berlusconi  e Toti a Gardone per dimagrireBerlusconi, notte in ospedale
L’ex premier è stato ricoverato al San Raffaele per accertamenti a causa di una infiammazione al ginocchio

Silvio Berlusconi ha trascorso la notte all’ospedale San Raffaele dove è stato ricoverato giovedì sera per una infiammazione al ginocchio. Il ricovero si è reso necessario per effettuare gli accertamenti del caso. Non è al momento possibile sapere quando il leader di Forza Italia verrà dimesso ma probabilmente l’ex presidente del Consiglio resterà ricoverato per ulteriori accertamenti. Stamattina l’ex premier ha effettuato una tac e dall’esame è emersa un’infiammazione della cartilagine del ginocchio sinistro e uno stato di artrosi compatibile con la sua età, secondo quanto si apprende da fonti dell’ospedale. Non si sa ancora se verrà dimesso o meno dall’ospedale oggi. Probabilmente una decisione verrà presa dopo la visita dei medici in programma questo pomeriggio: gli ortopedici del San Raffaele, insieme al dottor Alberto Zangrillo, medico di fiducia di Berlusconi, decideranno se e come fargli proseguire la terapia. Comunque non è previsto che in giornata venga diffuso alcun un bollettino sul suo stato di salute.
Nel 2013 il ricovero per l’uveite
Nella primavera del 2013 Berlusconi fu ricoverato alcuni giorni al San Raffaele per un’uveite, una infiammazione dell’occhio. Allora i giudici del processo Ruby erano in camera di consiglio per decidere sul legittimo impedimento e Ilda Boccassini chiese di respingere l’istanza di rinvio dell’udienza avanzata dall’ex premier ritenendo che i problemi di salute addotti «non fossero un legittimo impedimento assoluto».

L’attesa per il 10 aprile
Intanto mancano soltanto sei giorni al 10 aprile quando il tribunale di Milano deciderà se mandare l’ex premier agli arresti domiciliari oppure ai servizi sociali. Berlusconi è stato infatti condannato definitivamente a 4 anni di carcere, tre dei quali coperti da indulto, per il caso Mediaset. L’ex Cavaliere, si spiegava nella motivazione, «è stato ritenuto ideatore, organizzatore del sistema e fruitore dei vantaggi relativi», in relazione alla frode fiscale nella compravendita dei diritti tv da parte del suo gruppo. La tensione dell’ex premier e del suo partito è grande, soprattutto in vista delle europee del 25 maggio. Mercoledì sera Berlusconi ha incontrato il capo dello Stato Giorgio Napolitano e, secondo fonti di Forza Italia, avrebbe anche manifestato al presidente della Repubblica tutta la sua preoccupazione in vista del 10 aprile quando dovrebbe perdere l’«agibilità politica». Cosa accadrà dopo giovedì prossimo? «Conoscendo Berlusconi, dà il meglio di sé quando è in difficoltà, quindi tremate tremate, soprattutto i nemici della democrazia, giustizialisti e furbastri, tremate tremate», ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo a Mix 24, su Radio 24.
Annullato un comizio in Piemonte
Il primo effetto di quest’ultimo ricovero del leader di Forza Italia è stato l’annullamento di un incontro elettorale a Torino. Lo ha reso noto il coordinatore regionale del partito, Gilberto Pichetto. «Il presidente – ha riferito Pichetto, che ha diffuso una nota – ci ha comunicato di voler provare fino all’ultimo un recupero per lunedì. Crediamo tuttavia sia giusto preservare la sua salute rinviando l’appuntamento in Piemonte ad un’altra data».

da corriere.it

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vanity_fair_marco_travaglio1Oh, stellino!
La nostra ben nota ammirazione per Piero Ostellino si sta trasformando in vero e proprio culto della personalità: i suoi ultimi interventi sul Corriere e anche fuori fanno di lui un mito vivente. Specie la sua adesione al “contro-manifesto dei liberali” pubblicato ieri dal Giornale di Sallusti (noto epigono delle scuole crociana ed einaudiana, corrente Santanchè) in polemica con quello di Libertà e Giustizia sottoscritto da Zagrebelsky, Rodotà, Pace, Carlassare e altri sulla “svolta autoritaria”. Questi autonominati “liberali” – tali Bedeschi, Berti e Cofrancesco – hanno imbarcato, per far numero, il socialista Luciano Pellicani, che tutti ricordano alla corte molto liberale di Craxi. Sono i liberali alle vongole che esercitano in Italia la funzione opposta a quella degli intellettuali nelle democrazie liberali: bastonano qualunque opposizione e difendono chiunque stia al potere. Non propongono mai un’idea, una riforma, una trovata, un aforisma, una didascalia.

