vanity_fair_marco_travaglio2Ma mi faccia il piacere

TotoMiss Simpatia. “Il nostro compito non è essere simpatici” (Maria Elena Boschi, Pd, ministro delle Riforme, 7-9). Tranqui, Boschi, è l’unico impegno che avete mantenuto. Si Salvini chi può. “I confini ci sono e in quanto tali verranno difesi anche con le armi, perchè così succede in tutto il mondo” (Matteo Salvini, segretario Lega Nord, 13-9). Tipo in Corea del Nord. In buone mani/1. “Berlusconi ai poliziotti: vi aiuto io” (Corriere della sera, 13-9). Si costituisce? In buone mani/2. “Angelino al Cav: ‘Penso io alla polizia” (Libero, 14-9). La polizia: “Per carità, avete già fatto troppo”. Tipo i soldi.   Punti di vista. “Attento Nichi, sono più a sinistra di te” (Matteo Renzi, presidente del Consiglio, 13-9). A sinistra per chi guarda.   Imagine/1. “Ritiro la mia candidatura alla Corte costituzionale. Io credevo di essere una soluzione. Così è intollerabile. Non metterò a rischio la mia immagine” (Antonio Catricalà, Corriere, 13-9). Ma certo, l’immagine, ciao core.

Imagine/2. “Ora c’è il rischio che la comunità internazionale finisca col tenersi alla larga dalle nostre aziende” (Fabrizio Cicchitto, Ncd, a proposito dell’inchiesta milanese sulla maxitangente Eni da 200 milioni di dollari, 12-9). Con la crisi che c’è, manca soltanto che il mondo ci sospetti di vietare le tangenti, o di non pagarle più.   Gli orologiai. “Giustizia a orologeria energetica” (titolo de Il Mattinale di Forza Italia, sempre sull’inchiesta Eni, 12-9). La battuta è già nel titolo. Ci arrendiamo.   I nazareni. “Questa fragilità del patto del Nazareno è il vero pericolo per Renzi… Forse il patto avrebbe bisogno di una drastica messa a punto” (Pierluigi Battista, Corriere, 13-9). “A rischio il patto del Nazareno” (Marcello Sorgi, La Stampa, 13-9). Su, dai, Pigi e Marcello, non piangete: se fate i bravi, Matteuccio e Silviuccio vostri ve ne regalano uno nuovo, di patto.   Oronzo Canà. “Oggi il presidente del Consiglio è come l’allenatore di una squadra che ha giocatori forti che però non si parlano e con un clima delicato negli spogliatoi. Ma l’allenatore ha la testa dura e soprattutto per la prima volta sugli spalti c’è gente che fa il tifo perchè la squadra vinca” (Matteo Renzi, presidente del Consiglio, 13-9). Lo portano via in barella.

Mister Fiasc. “Il pugno di Marchionne: ‘Ferrari, troppe sconfitte. Nessuno è indispensabile’” (Repubblica, 8-9). Ha parlato il più grande collezionista di fiaschi della storia dell’automobile.   Slurp. “Ferrari e Montezemolo verso il divorzio consensuale” (La Stampa, 9-9). “Montezemolo: ‘Inizia un’era nuova, giusto cambiare’” (La Stampa, 11-9). Ah, ecco, l’ha chiesto Montezemolo di andarsene. Megascoop in esclusiva mondiale del giornale della Fiat.   Come prima più di prima. “Alla Ferrari garantirò la continuità” (Sergio Marchionne, La Stampa, 12-9). La Ferrari continuerà a perdere, però con me.   La Ripubblica. “Panna montata” (titolo del Fatto, I pagina, 30-8). “Perciò non vi stupirete se quest’articolo, accoppiando due immagini fortemente connesse con la realtà che scorre sotto i nostri occhi, è titolato: ‘Il cavallo è assetato, ma non beve panna montata’. Spero che sia chiaro il suo significato” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 31-8). “Annunciazione, annunciazione!” (titolo del Fatto, prima pagina, 6-9). “L’ultimo mutamento renziano è stato quello dell’annunciazione (meglio che chiamarla annuncite, come dice lui) del programma di mille giorni che durerà fino alla fine della legislatura” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 7-9). Eugenio, che fai: copi?   Che due marò. “Gli amici di Latorre escludono anche la più remota possibilità di una scelta del genere: ‘Massimiliano è una persona solare, positiva, sempre sorridente, sempre a schiena dritta. E’ un uomo solido, molto motivato’. E qualcuno ricorda che ‘i Fucilieri di Marina si mettono in ginocchio solo per sparare’” (Repubblica, 2-9). Appunto.   Fuck checking. “Domani su Rai2 il programma di Nicola Porro. In diretta il ‘fact checking’, la verifica delle affermazioni degli ospiti” (il Giornale, 10-9). Wow. Nessuna speranza invece per la verifica delle affermazioni del conduttore.   Dicesi. “Il caso Bonaccini: dicesi sette euro” (Il Foglio, 11-9). Casomai, diconsi.   La Grande Colazione. “Contestati 4 mila euro in cene. Bonaccini dai pm: vado avanti” (il Giornale, 11-9). A magna’.

