui stesso votata. Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno del governo Letta nonché segretario Pdl commenta: “Tutto il Pdl è forte e unito attorno al suo leader Silvio Berlusconi. È interesse della democrazia che una parte importante del popolo italiano non venga privata della sua leadership, visto che Berlusconi è il leader più votato di questi ultimi venti anni”. Il 20 agosto Alfano si reca in pellegrinaggio ad Arcore a prendere ordini dal pregiudicato. Il 21 incontra il premier Letta e gli chiede di “farsi carico dell’agibilità politica di Berlusconi”.

Poi vola al Meeting di Rimini: “Noi chiediamo che il Pd rifletta, astraendosi dalla storica inimicizia di questi vent’anni, sulla opportunità di votare no alla decadenza di Berlusconi” perché “l’esempio di Cristo testimonia l’esigenza di un giusto processo e la pericolosità di certe giurie popolari”. Il 24 si tiene ad Arcore il Gran Consiglio del Pdl. Alla fine B. ordina ad Alfano di leggere la seguente nota, e lui esegue: “La decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile. Ci appelliamo alle massime istituzioni della Repubblica sulla questione democratica che dev’essere affrontata per garantire il diritto alla piena rappresentanza politica e istituzionale dei milioni di elettori che hanno scelto Berlusconi. In base a precisi riferimenti giuridici chiediamo al Pd una parola chiara sul principio della non retroattività della legge Severino”. Il 24 settembre Alfano incontra Napolitano e gli chiede di graziare B. Il 27, Consiglio dei ministri sull’aumento dell’Iva: tutto bloccato da una rissa tra Franceschini (“Volete solo salvare Berlusconi”) e Alfano (“Siete voi col vostro anti-berlusconismo a cacciare il governo nei guai”). Il 28 settembre B. ordina le dimissioni dei suoi cinque ministri, che obbediscono all’istante, compreso Alfano. Il 29 Alfano, con Quagliariello, Lorenzin e Lupi, si dissocia da se stesso: “Basta estremismi, difendiamo il governo. Siamo diversamente berlusconiani”. Il 30 ottobre, a tre mesi dalla condanna, B. è ancora senatore. Ma il Senato decide che voterà sulla decadenza a scrutinio palese. Per Alfano è “un sopruso”. Il 15 novembre Alfano lascia il Pdl e fonda l’Ncd, ma avverte: “Continueremo a difendere Berlusconi dal governo”. E chiede di rinviare il voto sulla decadenza di B. a gennaio. Il 27 novembre il Senato approva la decadenza di B. Tutto l’Ncd vota contro. Alfano comunica: “Oggi è una brutta giornata per il Parlamento e l’Italia. Rivendichiamo con forza la storia di questi 20 anni. Ho sentito Berlusconi per dirgli che avremmo dato battaglia contro un cosa profondamente ingiusta”.   Ieri Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, ha annunciato alla Camera che il prefetto di Napoli, suo sottoposto, avrebbe sospeso subitissimo, prima che Napolitano arrivi in città, il sindaco Luigi De Magistris, condannato in primo grado (non in Cassazione) a 15 mesi con pena sospesa (non a 4 anni senza condizionale) per abuso d’ufficio sui tabulati non autorizzati di 8 parlamentari (non per una monumentale frode fiscale). Alfano avrebbe potuto attingere al suo repertorio e dire, in coerenza con se stesso, che De Magistris è il sindaco di Napoli più votato degli ultimi vent’anni, dunque gli va garantita l’agibilità politica; e poi la legge Severino non può essere applicata retroattivamente a fatti commessi nel 2007, cioè prima che venisse approvata nel 2012; e comunque la condanna è solo in primo grado e c’è la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva; e basta con l’uso politico della giustizia di chi vuole liquidare un avversario per via giudiziaria. Invece ha detto – a sua insaputa, s’intende – l’unica cosa giusta della sua inutile carriera: De Magistris va sospeso in base alla legge Severino, e subito. Non dopo 4 mesi: dopo 7 giorni. E alla fine non è neppure arrossito. La sua vergogna è emigrata un anno e mezzo fa in Kazakistan insieme al suo cervello, senza più dare notizie di sé.

