scalfari vignettaLa sentenza forse è giusta ma disonora il paese
L’assoluzione di Berlusconi in appello per il caso Ruby non intacca la ricostruzione di quel personaggio che ha recato al Paese umiliazione e dileggio in tutto il mondo. Un articolo della Costituzione impone al pubblico ufficiale di onorare la carica. I magistrati avrebbero dovuto tenerne conto

Domenica scorsa ho raccontato una mia lunga conversazione con papa Francesco. È la terza che abbiamo avuto nel palazzo di Santa Marta dov’è la sua residenza che non somiglia in nulla al Palazzo Vaticano dove i Pontefici hanno risieduto almeno per quattro o cinque secoli. Per un miscredente che ammira la predicazione di Gesù di Nazareth, come è riferita dai Vangeli e approfondita e commentata dalle lettere di Paolo alle nascenti comunità della nuova religione, conversare con papa Bergoglio e spesso anche scriversi e scambiare telefonate è una profonda stimolazione dello spirito. Io non cambio il mio modo di pensare e il Papa lo sa benissimo; ma sento cambiare o arricchirsi il mio modo di sentire. Così spero accada anche ai miei lettori e così anche il Papa mi dice che avviene. Lui parla con moltissima gente, conforta, aiuta, rafforza la vocazione per il bene del prossimo e contemporaneamente trasforma e rinnova la Chiesa e le sue strutture che ne hanno gran bisogno. Un grande Papa, lascerà una traccia profonda nella storia della Chiesa che ha gran bisogno di uscire da un troppo lungo isolamento. Ho ricordato quel mio incontro di domenica scorsa con papa Francesco perché non capita spesso. Quando avviene è per me un gran sollievo.

Ma già dalla settimana successiva debbo tornare al mio lavoro di commentatore politico, economico, sociale. Anche quei temi mi appassionano, ma molto meno. Sarà il tempo che fugge via, sarà la statura spesso modesta dei protagonisti e sarà soprattutto la modestia della struttura etico-politica che caratterizza la fine d’epoca che stiamo vivendo.

Le fini d’epoca possono essere grandiose o mediocri. Quella che stiamo vivendo è decisamente mediocre e tuttavia bisogna illustrarne la drammaticità. Mediocre e drammatica. A volte è accaduto nella storia del mondo. L’Alto Medioevo fu un caso analogo e assai prima lo era stato la fine dell’Impero romano, da Teodosio in poi. A maggior ragione bisogna occuparsene cercando di capire e di far capire quanto avviene. Spesso sbagliamo anche noi sia le diagnosi sia le terapie.

Nessuno è infallibile, papa Bergoglio sa che non lo è neppure il papa. Per questo è grande anche se non lo sa e non se lo propone. Lasciate che un miscredente lo dica.

* * *

Ieri e oggi e forse per parecchi giorni ancora il fatto dominante in Italia è la piena assoluzione di Silvio Berlusconi da parte della corte d’Appello di Milano, annullando radicalmente la precedente sentenza del tribunale che lo condannava invece a 7 anni di reclusione.

La sentenza non fa storia fuori dal nostro Paese. L’Europa è alle prese con la guerra in Ucraina e con quella tra Israele ed Hamas; ma sta rinnovando tutte le proprie cariche ed è afflitta da una stagnazione economica e teme sempre di più di una possibile deflazione monetaria. Gli strumenti di contrasto non mancano ma la sorte di Berlusconi provoca al più qualche battuta scherzosamente cattiva.

Da noi è diverso: un uomo che ha dominato nel bene e soprattutto nel male il Paese torna di nuovo a farsi sentire quando veniva dato per politicamente ed anche economicamente morto e sepolto. Soprattutto rafforza alcuni protagonisti che nel frattempo hanno conquistato una parte del potere e ne indebolisce altri. Quindi abbiamo buone ragioni per occuparcene.

Personalmente debbo e voglio ribattere ad un grave insulto che Giuliano Ferrara ha lanciato a tarda notte di ieri ai microfoni di La7 con tale veemenza che Mentana, conduttore di quella trasmissione, ha dovuto silenziargli il microfono (video). L’insulto era diretto a Giuseppe D’Avanzo, giornalista di questo giornale e morto qualche anno fa. Ferrara l’ha indicato come un raccoglitore di falsità contro Berlusconi del quale avrebbe deturpato senza darne prova l’immagine privata e pubblica, gettando contro D’Avanzo l’insulto di falsità, di calunnia e di odio privo d’ogni fondamento.