Da Il Fatto Quotidiano del 15/09/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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pansa-giampaoloC’era una volta l’Emilia Rossa. Poi è arrivato padron Renzi

Dove è finita l’Emilia rossa del tempo che fu? Ecco una domanda obbligata dopo le disavventure giudiziarie dei compagni Bonaccini e Richetti. Entrambi sono modenesi, un dettaglio topografico che mi riporta alla memoria il monito che nei primi Anni Ottanta, dopo un’intervista, aveva rivolto a Giorgio Bocca il sindaco di Modena, Mario Del Monte: «Se affonda Modena, affonda l’Italia!». Del Monte era un comunista orgoglioso della propria città. Non la riteneva seconda rispetto a Bologna. Il suo non era un campanilismo banale, bensì la rivendicazione puntigliosa di un primato.
Per fortuna di tutti, Modena non è crollata. Ma l’Emilia rossa certamente sì. Chi l’ha portata ai piedi di Gesù Cristo è l’alieno che sta a Palazzo Chigi, Matteo Renzi. Lui si è mangiata tutta la regione simbolo del comunismo all’italiana. E già che c’era, si è pappata per intero la Toscana. Da granducato che era, l’ha trasformata nel palazzotto del suo Giglio Magico, pieno di fedelissimi, di amici, di amici degli amici. Ma a colpire di più è la brutta fine della potenza emiliana. E adesso leggerete come ne parlavano le eccellenze rosse della regione in un anno preso a caso, il 1982.
Iniziamo da due intellettuali. Mario Melloni, il mitico Fortebraccio, scriveva: «L’Emilia Romagna è anche un fenomeno di cristianesimo operante. Dove la laboriosità si sostituisce al vizio. E la generosità è generatrice di solidarietà e di carità, virtù che lo spirito religioso giustamente predilige». E Ugo Baduel, firma di rango dell’Unità: «Bologna e l’Emilia sono una grande quercia frondosa sulla linea dell’orizzonte italiano, una quercia che s’impone in ogni stagione».
Luciano Lama, segretario generale della Cgil, parlava così: «L’Emilia è forte. Esprime una realtà diversa dal resto del Paese. Qui i ricchi sono meno ricchi, i poveri meno poveri. Qui si è saputo coniugare una strategia di lungo periodo con obiettivi immediati». E Luciano Guerzoni, segretario regionale del Pci: «Quando si attacca Bologna e l’Emilia, si colpisce la speranza stessa del rinnovamento del Paese. Occorre vincere la sfida qui, per vincerla in Italia». E Renzo Imbeni, segretario federale di Bologna: «In Emilia c’è un esperienza grande del nuovo modo di governare. Qui non c’è malgoverno né clientelismo».
I compagni emiliani non avevano complessi di inferiorità. Antonio Bernardi, deputato di Reggio Emilia, disse a Fabrizio Coisson dell’Espresso: «Il nostro tessuto di dirigenti è di formazione europea. I quadri delle nostre cooperative girano per la Germania, la Francia, l’Inghilterra. Quelli sono i loro modelli di riferimento. Mitterrand, in Italia, siamo noi!». Persino i comunisti siciliani li invidiavano. Luigi Colajanni spiegò a Maurizio Chierici del Corriere della sera: «I miei compagni emiliani hanno capito che il vero modo di fare politica in una società capitalistica è quello dell’organizzazione stabile degli interessi. Il militante siciliano, escluso dal potere, non l’ha compreso».
Ancora il segretario regionale Guerzoni: «Il pluralismo ha avuto in Emilia-Romagna condizioni di sviluppo sconosciute altrove. Le accuse di egemonismo comunista sono veramente pretestuose». E Alfonsina Rinaldi, la gentile segretaria del Pci di Modena e futura sindaco, diceva a Carlo Valentini del Giorno: «Lei mi chiede perché molti imprenditori emiliani, piccoli e medi, si iscrivono al Pci. La risposta è che condividono il nostro programma. Non chiediamo un’adesione ideologica. Gli imprenditori concordano con noi sulla necessità di una riqualificazione dell’apparato produttivo che il Pci sta sostenendo e che va nell’interesse sia dell’operaio, sia dell’industriale».
