vanity_fair_marco_travaglio1Lo Statuto Giorgino
Trattativa

Dopo l’ordinanza della Corte d’Assise di Palermo che vieta agli imputati e alle parti civili di presenziare al loro processo perché il testimone Napolitano non li vuole e dopo la sentenza del Tribunale di Roma che condanna due bersagli fissi su Sua Maestà, De Magistris e Genchi, per abuso d’ufficio senza competenza né danno ingiusto, cioè senza reato, s’impone un lesto ritorno allo Statuto Albertino. Art. 2: “Lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo”. Art. 3: “Il potere legislativo è collettivamente esercitato dal Re e da due Camere”. Art. 4: “La persona del Re è sacra ed inviolabile”. Art. 6: “Il Re nomina a tutte le cariche dello Stato; e fa i decreti e regolamenti necessari per l’esecuzione delle leggi” Art. 7: “Il Re solo sanziona le leggi e le promulga”. Art. 68: “La Giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo Nome dai Giudici ch’Egli istituisce”. Così si giustificherebbero almeno ex post le due supercazzole giudiziarie e anche tante altre cose che accadono in Parlamento, al governo, nel Csm e nei cosiddetti istituti di garanzia, del tutto ignoti alla Costituzione Repubblicana.

Il processo sulla trattativa Stato-mafia potrà essere dichiarato nullo dalla Corte d’appello, o dalla Cassazione, o dalla Corte europea dei diritti dell’uomo su richiesta di qualunque imputato o parte civile esclusa dall’udienza sul Colle. Ma gettare la croce addosso ai giudici che ieri vi hanno inoculato quella dose di veleno letale sarebbe ingeneroso. Convinti ingenuamente di vivere in una Repubblica democratica dove la legge è uguale per tutti, avevano convocato come teste Sua Altezza Reale e s’erano ritrovato addosso i dobermann del Quirinale, del governo, dei partiti e della stampa serva. Se avessero osato preferire un’altra volta la Costituzione e il Codice di procedura alla legge di Sua Maestà, non ne sarebbero usciti vivi: sarebbero stati trascinati, come già i pm, dinanzi alla Consulta e fucilati in effigie sulla pubblica piazza, previa fustigazione a mezzo stampa e tv. Esattamente quel che sarebbe accaduto ai giudici di Roma se si fossero azzardati ad assolvere De Magistris e Genchi, dopo che Napolitano e il solito Mancino avevano dato la linea fin dal 2009 dai vertici del Csm, cacciando prima il pm da Catanzaro, poi i tre pm di Salerno che indagavano sulle sue denunce, poi Clementina Forleo che l’aveva difeso. Le motivazioni di certi provvedimenti sono imbarazzanti soprattutto per chi le scrive, però aiutano a capire le motivazioni delle motivazioni. Per la Corte di Palermo, Riina e Bagarella collegati in videoconferenza col Quirinale e Mancino presente nell’ufficio dell’amico con i parenti dei caduti in via dei Georgofili avrebbero violato “le prerogative di un organo costituzionale qual è il presidente della Repubblica” e l’“immunità della sua sede”, minacciando financo l’“ordine pubblico e la sicurezza nazionale”. Mancino si sarebbe avventato su Re Giorgio che non gli risponde più al telefono? I boss avrebbero potuto sbucare dal video e piazzare una bomba sotto la sua scrivania? Dai, su, siamo seri. Ancor più avvincenti i motivi della condanna di De Magistris e Genchi. I due imputati sostenevano che, per chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare tabulati di telefoni in uso a parlamentari, bisogna prima acquisirli per sapere a chi sono intestati, quali numeri li chiamano e ne sono chiamati, e da quali celle territoriali, per accertare se il telefono lo usa il parlamentare o magari un parente, un portaborse, un amico sprovvisto di immunità. Ma il Tribunale di Roma taglia la testa al toro: basta che un telefono venga sfiorato da un parlamentare e diventa di per sé immune, anche se lo usa un altro che parlamentare non è. L’immunità è contagiosa, come il virus Ebola. Quindi, se un ladro ruba il cellulare a un onorevole e poi ci organizza una rapina, per indagare occorre il permesso della Camera. Fanno tenerezza i mafiosi che seguitano a mandarsi pizzini di mano in mano. Ma anche il vecchio Moggi, che dotava gli arbitri di Sim svizzere per non farsi intercettare. Beata ingenuità: basta farsi prestare il telefono da un amico parlamentare, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Signori delle Corti, abbiamo capito.