Ma trovano “intollerabile”, “ridicolo”, “grottesco” che Zagrebelsky & C. osino criticare le riforme Renzusconi, “senza averne l’autorità morale né il prestigio intellettuale”. Poteva mancare, nell’allegra brigata, Ostellino? No che non poteva. Lui del resto di autorità morale e prestigio intellettuale ne ha da vendere. Un giorno tuonò contro il malvezzo illiberale di multare i pirati della strada (“il limite di velocità è diventato una forma di lotta di classe e l’autovelox l’incrociatore Aurora che dà il via alla rivoluzione egualitaria”): un vigile comunista doveva averlo multato perché sfrecciava ai 200 all’ora. Un’altra volta svelò l’origine, tutta morale e intellettuale, della sua atavica avversione per la magistratura: “Mi è bastato di averci avuto a che fare una sola volta per convincermene”. Fu quando denunciò Dagospia per diffamazione, vinse la causa, incassò un lauto risarcimento, poi però in Cassazione la somma “fu ridotta a meno di un terzo di ciò che aveva già fissato la seconda sentenza che aveva già ridotto d’un terzo l’indennizzo della prima”. E lo sventurato dovette “restituire pressoché tutto ciò che avevo incassato” e magari speso. Incredulo e inconsolabile dinanzi a tre gradi di giudizio che non si limitano a fotocopiare i verdetti del grado precedente (perché “si perviene a sentenze poi smentite anni dopo”?), Ostellino si dipinse come un Solgenitsin perseguitato “perché politicamente antipatico” e mise gli eventuali lettori a parte del suo dramma, forse sperando in una colletta. Ma sempre animato dal più assoluto disinteresse personale, nonché da robuste dosi di autorità morale e prestigio intellettuale. Infatti ultimamente è impegnatissimo in una campagna all’arma bianca contro il contributo di solidarietà di qualche spicciolo richiesto da Renzi ai pensionati da 2.500 euro in su. Tipo lui, per esempio. Al tema ha già dedicato tre articoli in nove giorni, e non ha mica finito. Nel primo definisce “il prelievo sulla mia pensione” un atto illiberale di “confisca” degno del “dirigismo” dei “sistemi socialisti”, del “giacobinismo”, del “Terrore” e del “totalitarismo”. Seguono le consuete citazioni col copia-incolla dei soliti “Burke, Constant, Tocqueville”, con preoccupante trascuratezza per Stuart Mill che lui tira sempre in ballo quando qualcuno gli pesta un callo. Nel secondo, risponde ai lettori che l’hanno insultato per il primo e, già che c’è, dà una sistemata alla “cultura pauperista, a metà (ancora fascista) e per l’altra metà catto-comunista”. Poi respinge l’accusa di badare solo al proprio “orticello”: “Io difendo i diritti e le libertà dell’uomo qualunque che il dispotismo burocratico tiranneggia”, e pazienza se l’uomo qualunque si chiama Ostellino Piero. Càpita. La chiusa è tipicamente liberale: “Affogate pure nel vostro sinistrismo parolaio. Io mi sono scocciato. Andate al diavolo!”. Nel terzo, rimedia a una dimenticanza degli altri due e accomuna “la sinistra renziana” (un ossimoro) all’“egualitarismo totalitario comunista”. Ora si spera che la sua callista giacobina non gli infiammi il durone che ha sull’alluce, sennò chi lo sente.