Difendere D’Avanzo da queste contumelie mi sembra superfluo e quasi offensivo tanto è lontano dalle falsità che Ferrara gli attribuisce. Conosco bene il suo accusatore che – per sua sfortuna – ha una doppia natura: è gentile ma coltiva dentro di sé un complesso sado-masochista che a volte prende il sopravvento e lo spinge a farsi del male e a farlo agli altri nel più irruente dei modi. Così ha fatto per D’Avanzo e in molti altri casi. Il mio collega e amico era tutt’altra persona. Faceva il suo mestiere di giornalista con uno scrupolo ed una oggettività che ne fecero uno dei migliori della sua generazione. Raccoglieva con scrupolo indizi e prove del malaffare che avviliva il nostro Paese e lo denunciava descrivendo lo scenario attendibile che sarebbe toccato ad altri, politici e magistrati, di verificare e giudicare. Non sbagliò quasi mai; le rare volte che accadde, quando se ne accorse fu il primo ad ammetterlo e a scusarsi.

Su Berlusconi vide tutto e vide giusto. La sentenza della corte d’Appello non intacca minimamente la ricostruzione di quel personaggio che ha recato al Paese umiliazione e dileggio in tutto il mondo. Ed è di questo che ora dobbiamo parlare.

* * *

Le sentenze (è un detto comune) si rispettano e si eseguono. Per metà è un detto vero, per l’altra metà è sbagliato. Le sentenze, quando diventano definitive, si eseguono, ma possono essere liberamente criticate e gli errori che eventualmente contengono possono (debbono) essere indicati. Purché si tratti di critiche obiettive e non faziose tenendo sempre presente il dettato costituzionale che pone al centro dei poteri del giudice il suo libero convincimento, sempre che esso non sia fonte di intenzioni dolose, nel qual caso il giudizio spetta ad altri magistrati.

Per quanto ci riguarda noi pensiamo che la sentenza dell’altro ieri della corte d’Appello di Milano non sia affatto inficiata da dolo, ma da un libero convincimento che contrasti con gli altrettanto liberi convincimenti del tribunale milanese, della sua procura e perfino della procura generale della corte d’Appello che aveva chiesto nella sua requisitoria la conferma del predetto provvedimento del tribunale e che, come è quasi certo, ricorrerà in Cassazione quando tra 90 giorni le motivazioni della corte d’Appello saranno rese pubbliche.

Resta da capire e da spiegare il capovolgimento così totale tra le due sentenze, la prima delle quali ebbe quasi cinquanta udienze di dibattimento, l’altra quattro in tutto. Ciò significa che non è stato da parte della corte d’Appello un nuovo emergere di fatti ma un diverso libero convincimento.

Motivato da che cosa? Ecco il punto, cioè i due punti da essa indicati perché due sono i reati oggetto dei procedimenti in questione: quello di concussione al pubblico ufficiale e quello di corruzione di minorenne (che per raffigurarsi come reato deve essere non solo effettuata ma consapevole).

Il primo reato si consuma in alcune telefonate a un dirigente alla questura milanese che in quella fatale notte aveva arrestato e trattenuto in questura la ragazza Ruby, rea di un furto compiuto insieme ad una sua compagna. La questura aveva l’obbligo di confermare gli accertamenti necessari e poi assegnare ad una apposita comunità ritenuta idonea la colpevole (minorenne) del fatto commesso. Berlusconi si trovava a Parigi per un incontro internazionale. Viene informato dell’arresto di Ruby da persona a lui nota e in possesso del suo numero di cellulare e tutt’altro che moralmente integerrima. Parte una prima telefonata verso la questura da parte di un segretario del presidente del Consiglio e poi una seconda da lui medesimo con il dipendente della questura milanese. Gli si chiedono precisazioni sull’accaduto, lo si invita a proseguire oltre e poi, in successive comunicazioni, gli si chiede di consegnare la ragazza in questione ad un’incaricata e segretaria del medesimo presidente del Consiglio la quale provvederà a farla custodire dall’apposita comunità. Nel frattempo la questura consulta il giudice dei minori il quale si oppone a tale procedura irregolare. Il tono di voce del presidente del Consiglio non è (dice l’interessato della questura) né imperativo né severo ma mite e amichevole. Infine la notizia che la ragazza è la nipote di Mubarak (il rais egiziano) e che è interesse del governo italiano evitare uno scandalo inopportuno. Il dirigente della questura informa chi deve informare (giudice dei minori compresa) mentre ulteriori insistenze – sempre con tono amichevole – provengono da Parigi e da Roma. Infine la questura accetta perché la persona incaricata di assumersi la responsabilità di affidare Ruby ad una opportuna comunità avvenga e tutto si attiva di gran carriera: la Minetti (perché è di lei che si tratta) prende in carico Ruby, firma in questura, la porta fuori dall’ufficio e la assegna alla sua amica, prostituta e ladra, si fanno insieme una bella dormita e domani è un altro giorno.