Di nuovo il compagno Guerzoni: «Quello che ci appare assurdo, e lo diciamo al di fuori di ogni interesse di partito, è che nelle venti banche d’interesse pubblico dell’intera regione Emilia-Romagna non vi sia tra i dirigenti un solo comunista». Eppure i compagni dell’Emilia rossa se ne intendevano di denaro. Il segretario federale di Reggio Emilia, Alessandro Carri, spiegò ai giornalisti che nella sua provincia, durante la sottoscrizione a favore della stampa comunista, per la prima volta si era superato il muro del miliardo di lire. Un altro dirigente emiliano disse, fuori dai denti: «Sono quarant’anni che manteniamo le Botteghe Oscure!».
Secondo Alfredo Reichlin, direttore dell’Unità, esisteva una realtà che era doveroso riconoscere: «Ci sono più elementi di socialismo nelle terre dell’Emilia-Romagna che nelle campagne polacche di Cracovia, più a Bologna che in certe città dell’Est». Merito anche del Psi di Bettino Craxi? Ma non diciamo bestemmie! All’inizio degli anni Ottanta bastava far capolino in una festa del Pci per sentir maledire «quelli del Garofano». Invece di sconfiggere «le Sorelle Bandiera» democristiane, pronte ad andare a letto con tutti, il segretario socialista si era alleato con loro. Alla Festa nazionale di Genova le cuoche volontarie avevano cucinato «la trippa alla Bettino». Alla Festa di Torino niente trippa, ma raffiche di maledizioni.
La militanza rossa considerava Craxi l’avversario da battere. I compagni strillavano che era arrogante, spregiudicato al punto di digerire la P2 di Licio Gelli come un pitone digerisce un coniglio, un tangentaro, il capo del partito degli scandali. Il compagno Giorgio Napolitano, il comunista pallido chiamato “re Umberto”, chiede un rapporto nuovo con il Psi? Forse, chissà, è improbabile, è impossibile. Comunque sia, prima bisogna liquefare Craxi. Un Bettino che vale un Benito: il nuovo fascismo nascerà sotto il segno del Garofano.
Per fortuna, il bastione dell’Emilia rossa stava lì, costruito nell’acciaio, una roccia inespugnabile dagli avversari. Nel 1981, alla vigilia del secondo Congresso regionale del Pci, gli iscritti erano 455 mila. Sostenevano un apparato imponente, fatto di 343 funzionari, dei quali 52 erano donne. Un rapporto della Commissione regionale di controllo, redatto da Sergio Soglia, spiegava: «Negli apparati delle federazioni una percentuale alta di quadri proviene direttamente dalla Federazione giovanile comunista e dal Movimento studentesco. Vanno valutati pregi e difetti di questa scelta, forse più spontanea che voluta. Nel senso che la ricerca dei quadri emergenti dalle sezioni e dai luoghi di lavoro conosce un momento di difficoltà. È necessario dare nuova linfa al partito, promuovendo militanti con maggiore esperienza di base, attingendo laddove si vive direttamente la produzione e la durezza dello scontro di classe».
Mancavano pochi anni alla caduta del muro di Berlino, alla fine dell’Unione sovietica e all’estinzione del Pci per mano di Achille Occhetto. Ma il Partitone rosso si attrezzava davvero come una grande azienda, convinto di sopravvivere per l’eternità. Nel 2014 non esiste più nulla di quel mondo. Anche i dirigenti rimasti ancora in vita sembrano tutti defunti, perché non parlano, non scrivono, non s’incontrano. E un bene o un male? Un grande filosofo diceva: tutto il reale è razionale.
La famiglia rossa dell’Emilia-Romagna si è disfatta. Quando vedo in tivù il cranio mussoliniano di Bonaccini e la faccia spaventata di Richetti penso a due naufraghi. Anche la rossa Toscana ha ceduto il passo alle donne renziane, ragazze da calendario con il tacco alto. Renzi, il nuovo padrone, ha il viso da bamboccio fiorentino e il pugnale in mano. Mi domando quale sarà il burrone nel quale cadrà. Insieme a tutti noi.