Marco Travaglio Ilfatto quotidiao via triskel182.wordpress.com

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belpietro_rai2Veneto, non è con le manette che si cancella il problema

Diciassette anni fa, un trattore travestito da tank fu parcheggiato nella notte in piazza San Marco a Venezia. I Serenissimi – così si facevano chiamare – in divisa grigioverde salirono sul campanile della basilica e sventolarono la bandiera della Repubblica veneta. Per questo affronto all’unità d’Italia e per il sottinteso invito alla secessione che il gesto comportò, il gruppetto di nostalgici (per alcuni in realtà si trattò di avanguardisti), si beccò condanne variabili tra i 4 e i 6 anni. I giudici infatti li ritennero responsabili di attentato agli organi dello Stato, terrorismo, banda armata, interruzione di pubblico servizio e altri gravissimi reati: fra le accuse mancò solo la pedofilia, ma per il resto il codice penale era stato rispolverato in toto.

Adesso, sepolto politicamente Bossi ma non la questione settentrionale, la storia si ripete. Una ventina di secessionisti sono finiti nel mirino della magistratura con le stesse accuse. Anche i nuovi Serenissimi pare volessero occupare San Marco e pure loro si erano dotati di un mezzo blindato per poter arrivare in piazza. Addirittura, dall’inchiesta emerge la volontà di procurarsi delle armi facendole arrivare dall’Albania.Vero? Falso? Oppure semplicemente fantasia? Si vedrà in futuro. Per ora tra gli arrestati c’è Franco Rocchetta, fondatore della Liga veneta e per anni uno degli esponenti più in vista del movimento per l’autonomia della Regione. Da quel che ci è dato capire e soprattutto visti i precedenti, il gruppetto rischia condanne pesanti, perché in Italia tutto si può fare tranne che rivendicare l’indipendenza. Ci si può prendere gioco del Papa e anche del presidente del Consiglio, scherzare con i fanti e pure con i santi, ma mettere in discussione che la Repubblica è unica e indivisibile è un peccato mortale che si rischia di pagare caro. In Scozia tra breve si voterà con un legittimo referendum se porre fine a un’unione centenaria, ma da noi è una bestemmia anche solo sollecitare l’opinione dei veneti sulla materia. Lo si è visto quando a qualcuno è venuta l’idea di fare un sondaggio online per capire l’aria che tira. La consultazione popolare senza alcun scopo scientifico prima è stata ignorata dalla grande stampa (fatta esclusione per Libero), poi quando i click a favore dell’indipendenza si sono fatti numerosi al punto da superare i 2 milioni, i giornali si sono dati un gran da fare per svelare il bluff. I milioni di aderenti al referendum via web non sarebbero stati due ma molti meno. E i votanti in qualche caso non sarebbero stati veneti bensì cileni. Tuttavia, anche ammettendo che al risultato si dovesse far la tara, anche eliminando il cinquanta per cento dei click, è mai possibile che le consultazioni a prova di brogli siano, per definizione soprannaturale, le sole primarie del Pd? È credibile che soltanto i compagni non pratichino la moltiplicazione dei pani e dei voti come sempre è accaduto? Anche dando per buono appena il 25 per cento dei partecipanti, siamo sempre a mezzo milione di persone, che è pur sempre la soglia richiesta per dare via libera a un referendum.

In verità, la crisi, la pressione fiscale sulle piccole imprese, l’immigrazione e la criminalità crescente hanno creato in Veneto un clima di sfiducia contro lo Stato centrale e aumentato la voglia di ribellione. Poi c’è chi sogna un ritorno al passato, con la Repubblica veneta, il Doge e così via. E c’è chi invece per rabbia contro «Roma ladrona» vota Grillo. Ma si tratta di due facce della stessa medaglia (non a caso anche il guru dei Cinque stelle qualche tempo fa ha parlato di secessione) e combatterle con le manette non ha senso. Il problema è soltanto politico e mettere di mezzo i carabinieri serve esclusivamente a surriscaldare gli animi. Se una Regione tra le più vitali del Paese protesta per le troppe tasse, per gli eccessi della burocrazia e per l’assenza di uno Stato che dia risposte certe in tempi certi, il governo deve limitarsi a rispondere, non muovere la magistratura. E invece il nostro esecutivo che fa? Si occupa di cose serie come l’abolizione del reato di clandestinità e di autorizzare la coltivazione delle canne, ma non quelle da zucchero, quello da sballo. Sì, dare via libera a marijuana e immigrati, ecco trovato il modo migliore per far nascere una Marine Le Pen anche da noi. Immaginatevi come a Treviso, Padova e nelle altre province venete reagiranno alla notizia dell’accoglienza che l’Italia si prepara a riservare agli extracomunitari e al via libera alle piantagioni di marijuana. Secondo voi quanti trattori travestiti da carrarmato metteranno in campo la prossima volta? Si accettano scommesse.