Questo racconto, insieme a molte altre circostanze del rapporto Ruby-Berlusconi che non staremo qui a ricordare ma che sono notissime, configura chiaramente il reato di concussione in uno dei termini indicati dalla legge Severino la quale prevede che il concusso abbia tratto vantaggio dalla concussione. Ha tratto vantaggio? E che cos’è un vantaggio in casi del genere? Soldi versati: no. Promozioni ottenute: no. Licenziamento evitato: forse sì. Trasferimento immediato: forse sì. Promozione promessa per il futuro: forse sì. Il tribunale di Milano era certo dei “forse sì”. La corte d’Appello milanese era invece convinta del “forse no”. In ambedue i casi ha giocato il libero convincimento con quanto ne segue.

Salvo il secondo reato, anch’esso cancellato perché “non commesso”. Non commesso perché Berlusconi non ebbe mai rapporti con Ruby? Strano: la ragazza passava spesso le sue notti ad Arcore in una sua apposita stanza; ebbe larghe dazioni in danaro e poi ampio “stipendio” mensile. Faceva “vita allegra” a Milano e altrove. Raccontava agli amici dei suoi rapporti con Berlusconi, tutto e il contrario di tutto e lo raccontò anche alla procura milanese: tutto e il contrario di tutto, riferito da amiche, rivali, colleghe di bella vita.

La corte d’Appello si è formata il suo libero convincimento in quattro udienze, il tribunale in cinquanta. Sentiremo la Cassazione, ma certo l’opinione pubblica italiana e internazionale ci ride (o ci piange) a sentirsi raccontare queste vicende. Ricordo un articolo della Costituzione che impone a qualsiasi pubblico ufficiale (il presidente del Consiglio è il primo di questi) di “onorare con i suoi comportamenti pubblici e privati la carica che ricopre”.

Ecco un punto che il libero convincimento dei magistrati dovrebbe tenere nel massimo conto. Una cosa si può affermare con certezza: i tre della corte d’Appello l’hanno volutamente ignorato. Questa non è un’ipotesi ma una certezza della quale è auspicabile che la Cassazione tenga conto anche perché è un principio costituzionale (ancorché non provvisto di regolamento attuativo) resta comunque un principio che sul libero convincimento non può non esercitare il peso dovuto.

Due parole sulla grazia che torna a ricomparire specie nelle valutazioni dell’esimio avvocato Coppi. Dico esimio perché lo conosco e lo stimo anche se i suoi convincimenti politici sono l’opposto dei miei. Coppi sostiene che un provvedimento di clemenza sarebbe più che giustificato dopo la sentenza milanese. Non mi pare proprio che sia così per varie ragioni: 1. La grazia prevede una condanna definitiva. 2. La grazia deve essere chiesta dall’interessato o dai suoi parenti di primo grado. 3. La grazia interviene quando il colpevole ha dato segni certi di ravvedimento. Non si vede quali di queste condizioni siano presenti nel caso Berlusconi, anzi si vede la devastante assenza di tutte.

***

Si dovrebbe discutere a questo punto di Matteo Renzi, delle riforme, dei rapporti con l’Europa, delle nomine alle alte cariche, della crescita. E forse anche di Mario Draghi. Ma per esaminare o almeno introdurre questi avvenimenti bisognerebbe scrivere l’Odissea o almeno i libri su Telemaco.