Da Il Fatto Quotidiano del 10/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio1Taci, il Riina ti ascolta
Hai capito i garantisti all’italiana? Pretenderebbero di vietare a dieci imputati di assistere a un’udienza del loro processo perché un testimone non vuole. La pantomima va in scena nella repubblica, anzi nella monarchia del Napolitanistan, già culla del diritto e ora del rovescio. Orde di corazzieri sdegnati e giuristi per caso si scagliano a Camere, reti ed edicole unificate contro i pm di Palermo che, anziché violare la Costituzione e il Codice e dunque condannare il processo alla nullità assoluta tenendo gli imputati fuori dalla porta, propongono di farli entrare. “Pm choc” (Messaggero). “Schiaffo dei pm” (Giornale). “Sfregio dei pm” (Libero). “Punto di non ritorno oltre il quale non ci si rialza più” (Il Sòla-24 Ore). “Trappola ordita contro il Quirinale, sceneggiata lesiva dell’onore e della funzione del Capo dello Stato, visione distorta per non dire perversa della funzione giudiziaria” (il Foglio). “Una macchina impazzita… in direzione di un traguardo che non promette nulla di buono sul piano dell’opportunità politica e della decenza…

La vergogna di esporre il capo dello Stato a una testimonianza in presenza di fior di criminali, assassini e stragisti… Baraccone… Pateracchio istituzionale” (Stampa). “Estremo e coerente capitolo di una sfida lanciata qualche anno fa dai Pm siciliani”, ma “sul Colle si confida in una scelta della Corte tale da preservare il prestigio e la dignità del capo dello Stato” (Corriere). “Non comprendo il significato processuale né istituzionale del parere della Procura” (Zanda, Pd: e studiare?). “Parere che stupisce e non mi spiego” (Finocchiaro, Pd, laureata in Legge ed ex pm). “Inaccettabile, si è passato il segno” (Speranza, Pd). “A prescindere da valutazioni imperscrutabili (la Costituzione e le leggi, ndr) auspichiamo che all’Italia e alle sue istituzioni sia risparmiato lo sfregio di due capi dell’anti-Stato presenti alla deposizione del capo dello Stato” (Quagliariello, Ncd). “Autentica provocazione che ci auguriamo non verrà raccolta dalla Corte” (Cicchitto, ex P2, ora Ncd). Sciocco chi che l’Istituzione perda prestigio e decoro in base al comportamento più o meno indecoroso di chi la occupa. Invece no: è il fatto di essere ascoltati da Riina che fa perdere prestigio. Ma qui, se abbiamo capito bene, il problema non è neppure che gli imputati assistano al loro processo (infatti nessuno obietta sulla presenza di Mancino): bensì che assistano due mafiosi e assassini. Oh bella, se Riina e Bagarella fossero due dame della carità o due monaci trappisti non sarebbero sotto processo per la trattativa Stato-mafia. Quindi, par di capire, la Corte dovrebbe dividere gli imputati buoni (politici e carabinieri) da quelli cattivi (i mafiosi, con cui però politici e carabinieri 22 anni fa trattavano proprio perché erano mafiosi, poco dopo Capaci e anche dopo via D’Amelio). “Che dirà il mondo?”: tranquilli, il mondo sa già tutto. Sa che l’Italia è stata governata sette volte da Andreotti, poi dichiarato mafioso fino al 1980. Sa che, dopo di lui, venne B., noto corruttore e frodatore, affiancato da Dell’Utri, poi condannato a 7 anni per mafia e ora detenuto nel carcere di Parma a poche celle di distanza da Riina (con cui, se vorrà, potrà collegarsi dalla stessa saletta con il Colle per la deposizione del presidente della Repubblica nata dalla trattativa). L’unico stupore, nel mondo, potrebbe sorgere dalla scoperta che in Italia si vieta agli imputati di presenziare ai loro processi e di interrogare i testimoni, violando i diritti della difesa come neppure a Guantanamo. E che i politici e i giornalisti “garantisti” ignorano la Costituzione e le leggi del loro Paese. Per fortuna il Corriere ci informa che “al Quirinale non piace che si attribuiscano a Giorgio Napolitano sentimenti incontrollati o scatti d’umore quasi scomposti, evocando ad esempio ‘ira’ o ‘rabbia’. Questo presidente, per formazione e carattere, è uomo che sa ‘governare le passioni’”. Non a caso S.A.R. “ha voluto definire con gli umanissimi aggettivi ‘triste’ e ‘amaro’ l’esito della nuova fumata nera” per i giudici della Consulta. E allora che si agitano a fare i corazzieri? Sua Maestà ha raggiunto finalmente una completa, umanissima atarassia. Dai che è la volta buona che parla.

