antonio-conteIo, profano (e ingenuo),
sogno un ct che lo faccia per amore
Il munifico contratto di Conte con la Nazionale

La premessa è d’obbligo: io e il calcio non siamo particolarmente amici. Non è il mio sport preferito (non riesco ad appassionarmi a uno sport che prevede il pareggio come possibile risultato), non ho una squadra del cuore (l’ho avuta fino a 14 anni: era il Monza; con in più una certa ammirazione per l’Inter negli anni di Facchetti, Altobelli e Rummenigge, ormai preistoria), non seguo il campionato se non quando sono di turno in redazione, un po’ di più mi appassiona la Champions League dove, da non tifoso, tifo regolarmente per tutte le squadre italiane. Però c’è la Nazionale. Quella sì. Non tanto perché è la summa dei migliori talenti calcistici di casa nostra, ma proprio perché è la Nazionale. Tifoso patriottico, insomma. Proprio per questo nelle ultime ore sono rimasto particolarmente deluso da quanto accaduto attorno alla vicenda Conte.
Il tema è quello dell’ingaggio. In un’Italia che tira avanti con fatica e che è ufficialmente in recessione tecnica è davvero sconcertante che venga assegnato al ct azzurro un compenso di quell’entità: quattro milioni di euro più vari incentivi, a esempio i 500 mila euro nel caso di qualificazione alle finali degli Europei. Questa clausola è una delle più ridicole: perché Conte deve ricevere un extra se fa vincere la squadra? Non è forse quella la «mission» di un allenatore? Il giornalista è pagato per scrivere, il fabbro per fare cancelli, il ct per mettere insieme una squadra vincente. Nessuno gioca per perdere e quindi non dovrebbe esserci alcun incentivo alla vittoria. Semmai il contrario: 500 mila euro in meno per ogni qualificazione mancata.
L’altro aspetto che ai miei occhi di profano appare inconcepibile è la cifra. Poco mi interessa che metà della somma sia pagata da uno sponsor: è comunque fuori dal mondo. Non ne faccio una questione di etica, per quanto nell’Italia boccheggiante del 2014 quel cachet suona come un insulto per le tante famiglie che tirano la cinghia e che faticano ad arrivare a fine mese. La cosa ha piuttosto a che fare con la singolarità del caso: Conte in questo momento era un disoccupato. Un disoccupato eccellente, ça va sans dire, ma pur sempre un disoccupato. E da quando un disoccupato può dettare le regole del suo contratto? Alzi il prezzo se devi lasciare un lavoro che già hai, non se non ne hai alcuno. Qui entra in gioco tutta la mia profanità calcistica: davvero nessun altro, magari meno esoso, avrebbe potuto occupare quella panchina? Non so valutare le dietrologie che circolano in queste ore, secondo cui era già tutto scritto e l’addio alla Juve era propedeutico alla sostituzione di Prandelli. Ma di fronte a chi taglia corto chiamando in causa il «mercato» mi chiedo se veramente sia stato fatto un accurato «benchmark» per valutare varie alternative e scegliere la migliore possibile, anche nel rapporto costi-benefici.
Ma forse quelli come me, per cui il calcio è qualcosa di più simile alla partita nel deserto di Marrakech Express che non alle bizzarrie del calciomercato professionistico o alle paturnie da tifosi, non lo potranno mai capire. Sono rimasto sinceramente sorpreso molti anni fa nell’apprendere che erano previsti dei gettoni anche per i calciatori convocati in Nazionale. Pensavo che indossare la maglia azzurra dovesse essere semplicemente un onore, un motivo di orgoglio e che si accettasse solo per la gloria. Ero ingenuo e quelli erano i tempi in cui i calciatori si vergognavano perfino a cantare l’inno nazionale in campo. Oggi l’inno tendenzialmente lo cantano ma la Nazionale, che mi immaginavo potesse restare zona franca, è sempre più business as usual (che fastidio il tablet sotto il microfono delle interviste con i marchi degli sponsor che scorrono).
L’ingaggio milionario di Conte arriva pochi giorni dopo l’elezione al vertice della Fgci di un signore che giustifica l’aver equiparato i calciatori africani a dei mangia banane come una frase inserita in un contesto (mi ha ricordato Scajola che dopo aver dato del «rompicoglioni» a Marco Biagi aveva accusato i giornalisti di averla estrapolata dal contesto, come se possa esistere un contesto in cui dare del rompicoglioni a un collaboratore del governo ucciso dalle Brigate Rosse). Quindi di questo calcio non dovrebbe stupirmi più nulla. E invece mi stupisco ancora. E continuo a sognare che qualcosa possa cambiare. Chissà, magari un ct che come fece Monti salendo a Palazzo Chigi decida di mettersi al servizio della causa rinunciando a ogni compenso. Così, giusto per orgoglio. E per amore. E che anziché dirsi banalmente felice per la scelta per la sua prima dichiarazione ufficiale prenda in prestito quelle parole che risuonano negli stadi prima del calcio di inizio di ogni partita della Nazionale: «L’Italia chiamò!»