Renzi non somiglia in nulla a Odisseo che torna ad Itaca e tanto meno a Telemaco che lo aspetta per liberare Penelope dai Proci. I Proci, quelli sì, ce n’è più d’uno a Palazzo Chigi e Telemaco sembra uno di loro, anzi lo è. Altrimenti non avrebbe il piglio che ha avuto ed ha tuttora con Enrico Letta.

Lasciamo andare.

Per Renzi alcune cose vanno bene. Molto bene. L’assoluzione di Berlusconi a Milano è una di quelle. L’ex Cavaliere di Arcore ormai è un padre della patria confermato dal libero convincimento della corte d’Appello. Questo ruolo potrà conservarlo fino a tutto il 2018. Allora avrà 84 anni e poi può anche darsi che ottenga la nomina di senatore a vita fino al 2025. Morire in bellezza, questo conta, e lasciare un figlio che rappresenta il meglio di sé. Non Piersilvio, ma Matteo il quale del resto ai grillini che fanno casino ha detto che “miglior regalo non potevano fargli”. È proprio bravo, Matteo e gli applausi del suo partito se li merita tutti.

In Europa va molto meno bene. La Merkel gli fa i sorrisetti ma non sgancia un euro né una carica. Quella di Alta autorità per la politica estera e per la difesa poteva pur dargliela: non conta assolutamente niente. Emette qualche parere e basta. Invece no. Un socialista sia pure, ma non italiano. Perché? Perché no. Semmai gli daranno un commissario di basso profilo. Se vuole emergere si faccia dare una carica importante nel gruppo socialista. Che cosa vuole di più?

D’Alema al posto di Mogherini? No, D’Alema sarà antipatico ma ci sa fare: con gli egiziani, con i siriani, con i curdi, con i libici e poi perfino con Putin. Ed anche con gli italo-americani, quelli che contano. No, D’Alema no. Non l’avevano rottamato?

Quanto a Renzi, deve fare le riforme. Quali? Quelle economiche naturalmente, la produttività, la competitività, l’equità. E deve diminuire le tasse. Al centro e negli Enti locali. Serve a questo la riforma del Senato? Allora la faccia ma rapido perché tempo da perdere non c’è. Quella elettorale? Se ne parla nel 2018. Ma se gli avanza tempo la faccia adesso, all’Europa non gliene importa niente.

Ho scoperto in un’allegra chiacchierata con l’amico Draghi, che è renziano. Nel senso che lo considera uno capace di agire. Naturalmente deve agire in conformità con l’Europa e non contro. E l’Europa l’aiuterà. In che cosa: a galleggiare. Non rivelerei neppure sotto tortura delle cose professionali che alle volte Draghi mi confida perché conosce il mio silenzio. Ma qualche scherzo ridanciano, quello sì, si può dire e Draghi cui piace Renzi è uno scherzo da sganasciarsi dalle risate.

Ecco, Draghi potrebbe essere Odisseo e Renzi il suo Telemaco che l’aspetta. Ma a quel punto il figlio sarebbe inviso al padre.

Intanto aspettiamo l’autunno, quando il tema delle tasse, delle riforme e del debito pubblico diventeranno estremamente attuali. Vedremo. Renzi continua a dire che ci ha messo la faccia. Non vorrei che finisse come quella vecchia battuta di Petrolini.

di EUGENIO SCALFARI da repubblica.it

Comments (0)

vittorio-feltri_boffoI conti sbagliati di chi ha tradito (e ora trema…)