Da Il Fatto Quotidiano del 09/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglioQuante deviazioni hai
scarpinatoCasomai occorressero altre conferme alla trattativa Stato-mafia e non bastassero le minacce anonime giunte per lettera in Procura contro i pm che sostengono l’accusa al processo e le condanne a morte pronunciate da Salvatore Riina nel carcere di Opera contro Nino Di Matteo, ecco gli avvertimenti istituzionali al Pg Roberto Scarpinato. “Puzzano di apparati dello Stato”, ha detto quest’ultimo in commissione Antimafia. Non sono i mafiosi, in questo momento, ad avercela con lui: l’unica attività che può esporlo a minacce è il ruolo attivo e insolito per un Procuratore generale che Scarpinato s’è assunto: quello di rappresentante dell’accusa al processo d’appello per la mancata cattura di Provenzano, che vede imputati uomini dello Stato. E cioè due ex alti ufficiali del Ros: il generale Mori (ora finalmente in pensione) e il colonnello Obinu (ora all’Aisi, ex Sisde) per favoreggiamento a Cosa Nostra. La decisione di seguire personalmente il processo, riaprendo le indagini e depositando nuove carte (in parte frutto del suo lavoro, in parte ereditate dal Pool Trattativa di Di Matteo&C. che aveva seguìto il processo in primo grado, concluso con l’assoluzione perché “il fatto non costituisce reato” per mancanza di dolo), ha molto irritato “qualcuno”. Non sul fronte mafia, stavolta, ma sul fronte Stato. Del resto i messaggi ricevuti nell’ultimo mese, subito dopo le sue visite all’Aisi per acquisire carte sull’attività del servizio segreto civile nelle carceri e sui soldi regalati al boss pentito Sergio Flamia, considerato un depistatore prezzolato, sono tipici dei cosiddetti “servizi deviati”.