di Maurizio Belpietro da liberoquotidiano.it

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aldo-grassoSe il mondo è abitato da supereroi e alieni
«Agents of S.H.I.E.L.D.», la nuova serie firmata da Joss Whedon

Un mondo popolato da supereroi, alieni e creature dai poteri misteriosi, dove la lotta tra il bene e il male passa non solo dalla battaglia ma dalla necessità di proteggere segreti e rivelare verità nascoste: è questo lo sfondo narrativo di «Agents of S.H.I.E.L.D.» (Fox, canale 111 di Sky, martedì, ore 21), nuova serie firmata da Joss Whedon (già autore di cult come «Buffy» e di strani esperimenti come lo splendido «Dr. Horrible»). Lo S.H.I.E.L.D. – acronimo di «Strategic Homeland Intervention Enforcement and Logistics Division», ma più banalmente il termine inglese significa «scudo» – è una struttura segreta guidata dall’agente Phil Coulson (Clark Gregg): una squadra composita di spie, piloti, hacker e scienziati che coordina le attività dei supereroi o, più spesso, cerca di recuperare informazioni e risolvere strani fenomeni prima che finiscano nelle mani sbagliate.
Scompaiono gli eroi «classici»
Insomma, dalla logistica si passa all’azione, tra esplosioni, combattimenti e strumenti ad alta tecnologia.
La serie prende le mosse dall’universo Marvel, al centro di molteplici sinergie produttive dopo la sua acquisizione, nel 2009, da parte di Disney (e infatti la serie è trasmessa, negli Stati Uniti, su ABC, anch’essa proprietà Disney). In particolare, poi, espande la narrazione di The Avengers (film del 2012 diretto dallo stesso Whedon), riprendendone temi e personaggi e innestandone di nuovi che meglio possano sostenere la forma seriale televisiva (e i suoi budget più contenuti): i supereroi «classici» quasi scompaiono; le star si limitano a qualche ospitata (come Cobie Smulders nel pilot); la spettacolarità e gli effetti speciali ne risentono. E così si compensa recuperando molti cliché del genere: le tonalità scure e tendenti al blu, i personaggi tormentati dall’oscuro passato, le frasi a effetto che risuonano potenti.

aldo grasso da corriere.it

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Filippo Facci con la maschera di Sallusti alla prima della Scala 01Filippo Facci: i candidati dei moralisti a intermittenza