C’era una volta il Pdl che raggruppava tutti i sudditi di Silvio Berlusconi, il quale, essendo potente e dominante, non temeva agguati in casa propria. Il centrodestra   vinceva le elezioni alla grande e chi vi faceva parte era impegnato soltanto a guadagnarsi i favori del capo e a conquistare un posto, o almeno un posticino, al sole. Poi il vento giudiziario cambiò e, di conseguenza, cambiarono anche gli umori degli aiutanti di battaglia e dei gregari. Il trono del Cavaliere subì qualche scossone ed ebbero inizio le fughe.
Semplifico. Casini fu il primo a tagliare la corda, ma non per opportunismo: peggio, per presunzione. Era convinto di potersi mettere in proprio, senza contare di essere sprovvisto di consensi, pertanto fu obbligato a vivacchiare alla periferia di ogni gioco politico importante. Talmente in periferia che a un certo punto, povera anima, fu costretto ad andare a rimorchio di Mario Monti, e finì fuori strada, forse anche fuori di testa. Solo due anni fa egli era ospite fisso di ogni telegiornale e di ogni talk show. Adesso è scomparso. L’unico programma tivù che si occupa di lui è Chi l’ha visto?.
Successivamente fu Gianfranco Fini ad abbandonare la nave come un topo per salire su un gommone, il Fli, prontamente affondato. Poi fu la volta di Alfano. Il delfino privo di quid, ma non di ambizioni, si appiccicò alle costole di Letta (Enrico) e a quelle di Renzi. Insomma, una girandola leggermente disgustosa accompagnata da un refrain: Berlusconi è finito, ora gli appiopperanno altre condanne, non bisogna più dipendere da lui, ma guardare al futuro. Quale futuro? Quello di un centrodestra guidato da altri, gente fresca, nuova, piena di energie, pronta a ricompattare le file.
Tutte balle. L’obiettivo dei rampantelli era uno solo: accaparrarsi la poltrona del fondatore e garantire ai superstiti la possibilità di restare in Parlamento, se non al governo. Obiettivo cancellato all’improvviso dalla inattesa assoluzione in appello giunta ieri a proposito del cosiddetto processo Ruby. I giudici hanno restituito al leader morituro (nonché imputato) ampi margini di manovra politica e una sicurezza psicologica che gli consentiranno di cavalcare ancora la tigre.
Bisogna riconoscere che il panico aveva confuso le idee a quasi tutti gli esponenti di Forza Italia, e non poteva essere che così: il partito era sempre stato nelle mani del capo, minacciato il quale, le prospettive di sopravvivenza dell’intera organizzazione si erano assai ristrette. Di qui il tentativo di tanti leaderini o aspiranti tali di assicurarsi un avvenire, anticipando il funerale del vecchio e indomito trascinatore. Ma ecco, il giorno delle esequie si è assistito non alla tumulazione bensì alla resurrezione di quello che doveva essere il de cuius.
Gli azzurri hanno esultato, però non tutti sinceramente: c’era chi nel mucchio selvaggio aveva davvero creduto di essere in procinto di fare un passo avanti. E invece la sentenza d’appello ha azzerato ogni ambizione fuori luogo: si è tornati allo statu quo ante. Il Cavaliere non è stato disarcionato. D’ora in poi egli sarà animato dall’ottimismo che lo rese famoso, frustrando coloro i quali desideravano fargli le scarpe. Intascato il verdetto favorevole, Berlusconi, ricaricate la batterie, sarà nuovamente protagonista, nel Paese, forse, di sicuro nel partito da lui costruito a caro prezzo.
Colombe, falchi e galline saranno obbligati a rientrare nel loro angusto nido, testa bassa e becco chiuso. Si annuncia uno spettacolo divertente, seppure silenzioso: Silvio rinfrancato cosa combinerà? Ah, saperlo! Però immaginiamo qualche scena e, in attesa di godercela, sghignazziamo.

Vittorio Feltri  da ilgiornale.it

Comments (0)

massimo francoBerlusconi, ci sono due vincitori
ma il ruolo di FI è meno subalterno
M5S si sfila dal dialogo prendendo atto che l’intesa del Nazareno reggerà