Anche se non si capisce bene deviati rispetto a chi e a cosa, ed è sempre vivo il sospetto che deviati siano quei magistrati che si ostinano a indagare sui misteri retrostanti le stragi e la trattativa, mettendo a rischio la tenuta di quest’ultima.   Ai primi di settembre qualcuno che conosce a perfezione i quattro ingressi che portano all’ufficio di Scarpinato ne imbocca uno privo di telecamere di sicurezza e lascia sulla sua scrivania una lettera piena di citazioni latine, di sfoggi di erudizione letteraria, di riferimenti a conversazioni che Scarpinato ha avuto negli ultimi giorni con pochissimi colleghi e investigatori, di dettagli sulla sua vita professionale e addirittura sulle sue abitazioni in città e al mare, seguiti da minacce raffinatissime: stai attento, possiamo raggiungerti ovunque, stai esorbitando dai tuoi compiti, rientra nei ranghi prima che sia troppo tardi, noi non vorremmo, ma stavolta non facciamo eroi… Il 22 o il 23 settembre “qualcuno” scrive “Accura” (stai attento) con una biro dalla punta di gomma sulla porta di fronte all’ufficio del Pg. Si pensa che abbia commesso un errore, perché il corridoio è sorvegliato da sei telecamere che conservano in memoria le immagini fino a 12-15 giorni. Ma quando i pm di Caltanissetta acquisiscono i filmati, mancano già 7 giorni; e quando azionano l’apparecchio per visionarli, scoprono che sull’ hard disk ne è rimasto memorizzato solo uno. Due guasti tecnici consecutivi sono troppi anche per i professionisti della normalità e delle carte a posto. L’impianto è stato probabilmente manomesso, se non due volte almeno una, da “qualcuno”. Che non è un mafioso, ma un habitué del Palazzo di giustizia. L’inchiesta nissena è aperta per minacce e intrusione informatica, e senza l’aggravante mafiosa: la mafia non c’entra, c’entra lo Stato. Lo Stato parallelo. Che s’è rimesso a parlare con messaggi criptati, comprensibili solo da chi possiede il cifrario per decodificarli.   Questa si chiama “strategia della tensione”. E serve a seminare paura, ma anche sospetti e zizzania a Palazzo, in un clima da tutti contro tutti. Giornali e tg intanto parlano di Juve-Roma e altre cazzate, e i politici si dividono fra l’arbitro Rocchi e il duo Violante-Caramazza. E il Csm e il suo capo, anziché nominare subito il nuovo procuratore di Palermo e precipitarsi in città a dire da che parte sta lo Stato solidarizzando con le toghe in pericolo, pendono dalle labbra e dai ricorsi al Tar di tal Teresa Bene, ineleggibile, dunque eletta, quindi decaduta. Oggi come 22 anni fa, mafia e Stato marciano divisi per colpire uniti. E viceversa. Perfetto gioco di squadra fra due vecchi compari.

Da Il Fatto Quotidiano del 08/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglioCirco Massimo o Minimo?
Circo MassimoL’altro giorno, all’aeroporto, incontro un sondaggista molto in voga. Che mi domanda: “Ma secondo lei Grillo lo sa che il Movimento 5Stelle è ancora il primo partito fra gli italiani sino a 45-50, e sopra quella soglia crolla, regalando a Pd e Forza Italia tutto il resto del paese più vecchio d’Europa?”. Giro volentieri la domanda a Grillo, a Casaleggio e ai 5Stelle tutti, con un paio di aggiunte: oltre a ripetere continuamente che siete la principale e spesso unica forza di opposizione in Parlamento e nel Paese, vi rendete conto della responsabilità che avete? E che fate per comunicare la vostra quotidiana battaglia di opposizione in Parlamento e fuori, soprattutto a quella fascia di età che non sa niente di voi oppure sa cose false o molto parziali perché non usa la Rete e s’informa quasi soltanto dalle tv e dai giornaloni governativi, che se parlano di voi è per dipingervi come inaffidabili, litigiosi, inconcludenti, inutili? La tre giorni al Circo Massimo è un’ottima occasione per riflettere su questi temi, anzi è forse l’ultima spiaggia per rilanciare un Movimento che ha suscitato tante aspettative e solo in parte, nella realtà e soprattutto nella percezione, le ha soddisfatte.