  di ALESSANDRO SALA   da corriere.it

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massimo gramellini Puma Libre

Lo stipendio del prossimo commissario tecnico della Nazionale sarà pagato al sessanta per cento da una multinazionale di scarpette. I puristi si metteranno le mani nei capelli (sempre che ne abbiano in abbondanza come lui). Ma chi purista non è, e nemmeno capellone purtroppo, accoglie con curiosità la privatizzazione dell’incarico più pubblico che esista. Non prima di avere esaminato le alternative.

L’abbattimento del sistema capitalistico, di difficile realizzazione nell’immediato. O l’affidamento della panchina azzurra a un allenatore di seconda fila che si accontenti di quanto può corrispondergli uno Stato in bancarotta: briciole, rispetto alle fettone di torta che si spartiscono i migliori.

Una volta deciso di puntare su un professionista dalla bravura inversamente proporzionale alla simpatia, bisogna capire se è più saggio che a Conte i milioni li dia la Puma o il contribuente italiano. Non sfugge il rischio che l’azienda tedesca possa esercitare pressioni sulla madonnina piangente di Lecce affinché convochi in Nazionale qualche fotomodello dal talento dubbio e balotello. Ciò nonostante, l’influenza della Puma resta preferibile a quella di Buana Tavecchio e del sor Lotito, che di Conte sarebbero gli interlocutori se il suo stipendio fosse interamente in conto allo Stato.

Con buona pace dei difensori del Bene Comune, l’Italia non è la Scandinavia: qui ciò che è pubblico è pagato da tutti, ma appartiene soltanto ai partiti e ai loro analfabeti di riferimento. Per questo è meglio, o comunque meno peggio, avere dei padroni che dei padrini. Se non altro, ci costano meno.

MASSIMO GRAMELLINI da lastampa.it

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marcello-venezianiSolo chi fa i disastri può spiegarli
Capitan Schettino era solo l’inizio

Capitan Schettino era solo l’inizio. Lui che parla di gestione del panico era solo la punta dell’iceberg, per restare nel genere Titanic.

Abbiamo scoperto in esclusiva il piano intero di lezioni esterne previste all’Università La Sapienza di Roma. Dopo di lui, Kabobo avrebbe spiegato come si gestisce la paura degli italiani verso gli emigrati. Poi da Avetrana Michele Misseri avrebbe raccontato come si gestisce una famiglia. Il prof di Saluzzo insegnerà come gestire la pedofilia nelle scuole. Su come gestire i risparmi sarebbe intervenuto il Madoff dei Parioli. Ma il salto di qualità era nelle lectio magistralis. Qui avrebbe inaugurato il danno accademico il professor Mario Monti parlando su come si gestisce un Paese in crisi. Quindi il maestro Fini avrebbe tenuto una lezione su come gestire la destra. In tema di castità l’esperto Rocco Siffredi avrebbe esposto il tema «Falli da espulsione».