Da Il Fatto Quotidiano del 02/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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Andrea ScanziSallusti, Formigoni e i “renziani” dell’altra sponda
SallustiUn fantasma si aggira per gli studi televisivi: si chiama Alessandro Sallusti e somiglia all’uomo che ricordavamo, ma non sembra più lui. È stanco e spento. Per nulla convinto di quello che dice. Per carità, gli capitava anche prima, ma la passione nel difendere posizioni improponibili era – se non proprio autentica – vibrante. Ora che si trova non più a supportare Berlusconi ma a incensare Renzi, come un Menichini qualsiasi, ne soffre. Comprensibilmente. Lo si è visto giovedì a Servizio Pubblico e lunedì a Piazzapulita. Quando gli dicono che è ormai più renziano dei renziani, non prova neanche più a difendersi: prende, incarta e porta a casa, da persona (quando vuole) intelligente e arguta qual è.   LUNEDÌ SERA, ospite di Corrado Formigli, ha implorato gli elettori di votare Forza Italia, non perché ci sia ancora qualcuno che creda in Berlusconi (neanche Sallusti arriva a tanto) ma per un imprecisato “bisogno di rendere il centrodestra abbastanza forte da condizionare Renzi e liberarlo dal ricatto dei D’Alema”.

Sallusti è il primo a sapere che la realtà è esattamente opposta, sia perché D’Alema ormai non conta nulla (anzi: più attacca Renzi, più lo rafforza) e sia perché il Pd è pressoché perfettamente coincidente con il centrodestra. Berlusconi o Verdini non hanno bisogno di “condizionarlo”, perché la sintonia è totale o quasi. Siamo ben dentro i Sepolcri: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi”. Berlusconi è Renzi e Renzi è Berlusconi. Infiniti i punti di contatto, dal programma (legge elettorale, riforma del lavoro, non-riforma della giustizia,   distruzione della Costituzione) alla tecnica elettorale (slogan, promesse, bugie, circondarsi di yesmen e vestali, insistere sul “quasi 41 percento che ci ha votato”). Sallusti è conscio che, al momento, di lui non c’è bisogno. E ne soffre. Sempre a Piazzapulita , il sindaco di Firenze Nardella ha sostenuto che, finora, la sinistra italiana ha avuto una grande colpa: quella di essere stata troppo di sinistra. Doppio delirio, perché la sinistra questo dovrebbe fare e perché in Italia non lo ha fatto quasi mai. Mentre Nardella parlava, esponenti di Forza Italia e imprenditori ieri berlusconiani e oggi renziani ribadivano che “la rivoluzione culturale di Renzi” (stessa immagine usata nel ’94 con Berlusconi) è stata quella di appropriarsi di quasi tutto il programma del centrodestra. Ecco perché non c’è più bisogno di Berlusconi: perché ce n’è già uno più   efficace e giovane di lui. I renziani fanno bene a rivendicare la capacità attrattiva che esercitano sull’elettorato altrui: il problema non è calamitare i voti degli ex berlusconiani, ma come li si calamita. Se si è disposti a copiarne il programma, ci si trova davanti al paradosso attuale: non la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, ma la coincidenza di due centrodestra. E – come unica alternativa – un movimento di opposizione che combatte battaglie giuste ma non sa comunicare quello che fa (M5S).   Ormai i più grandi sostenitori di Renzi sono i Sallusti e i Formigoni, e c’è da capirli: Renzi, godendo dei favori di quasi tutta l’informazione italiana perché non indossa la maglia dei “cattivi” ma dei “buoni”, può ottenere tutto quello che non ha ottenuto Berlusconi. Nanni Moretti gridò che “con questa classe dirigente non vinceremo mai”: ora che ha vinto, sarebbe bello domandargli come si sente (e se ne è valsa la pena).   L’ULTERIORE PARADOSSO è che questa “sinistra” più a destra della destra, al punto che ormai la Fornero in confronto pare il subcomandante Marcos, imbarazza più i berlusconiani dei piddini. I secondi, al di là di qualche bizza irrilevante civatiana, tutto ingoiano. Di contro i primi, se per certi versi godono, avvertono comunque il loro essere periferici. Il Capo è all’angolo e i sondaggi piangono: i berluscones si trovano così costretti ad accucciarsi ai piedi dei renziani, scodinzolando a comando delle Picierno. Un contrappasso spietato, che non si augura a nessuno. Gli siamo vicini.