Se invece diventerà l’ennesima seduta di autocoscienza, l’ennesimo sfogatoio di risentimenti interni, personalismi vacui e guerricciole intestine, si rivelerà un’occasione perduta e forse irripetibile. Il caso Pizzarotti è esemplare. Capitan Pizza, come lo chiama Grillo, s’è rivelato un onesto, oculato e concreto amministratore: chi prevedeva che Parma, nelle mani dei barbari “grillini”, sarebbe finita nel baratro, è rimasto deluso. Il baratro è quello che Pizzarotti ha ereditato dai suoi dissennati e spesso corrotti predecessori. E, costretto a fare le nozze con i fichi secchi, ha tutt’altro che sfigurato. La sua veste di sindaco, obbligato a fare i conti con la realtà, gli ha alienato le simpatie dei vertici e della parte più movimentista della base, che sognavano rivoluzioni impossibili: tipo sull’inceneritore che, carte bollate alla mano, era ormai impossibile bloccare. Quando, a giugno, un gruppo di duri e puri avviarono una raccolta di firme per sfiduciarlo, Grillo e Casaleggio ebbero il merito di fermarli, anche perché licenziare il primo sindaco di capoluogo eletto dai 5Stelle sarebbe stato un autogol clamoroso mentre il Movimento s’accingeva a espugnare la rossa Livorno. La frattura sembrò ricomporsi, salvo riesplodere un mese fa, stavolta per colpa di Pizzarotti, che pareva incline a un accordo col Pd per le famigerate “nuove province” contro la scelta pentastellata di disertare un’istituzione che si vuole abolire per davvero (non per finta come ha fatto Renzi). Ora ci risiamo, con l’assurda decisione di escluderlo dai relatori sul palco del Circo Massimo e con l’altrettanto assurdo sms che il sindaco di Parma ha inviato ad alcuni parlamentari invitandoli a “mollare” Grillo e Casaleggio, additati come sentina di tutti i guai dei 5Stelle. Grillo e Casaleggio si sono inventati il movimento, che senza di loro non sarebbe esistito e non esisterebbe. È inevitabile che, a un certo punto della vita, i figli si liberino dei padri: ma quel momento per i 5Stelle non è ancora arrivato. Ciò che serve oggi, l’abbiamo scritto e lo ripetiamo, è un portavoce o un gruppo ristretto di portavoce, eletto dai parlamentari o dagli iscritti al blog, che rappresenti la “linea” ufficiale e ogni sera vada a spiegare attività e proposte alternative a quelle del governo nei tg ed eventualmente in qualche talk show giudicato praticabile. Senza paura di dialogare con le altre opposizioni, quando si manifestano, e di sposarne le iniziative, quando sono buone: per esempio il referendum della sinistra contro il pareggio di bilancio in Costituzione o quello della Lega (sostenuto anche dalla Fiom) contro la legge Fornero. Del resto furono proprio Grillo e Casaleggio a firmare il documento di Libertà e Giustizia contro la svolta autoritaria di Renzusconi. Le forze governative sono talmente numerose e schiaccianti che le opposizioni o si fanno sentire tutte insieme, oppure è come se non esistessero.

Da Il Fatto Quotidiano del 07/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio3Ma mi faccia il piacere
TotoEn travesti. “Il mio più grande errore? Non fingermi di sinistra” (Silvio Berlusconi, FI, Libero, 1-10). Comunque Renzi ci è cascato lo stesso. Ossimori. “Berlusconi chiede cautela ai suoi: l’opposizione sia ‘intelligente’” (Corriere della sera, 30-9). Gasparri, non fare quella faccia: a te lo spiego poi dopo, con calma. L’acqua asciutta. “I   nodi della deposizione al Quirinale: chiedono di assistere i boss mafiosi. La ‘tranquillità’ di Napolitano” (Corriere della sera, 3-10). “Trattativa, ira del Quirinale per i boss alla deposizione” (Repubblica, 3-10). Una tranquillità iraconda, anzi un’ira tranquilla.   Il ciuccio. “Renzi sfida la Merkel: non siamo studenti” (Corriere della sera, 3-10). Infatti non studia.   No, merci. “Renzi: sto con la Francia” (Corriere della sera, 3-10). La Francia: grazie del pensiero, ma non è il caso, abbiamo già un sacco di casini per conto nostro.   I complessi. “Ho inventato le mie lauree per un complesso d’inferiorità” (Oscar Giannino, Libero, 4-10).