L’assoluzione piena di Silvio Berlusconi in appello suggerisce due vincitori: l’ex premier e il suo interlocutore sulle riforme, Matteo Renzi. Ma il silenzio quasi totale del Pd induce a ritenere che il capo di Forza Italia abbia strappato un risultato politico superiore a quello del presidente del Consiglio: forse perché è arrivato del tutto inatteso. È chiaro che adesso il percorso delle riforme istituzionali continua con meno incognite di prima; ma anche con un Berlusconi che non è costretto ad appiattirsi su Palazzo Chigi come pluricondannato. Le richieste dei duri e puri di FI su una commissione d’inchiesta sul «complotto» del 2011 che portò il senatore a vita Mario Monti al governo sono contorno, come pure gli strali contro la Procura di Milano e le polemiche tra FI e Nuovo centrodestra.
L’impressione è che da ieri l’ipoteca berlusconiana sul governo di Renzi sia meno marginale. Anche perché, forse prendendo atto della sentenza a Milano, il Movimento 5 Stelle ha di colpo chiuso quella che per alcuni poteva diventare la sponda alternativa del premier. Beppe Grillo fa sapere che «non c’è più tempo» per altri incontri con il Pd. La riforma elettorale andrebbe votata subito, in Aula, preferenze comprese: una proposta che spezzerebbe l’asse tra Palazzo Chigi e Berlusconi. Si tratta dell’ennesima mossa tattica: l’estremo tentativo di incrinare il «patto del Nazareno», ma anche la presa d’atto che da ieri tutto spinge ancora di più Renzi al patto con FI.
Il premier «non chieda il permesso al pregiudicato», provoca Grillo. La conseguenza probabilmente sarà il peggioramento dei rapporti tra M5S e Pd. Quest’ultimo vede infatti nell’iniziativa l’archiviazione del dialogo rappresentato dal vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, che sarebbe stato smentito dallo stesso Grillo e da Gian Roberto Casaleggio. «Peccato», commenta l’europarlamentare Alessandra Moretti, benché Di Maio neghi qualsiasi attrito col suo capo, e parla di decisione «condivisa», accusando chi parla di chiusura di non aver capito.
L’aspetto singolare è che proprio mentre si consuma questo psicodramma nel M5S, il Nuovo centrodestra fa sapere con Gaetano Quagliariello che ci sono stati contatti col movimento. E «molte delle osservazioni avanzate dall’Ncd coincidono con la sua proposta». Sono manovre magari destinate ad avere qualche ripercussione nel dibattito in Parlamento dei prossimi giorni e in autunno; e forse, rappresentano un ulteriore elemento di disturbo e di rallentamento rispetto ai tempi da blitz che si era dato il presidente del Consiglio. È difficile, tuttavia, che l’opinione pubblica si appassioni a queste schermaglie: la vera trincea dell’Italia è altrove.
La preoccupazione del governo sta diventando sempre di più l’economia che continua a non dare segnali positivi. Il ribasso delle previsioni di crescita da parte di Bankitalia allo 0,2 per cento rispetto alle precedenti che all’inizio la davano allo 0,8, sono la conferma di uno stallo senza fine. La politica economica si ripropone come emergenza a un premier che finora ha scelto di concentrarsi sulla riforma del Senato, e che guarda a quella della legge elettorale. Avere dietro di sé una nazione che non cresce renderà Renzi più determinato nella trattativa con l’Ue per strappare qualche concessione; ma lo farà anche apparire più debole. E le reazioni che ha raccolto finora non sono un buon viatico. L’Italia ha quaranta giorni per dimostrare l’infondatezza dei pregiudizi europei.

di Massimo Franco da corriere.it

Comments (0)

massimo gramelliniBungaburla

Dunque non era un reato, ma solo una gigantesca figura di m. Prima che, sull’onda della sentenza di assoluzione, l’isteria superficiale dei media trasformi il fu reprobo Silvio in un martire, ci si consenta (direbbe lui) di ricordare che il bunga bunga potrà anche essere legale, ma rimane politicamente incompatibile con un ruolo istituzionale quale quello che il sant’uomo rivestiva all’epoca dei fatti.

Tocca ricorrere al solito esempio stucchevole, ma non c’è purtroppo altro modo per fare intendere a certe crape giulive il nocciolo della questione. Se il capo di qualsiasi governo occidentale, poniamo Obama, avesse telefonato dalla Casa Bianca a un funzionario della polizia di New York per informarlo che la giovane prostituta da lui fermata per furto era la nipote del presidente messicano e andava subito consegnata a Paris Hilton invece che ai servizi sociali – e si fosse poi scoperto che Obama medesimo nella sua casa privata di Chicago si intratteneva in dopocena eleganti con la medesima prostituta e una fitta schiera di «obamine» – forse il presidente americano sarebbe stato costretto a dimettersi l’indomani, ma più probabilmente la sera stessa.

E allora quell’erotomane di John Kennedy che si intratteneva con due donne al giorno? Intanto è morto prima che lo si scoprisse, ma soprattutto agiva con discrezione, appunto, presidenziale. Non è moralismo. E’ la consapevolezza di rappresentare un Paese senza mettersi nelle condizioni di sputtanarlo a livello planetario. E’ senso dello Stato. Qualcosa che Berlusconi e i suoi seguaci non comprenderanno mai.