Come restare calmi era invece la lezione affidata a Vittorio Sgarbi. Il paffuto Mollica del tg1 avrebbe tenuto una lectio con un titolo sponsorizzato da una ditta: «C’è sempre spazio per i magretti». Per la cattedra d’italianistica è stato chiamato dalla Crusca (cioè dalla stalla) l’emerito agro-linguista Tonino Di Pietro. Tanti sindaci schettini si contendevano la lezione su come si gestisce una città. In tema di corruzione i relatori avrebbero superato gli ascoltatori. Avrebbe chiuso il ciclo il Rettore Frati su come si gestisce il familismo all’Università. L’inchino della Sapienza dopo quello della Concordia.

Marcello Veneziani  da ilgiornale.it

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beppe-severgniniIL FERRAGOSTO DI UN PAESE IN BILICO
Alla ricerca della fiducia

Ferragosto è una festività romana, cristiana, italiana. Il riposo di Augusto (feriae Augustii) è diventato, per tradizione, quello di tutti noi. Un riposo che dovrebbe essere sereno. Quest’anno la meteorologia, l’economia e le armi l’hanno reso, invece, ansioso. Ansia comprensibile: basta che non diventi rassegnazione.
Matteo Renzi, al governo da sei mesi, appare preoccupato. L’insistenza con cui chiede ottimismo inizia a somigliare a quella dei predecessori. Alcuni scatti denotano nervosismo. Non ne ha motivo. Non si cambia l’Italia in sei mesi (né l’economia, né l’umore). Occorre procedere per gradi: spiegando, semplificando, rassicurando. L’ottimismo a comando non esiste.
Ha ragione, il giovane presidente del Consiglio, a ricordare che non siamo soli a faticare. Ieri è stato diffuso il dato della crescita del Pil per l’eurozona: solo 0,7% su base annua. Fa altrettanto bene, Renzi, a ricordare che siamo un grande Paese – la terza economia del continente, la seconda industria dopo la Germania – e abbiamo motivi d’essere orgogliosi. Fa meno bene a derubricare la preoccupazione come rassegnazione, e a liquidare i critici come «gufi».
Sono frasi buone per Twitter o per la campagna elettorale. Ma col primo non si governa, e la seconda appare esclusa (proprio da lui). Forse il premier dovrebbe limitare gli obiettivi e, già che c’è, le dichiarazioni, le celebrazioni e le inaugurazioni, che costringono a essere enfatici e un po’ generici. Qualcuno l’ha fatto notare: se quel paragone tra la ripresa e l’estate l’avesse tirato fuori Silvio Berlusconi («Non è arrivata quando volevamo, magari non è bella come volevamo, arriva un po’ in ritardo, ma arriva») sarebbe stato deriso.
Matteo Renzi è determinato. Ha costretto il Senato elettivo ad abolire se stesso, ed è come convincere i pesci rossi a togliere il tappo dell’acquario: non facile. Perché non anticipa, come suggerito sul Corriere da Ferrera, Giavazzi e Alesina, la riforma sul lavoro? Introducendo un contratto a tutele crescenti dimostrerebbe al mondo che facciamo sul serio. Le preoccupazioni, nelle istituzioni internazionali e sui mercati, ci sono: è infantile nasconderselo. Mario Draghi ha chiesto «un segnale importante a settembre»? Bene: noi mandiamolo prima.
Gli italiani che oggi si riuniscono a pranzo vogliono essere ottimisti. Il nostro vocabolario del disagio è ridotto, rispetto a quello di inglesi, tedeschi o francesi (niente gloom , nessuna Angst , poco malaise ). Siamo una nazione reattiva. Siamo stati troppo poveri per sentirci depressi. Abbiamo resilienza, fantasia e coraggio. Ma non possiamo accettare che chi sta al governo dica va tutto bene! e chi sta all’opposizione risponda va tutto male! (salvo scambiarsi i ruoli alla prima occasione).
Non è giusto costringere gli italiani a scegliere tra trionfalismo e disfattismo. Molti di noi sono pronti a investire, a provare, ad assumere: ma occorrono norme e garanzie, non polemiche e promesse. La fiducia non si pretende, si conquista. Matteo Renzi deve capirlo.
Ferragosto è un ottimo momento per ripartire. Tre splendidi racconti di Cesare Pavese sono riuniti sotto il titolo La bella estate. Siamo ancora in tempo. Con qualche dichiarazione in meno e un po’ di concretezza in più, potrebbe diventare la stagione della riscossa.

da corriere.it

 

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paul de grauwe“Draghi e Berlino sbagliano tutto”
L’economista Paul De Grauwe.