Non aveva ancora saputo che la Boschi è laureata.   Capefitto. “Capezzone vota contro Berlusconi all’ufficio di presidenza di Forza Italia insieme a Fitto, che ha già in mente una campagna sul territorio e guarda a Passera” (Corriere, 4-10). Fitto, Capezzone e Passera: se Matteo gli presta pure D’Alema come nemico, B. è in una botte di ferro.   Lecca-Mineo. “I renziani mi scrivono: sei inutile come un lecca lecca alla merda” (Corradino Mineo, Pd, 1-10). Con la differenza che i lecca lecca alla merda sono utilissimi.   Guardie e ladri. “Il triste crepuscolo delle toghe che traslocano nella politica” (La Stampa, 27-9). “La triste parabola dei manettari: De Magistris, Ingroia e Di Pietro” (Panorama, 8-19). I ladri in politica invece godono ottima salute.   Complice di onestà. “Così Napolitano favorì Mani Pulite” (Stefania Craxi, il Giornale, 3-10). Vedi sopra.   Reati inutili. “Albertini intercettato con due ex giudici: ‘Ecco le carte per screditare Robledo’” (Corriere della sera, 1-10). Fatica sprecata: bastava fidarsi di Bruti Liberati.

Sinonimi. “Per i marò una difficile exit strategy” (Panorama, 8-19). Una volta si chiamava evasione.
Fessino. “Lo Statuto dei lavoratori risale al 1970, oggi siamo in un contesto radicalmente diverso da quello. Lo Statuto fu concepito prima della moneta unica, prima della globalizzazione” (Piero Fassino, Pd, sindaco di Torino, La Stampa, 3-10). E allora che ci faceva Fassino al Circo Massimo con la Cgil di Cofferati a difendere l’articolo 18 minacciato da Berlusconi nel 2002, dopo la moneta unica e in piena globalizzazione? Portava a spasso il cane?
Braccia rubate alla viticoltura. “D’Alema e Vespa vignaioli” (La Stampa, 2-10). Levateje er vino.
Otto von Renzi. “Il mio Pd ha preso più voti della Cdu della Merkel” (Matteo Renzi, presidente del Consiglio, 30-9). Ma molti meno di Hitler.
Articulo mortis. “Un esercito di giovani disoccupati: 44,2%” (Repubblica, 1-10). Visto che il Pd è al 40,8%, ora sono il primo partito.
Fuga di massa. “Articolo 18, scontro Renzi-Ncd. Per ora saltano le modifiche. Alfano: ‘Bloccate l’emendamento o i miei vanno da Berlusconi’” (Repubblica, 2-10). Tranqui, Angelino, tanto ci vanno lo stesso.
Grazie. “Renzi: grazie a bonus e Tfr 180 euro in più in busta paga” (La Stampa, 1-10). Cioè: vi do i vostri soldi in anticipo, ve li tasso di più, e nemmeno mi ringraziate?
Crescete e moltiplicatevi. “‘Così torneremo a fare figli’: il piano Lorenzin per la fertilità” (Repubblica, 1-10). È una promessa o una minaccia?
Minimum Tax. “Irlanda e Lussemburgo nel mirino Ue per gli aiuti illegali alla Apple e a Fiat” (Repubblica, 1-10). Toh guarda: le migliori amiche di Renzi.
Attira & ammira. “Sono fortemente attirato da qualunque sostanza stupefacente” (Ignazio Marino, Pd, sindaco di Roma, 30-9). Allora però fai causa al tuo pusher.

Da Il Fatto Quotidiano del 06/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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