Con tutta l’antipatia che si può avere per Claudio Scajola – parecchia, nel caso di chi scrive – c’è da dire che le ragioni per cui sarà escluso dalle Europee paiono buffonesche: legittime ma buffonesche, tanto da far comprendere come lo status giuridico di un candidato in Italia non conti assolutamente nulla, a destra come a sinistra. La discrezionalità nel compilare le liste resta massima com’è sempre stata: l’unica differenza è che da qualche tempo primeggia un moralismo, ufficialmente legato alle inchieste della magistratura, ma sostanzialmente ancorato alla reazione (differenziata) che la stampa dedica a esse. Per Scajola, Forza Italia poteva dire: ci sta sulla balle, è vecchio, è ingombrante, qualsiasi cosa; invece Giovanni Toti ha detto: «Nonostante l’assoluzione, la vicenda della casa al Colosseo ha pesato troppo». Con il che si ufficializza che neanche le sentenze contano più nulla, conta semmai ciò che giornalisti e opinionisti pensano di queste sentenze. Confesso: sono andato a leggermi quella che ha assolto Scajola (vorrei sapere quanti colleghi hanno fatto altrettanto) e da pagina 32 a 39 è spiegato piuttosto bene che il famoso appartamento al Colosseo non valeva assolutamente il famoso milione e 700 mila euro: Scajola, dunque, pagò un prezzo che aveva ragione di ritenere congruo. Ma questo non conta nulla. Non conta l’opinione di un magistrato e figurarsi la mia. Scajola appartiene a un elenco di politici sui quali i giornalisti – mi ci metto in mezzo anch’io – non sono disponibili a resipiscenze.
Nichi indenne
Prendete invece Nichi Vendola, che è governatore della Puglia e capo di un partito. La sua telefonata intercettata e pubblicata, quella in cui ride di un giornalista che aveva fatto una domanda sull’Ilva e sui tumori, avrebbe annientato chiunque: puf, scomparsa, e se vai su Wikipedia – dove vengono contati i peli del sedere di mezza classe politica italiana – neppure se ne parla. Peraltro si tratta dello stesso uomo – Vendola – che il 6 marzo è stato rinviato a giudizio per concussione aggravata in quanto avrebbe fatto pressioni perché fosse chiuso un occhio sul rilevamento dei veleni dell’Ilva: ma niente, come se fosse successo a un altro, eccolo lì che sdottoreggia sulla lista Tsipras.
Ci sono stati momenti, in Italia, in cui ti candidavano anche se buttavi le bombe per strada; e altri momenti in cui non ti candidavano se risultavi anche solo multato per divieto di sosta. Ora, anno 2014, siamo alla discrezionalità pura, alle simpatie o antipatie, ai sondaggi dell’ultim’ora: le inchieste influenzano, ma non determinano. Sarà giusto così.
Veti e discrimini
Sta di fatto che un veto assoluto sugli inquisiti o sui rinviati a giudizio, anche alle scorse elezioni politiche, non l’ha mantenuto praticamente nessuno (con l’eccezione, forse, di Fratelli d’Italia e di Fare per fermare il declino) e c’è stato il massimo discrimine tra un inquisito e l’altro, tra un «impresentabile» e l’altro. Nell’ex popolo della Libertà c’è stato il casus belli di Nicola Cosentino: escluso perché indagato (e ai tempi neppure processato) mentre in lista restava il suo l’amico e collega Luigi Cesaro, pure lui indagato per i suoi presunti rapporti con i casalesi. Nel Pd, pure, nessuno obiettava sulla cronista Rosaria Capacchione – rinviata a giudizio per calunnia, prosciolta dopo l’elezione – che evidentemente alla libera stampa non interessava. Il comitato dei garanti del Pd, sempre per le elezioni 2013, fece fuori il candidato Antonino Papania per un abuso d’ufficio (2 mesi e 20 giorni) e così pure Vladimiro Crisafulli, solo rinviato a giudizio per lo stesso reato, mentre il campano Nicola Caputo – fatto fuori anche lui – figurava solo indagato per rimborsi falsi. In compenso rimanevano candidati Nicodemo Oliverio (imputato per bancarotta fraudolenta) e Francantonio Genovese (indagato per abuso d’ufficio) e Andrea Rigoni (condannato e prescritto per costruzioni fuori norma) e ancora Giovanni Lolli (a processo per favoreggiamento, poi prescritto).
Onesti e no
E poi c’è il Pdl. Laddove ora si eccepisce su Scajola, benché prosciolto, si candidava tranquillamente l’ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto (chiesti sei anni di reclusione per corruzione e finanziamento illecito e peculato) e nessun problema per l’indagato Roberto Formigoni. Uno come Denis Verdini, indagato per la P4 e per truffa, addirittura le liste le compilava. Un neo «montiano» come Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, uno perennemente inguaiato, è stato dapprima condannato a 3 anni e 3 mesi (tangenti) ma poi la prescrizione ha risolto tutto; invece Enzo Carra, condannato per una falsa testimonianza nel lontano 1993 (16 mesi, in base a una norma poi abrogata) dalle liste rimase fuori.
Proseguiamo? No. Il concetto è chiaro: oggi le candidature vanno come vanno, talvolta si delega ai sondaggi dell’ultimo minuto sulla base della volubile reputazione di un inquisito rispetto a un altro. Le liste, a turno, rischiano di compilarle i giornalisti o i magistrati con le loro inchieste o campagne percussorie: il che andrebbe anche bene, se davvero giornalisti e magistrati fossero la crema del Paese: anziché essere – come sono – italiani come gli altri, a tutti gli effetti, a tutti i difetti.

di Filippo Facci da liberoquotidiano.it

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