Come uscire dalla crisi l’hanno capito tutti: inglesi, giapponesi e americani. Tutti tranne l’Europa, che continuerà a essere schiacciata dalle paure di tedeschi e olandesi”. Paul de Grauwe, belga, docente alla London School of Economics, è un economista di fama mondiale. La sua ricetta per uscire dalla spirale di recessione e deflazione è una sola: tornare a spendere. Gli ultimi dati sul Pil di Francia e Germania mostrano che la crisi è davvero europea. Come si è arrivati a questo   punto?   L’azione politica comunitaria è completamente sbagliata da anni. È stato imposto a tutti i Paesi di badare solo alla riduzione del deficit e si è detto ai governi che si sarebbe usciti dalla crisi migliorando la competitività dell’offerta.

Il risultato è che individui, consumatori e investitori tendono a non spendere, la domanda continua a calare e l’Europa rimane intrappolata nella recessione.   Come se ne esce?   Facendo ripartire la domanda, l’esatto contrario di quanto avvenuto fino a oggi. Solo un cambio delle politiche di bilancio può far sparire la paura. I governi nazionali devono investire in energia, infrastrutture e ambiente.   C’è però un problema di debito pubblico.   No, questo è il momento giusto: in Germania i tassi d’interesse sono all’1 per cento. Spendere oggi è facile e vantaggioso, la Commissione europea lo deve accettare.   Chi sono i responsabili di questa crisi?   Non ce n’è uno solo: i governi, la Commissione, la Banca centrale europea, nessuno ha capito quali siano le riforme essenziali. Per non parlare degli economisti che continuano a ripetere che il problema di domanda si risolve agendo sull’offerta, una idea semplicemente ridicola.   Mario Draghi cosa   dovrebbe fare?   Quantitative easing, cioè immettere liquidità nel sistema e fare in modo che arrivi alle imprese. Non è un’idea innovativa, l’hanno già fatto tutti: la banca centrale inglese, quella giapponese, quella americana. Solo la Bce resta ferma.   Ha un’idea del perché?   Tedeschi e olandesi hanno un problema emotivo: temono l’inflazione, quando oggi siamo in piena deflazione. Non hanno capito che questo non è il primo Dopoguerra.   In molti chiedono all’Italia di cedere sovranità per attuare le riforme, come in Grecia. È una strada percorribile?   Assolutamente no e non solo perché il programma di riforme è tutto sbagliato. La Banca centrale europea e la Commissione europea stanno tentando di espropriare governi e Parlamenti delle loro funzioni. Vogliono prendersi il diritto di decidere dai politici eletti per consegnarlo nelle mani di dei burocrati. Non stanno distruggendo solo l’economia, ma anche la democrazia.   Quindi condivide il pressing politico di Renzi sulla flessibilità?   Certo, ha tutto l’interesse a spingere su queste priorità. Fa bene a chiedere che gli investimenti escano dal conteggio del deficit. C’è però un problema.   Quale?   Lui deve provarci, ma sarà molto difficile che ce la faccia. Solo il deterioramento complessivo dell’economia europea può aiutarlo: deve andare dagli altri Paesi in difficoltà e convincerli a seguirlo. Ci provi con Hollande, con la Spagna.   L’Italia però sta peggio degli altri.   Certo: da voi è da più tempo che gli investitori non investono e i consumatori non spendono. Fate ripartire i consumi: questa è l’unica soluzione.

Da Il Fatto Quotidiano del 15/08/2014. Alessio Schiesari via triskel182.wordpress.com

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