Massimo Gramellini da lastampa.it

Comments (0)

berlusconi spolvera la sedia dove era seduto TravaglioInnocente a sua insaputa
Cambiata la legge…

Ormai è un giochino un po’ frusto, ma ben si attaglia al nostro caso: Silvio Berlusconi è innocente a sua insaputa. Da settimane sia lui sia i suoi legali davano per scontata una condanna anche in appello, almeno per le telefonate intimidatorie alla Questura di Milano per far affidare Ruby al duo Minetti-Conceicao, ed escludevano dal novero delle cose possibili la sconcertante assoluzione plenaria che invece è arrivata ieri. Speravano in uno sconto di pena per la concussione; e confidavano nella vecchia insufficienza di prove per la prostituzione minorile. Non era scaramanzia, la loro. E neppure sfiducia congenita nelle “toghe rosse”, nel “rito ambrosiano” e nei giudici “appiattiti” sui pm: questa è propaganda da dare in pasto agli elettori-tifosi più decerebrati. Ma B. e i suoi avvocati sanno benissimo che ogni collegio giudicante fa storia a sé, come dimostrano i tanti verdetti favorevoli al Caimano proprio a Milano (molte prescrizioni, anche grazie a generose attenuanti generiche, e poche assoluzioni).

Perché allora l’avvocato Coppi confessa, in un lampo di sincerità, che l’assoluzione va al di là delle sue più rosee aspettative? Perché sa bene che il primo dei due capi di imputazione, quello sulle ripetute telefonate di B. dal vertice internazionale di Parigi ai vertici della Questura, è un fatto documentato e pacificamente ammesso da tutti: ed è impossibile negare che, quando un capo di governo chiede insistentemente un favore a un pubblico funzionario, lo mette in stato di soggezione o almeno di timore reverenziale. Che, nel diritto penale, si chiama concussione. Magari non per costrizione (come invece ritenne il Tribunale), ma per induzione (come sostennero la Procura e, nel nostro piccolo, anche noi con l’articolo di Marco Lillo di qualche giorno fa). Se il processo si fosse concluso entro il 2012, entrambe le fattispecie di concussione sarebbero rientrate nello stesso reato, con pene graduate. Il 30 dicembre 2012, invece, il governo Monti e la maggioranza di larghe intese Pd-Pdl varò la legge Severino che scorporava l’ipotesi dell’induzione, trasformandola in un reato minore, di cui rispondono anche le ex-vittime trasformate in complici (ma la Procura di Bruti Liberati, testardamente, ha sempre difeso i vertici della Questura, insistendo a considerarli vittime). In pratica, nel bel mezzo della partita, si modificò la regola del fuorigioco, alterando il risultato finale. Cambiata la legge, salvato il Caimano. Ora vedremo dalle motivazioni della sentenza in che misura quella scriteriata “riforma”–fatta apposta per salvare Penati e B., nella migliore tradizione dell’“una mano lava l’altra”, anzi le sporca entrambe – ha inciso sul verdetto di ieri. Ma il sospetto è forte, anche perché – come osserva lo stesso Coppi – “i giudici non potevano derubricare il reato” dalla concussione per costrizione al nuovo reato di induzione: le sezioni unite della Cassazione, infatti, hanno già stabilito che l’induzione deve portare un “indebito vantaggio” a chi la subisce. E i vertici della Questura non ebbero alcun vantaggio indebito, affidando Ruby a Minetti&Conceicao: al massimo evitarono lo svantaggio indebito di essere trasferiti sul Gennargentu. Dunque pare proprio che la sentenza di ieri, più che Tranfa (il presidente della II Corte d’appello), si chiami Severino. Vedremo se reggerà davanti alla Cassazione. Che potrà confermarla, chiudendo definitivamente il caso; oppure annullarla per motivi di illegittimità, ordinando un nuovo processo di appello e precisando esattamente i confini della costrizione e dell’induzione. E non osiamo immaginare che accadrà se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici: ce ne sarebbe abbastanza per una revisione del processo principale, inficiato dalle eventuali false testimonianze di chi avrebbe potuto provare ciò che, a causa delle loro menzogne, non fu ritenuto provato. Nell’attesa, alcuni punti fermi si possono già fissare. 