Da Il Fatto Quotidiano del 01/10/2014. Andrea Scanzi via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio2L’asineria al potere

Per dire come siamo ridotti, ci tocca pure dar ragione a D’Alema: Renzi parla di cose che non conosce, confidando nel fatto che non le conosca nessuno, grazie alla collaborazione straordinaria dei tg e dei giornali. Sulla giustizia dice che in “20 anni di derby ideologico fra berlusconiani e antiberlusconiani” non s’è fatta una sola riforma: invece se ne sono fatte 120, con i bei risultati a tutti noti; e lui prepara la 121esima, degno coronamento delle altre 120. Sull’abolizione delle elezioni per il Senato dice che “se ne parla da trent’anni”, mentre nessuno – a parte Gelli nel Piano di Rinascita del 1976 – ne aveva mai parlato né sentito il bisogno. Sulle Province dice “le abbiamo abolite”, invece s’è limitato a cambiare loro il nome, ad abolire le elezioni e a moltiplicare le poltrone. Sull’articolo 18 dice che è “vecchio di 44 anni”: invece è stato riformato due anni fa, quando lui era contrario. Dice pure che “D’Alema ha avuto la fortuna di governare quando c’era la crescita: è allora che bisognava riformare il mercato del lavoro”. Infatti fu riformato con la legge Treu del 1997, con la Maroni-Sacconi del 2003 e con la Fornero del 2012: col risultato di moltiplicare i precari e i disoccupati che lui, perseverando sulla stessa strada, vorrebbe ridurre. La cialtroneria, il pressappochismo, l’ignoranza crassa e la menzogna sistematica per nascondere le tracce sono i tratti distintivi di questa “nuova” classe politica che dà lezioni alla “vecchia guardia”.

E, come diceva Goethe, “nulla è più terribile dell’ignoranza attiva” tipica di chi vuol dimostrare ogni giorno di essere giovane e nuovo.   Per dirne una: lo sapevano e lo scrivevano tutti che l’avvocatessa Teresa Bene non aveva i titoli per entrare al Csm: non è docente ordinario e non ha 15 anni di professione forense. Ma l’han votata lo stesso: ieri è stata cacciata perché ineleggibile. Un figurone. Renzi, almeno, conserva un punto a suo favore: quando la vecchia guardia faceva danni, lui non c’era. Ma i nove decimi dei suoi renzini, riciclati dell’ultima o penultima ora, c’erano e facevano danni anche loro. Eppure fanno i bulli con la stessa sua protervia nuovista, manco fossero nati ieri. Sentite questa: “Non credo che un dirigente del Pd dovrebbe provare imbarazzo a stare vicino a metalmeccanici che difendono il proprio lavoro e i propri diritti solo perché qualche estremista passa di lì”. È di Matteo Orfini quand’era ancora dalemiano e spiegava “perché sarò in piazza con la Fiom”. Era il 22 febbraio 2012 e la Fornero si accingeva a una riforma dell’art. 18 molto più blanda di quella annunciata da Renzi col consenso di Orfini (ma non della Fornero, che li scavalca entrambi a sinistra). Oggi Orfini annuncia: “Se ci sarà una manifestazione della Cgil, la guarderò in tv, il sindacato ha la colpa di essersi voltato dall’altra parte”. Lui invece ha cambiato verso, ma soprattutto poltrona: presiede il Pd renziano. Nel 2002 Cofferati portò 3 milioni di lavoratori al Circo Massimo contro B. che voleva levare l’articolo 18. E a spellarsi le mani c’era Piero Fassino: “Sull’articolo 18 il governo ha fatto una sciocchezza” urlava, eccitatissimo per la “manifestazione serena e compatta di un grande movimento di opposizione”. Per Paolo Gentiloni, “la straordinaria manifestazione di Roma non è in contrasto col nuovo riformismo”. Non poteva mancare Enrico Morando, ora viceministro dell’Economia e gran tifoso di Renzi contro l’articolo 18, come pure Gentiloni e Fassino. Ieri Roberto Giachetti contava quanti giorni han governato Bersani, D’Alema, Bindi e altri antirenziani, dimenticando quanti giorni han governato i neorenziani: “Sono stati al governo migliaia di giorni e ancora pontificano e propongono soluzioni miracolose come se non avessero mai potuto mettere alla prova i loro messaggi salvifici”. Vuoi vedere che Giachetti è appena atterrato da Marte? Può essere, sempreché sia solo omonimo del Giachetti che dal ‘93 al 2001 fu il braccio destro di Rutelli al Comune di Roma, poi 13 anni fa entrò alla Camera per non uscirne più: prima Margherita, poi Ulivo, infine Pd. E ancora pontifica. Perché Renzi è come il Dash: lava più bianco.

Marco Travsglio da il Fatto Quotidiano via triskel182.wordpress.com

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