1) Chi sostiene che questo processo non avrebbe mai dovuto iniziare non sa quel che dice. Il giro di prostituzione, anche minorile, nella villa di Arcore, così come le telefonate di B. alla Questura, sono fatti assolutamente accertati, dunque meritevoli di una verifica dibattimentale (doverosa, non facoltativa) in base a due leggi del governo B. (Prestigiacomo e Carfagna sulla prostituzione minorile) e a una terza votata anche dal Pdl (Severino). Tantopiù che la Corte d’appello, se giudica insussistente il fatto (cioè il reato) della concussione/ induzione, ritiene che invece il fatto degli atti sessuali a pagamento con Ruby sussista eccome, ma non costituisca reato (forse per mancanza di dolo o “elemento soggettivo”: cioè perché non è provato che B. sapesse della minore età di Ruby). 2) L’assoluzione in appello non significa che la Procura che ha condotto le indagini e il Tribunale che ha condannato B. abbiano sbagliato per dolo e colpa grave e vadano dunque puniti in base alla tanto strombazzata “responsabilità civile”: sia perché gli errori giudiziari non sono soltanto le condanne degli innocenti, ma anche le assoluzioni dei colpevoli, sia perché tutti i magistrati hanno deciso in base al proprio libero convincimento sulla base di un materiale probatorio che, dal punto di vista fattuale, è indiscutibile (i soli dubbi riguardavano se B. avesse consumato atti sessuali con Ruby e se fosse consapevole dell’età della ragazza, che indubitabilmente si prostituiva lautamente pagata). 3) Il discredito nazionale e internazionale per B. non è dipeso dalla condanna di primo grado (giunta soltanto un anno fa, dopo la sconfitta elettorale), ma dai fatti emersi dalle indagini con assoluta certezza: il giro di prostituzione nelle sue ville, l’abuso di potere delle telefonate alla Questura, i milioni di euro alle Olgettine dopo l’esplodere dello scandalo e le tragicomiche giustificazioni (“nipote di Mubarak”, “cene eleganti” e simili) sfoderate dal protagonista su quelle condotte indecenti. Indecenti in sé: lo erano ieri e lo sono anche oggi. A prescindere dalla loro rilevanza penale, visto che nessuna sentenza di assoluzione potrà mai dire che quei fatti non siano avvenuti. 4) Sarebbe puerile collegare la sentenza di ieri con l’atteggiamento remissivo di B. sulle “riforme” e sul governo Renzi: se il Caimano s’è trasformato in agnellino, anzi in zerbino del Pd, è perché spera sempre nella grazia da Napolitano o da chi verrà dopo (che lui confida di concorrere a eleggere con la stessa maggioranza delle “riforme”). Non certo perché i giudici, giusti o sbagliati che siano i loro verdetti, prendano ordini dal governo o dal Pd. Altrimenti non si spiegherebbero le tre condanne in primo grado che B. si beccò fra il 1997 e il ’98, nel bel mezzo dell’altro inciucio: quello della Bicamerale D’Alema. 5) Nessuna sentenza d’appello può più “r i abilitare” B.: né per i fatti oggetto del processo Ruby, che sono in gran parte assodati; né per quelli precedenti, che appartengono ormai alla storia, anzi alla cronaca, e nera. Ieri si è deciso in secondo grado sulle telefonate alla Questura e sulla prostituzione minorile di Ruby, non si è condonata una lunga e inquietante carriera criminale. Quale reputazione può mai invocare un pregiudicato per frode fiscale, ora detenuto in affidamento in prova ai servizi sociali, che per giunta si circondava di un complice della mafia come Dell’Utri, attualmente associato al carcere di Parma, e di un corruttore di giudici per comprare sentenze in suo favore come Previti, cacciato dal Parlamento e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici? Mentre si discute sul reato o meno di riempirsi la casa di mignotte, e si chiede ai giudici di dirci ciò che sappiamo benissimo da noi, si dimentica che in quella stessa casa soggiornò per due anni il mafioso sanguinario Vittorio Mangano. Nemmeno quello è un reato: ma è un fatto. Molto più grave di tutti i reati mai contestati all’imputato B. Erano i primi anni 70 e Renzi non era ancora nato. Ma è bene ricordarglielo, specialmente ora che il Caimano rialza il capino. Quousque tandem, Matteo, gabellerai l’ex Papi Prostituente per un Padre Costituente?

Da Il Fatto Quotidiano del 19/07/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

Comments (0)