di Giampaolo Pansa da liberoquotidiano.it

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Sergio-RomanoPERCHÉ GLI ALTRI NON SI FIDANO DI NOI
Il sospetto ricorrente

Fra i dati sull’Italia, elaborati periodicamente dall’Istat e da Eurostat, manca quello sulla fiducia. Se esistesse, scopriremmo che i nostri partner, indipendentemente dalle pubbliche dichiarazioni dei loro governi e dai comunicati ufficiali alla fine di un incontro bilaterale, non credono nel nostro Paese. Alcune ragioni sono storiche: le guerre fatte a metà, i cambiamenti di campo, il continuo divario fra il Nord e il Sud, gli impegni non rispettati, il familismo amorale, la giungla burocratica, la democrazia clientelare, il peso della criminalità organizzata sulla vita politica e sociale. Altre sono più recenti e più importanti. Come tutti i membri dell’Unione europea, l’Italia è passata attraverso le crisi della modernità, da quella sociale e generazionale del ‘68 a quella delle nuove tecnologie, dal ritorno ai mercati dopo il declino dello Stato assistenziale negli anni Ottanta alla crisi del credito nel primo decennio del nuovo secolo.

Gli italiani, a tutta prima, sembrano consapevoli della necessità di cambiare, ma il loro sistema politico, a differenza di quelli dei partner maggiori, ritarda i mutamenti o finisce per annegarli in un diluvio di norme insufficienti e contraddittorie. Le Commissioni bicamerali per una nuova Costituzione muoiono senza avere prodotto alcun risultato. Berlusconi fa promesse che non verranno mantenute. Ogni riforma, da quella del lavoro a quella della giustizia, trova sulla sua strada un partito della contro-riforma, composto da corporazioni che difendono i loro privilegi chiamandoli ampollosamente «diritti acquisiti». Le leggi, quando vengono approvate, sono redatte in modo da produrre risultati parziali e mediocri. Da Tangentopoli a oggi sono passati ventidue anni: una generazione perduta.
Vi sono momenti in cui i nostri partner sarebbero felici di credere nell’Italia. Mario Monti è stato accolto entusiasticamente. Enrico Letta, agli inizi del suo governo, godeva di molte simpatie e di grande comprensione. Ma la rapidità con cui entrambi sono stati espulsi dal sistema politico trasforma il credito iniziale in nuovo pessimismo e in più radicale sfiducia. Matteo Renzi ha acceso qualche nuova speranza, ma il modo in cui saltella da un annuncio all’altro e sembra essere continuamente alla ricerca di un nuovo obiettivo, a maggiore portata di mano, comincia a creare diffidenza e scetticismo anche negli ambienti che lo avevano salutato come il Tony Blair italiano.

Niente è irreparabile. In un libro recente, apparso in Italia presso il Mulino e in Inghilterra presso la Oxford University Press, un economista, Gianni Toniolo, dimostra che l’Italia è quasi costantemente cresciuta dagli anni Novanta dell’Ottocento agli anni Novanta del Novecento. Ma non si cresce, nel mondo d’oggi, senza la fiducia dei mercati internazionali e i capitali degli investitori stranieri. E non si crea fiducia se il governo non riesce a sconfiggere con qualche cambiamento reale e immediatamente visibile, quei partiti della contro-riforma che sono da troppo tempo i veri padroni dell’Italia.

Sergio Romano da corriere.it

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danilo tainoUn milione di romeni
Record in Italia
Sono 16 le comunità di stranieri con più di centomila componenti

Per la prima volta nella storia, l’Italia ha una comunità nazionale di immigrati ufficiali che supera il milione di unità: sono i romeni, un milione e diecimila nel 2013 . Una crescita straordinaria: nel 2010 erano 850 mila , nel 2000 solo 120 mila e nel 1990 circa 40 mila . Si tratta – secondo la classificazione che ne fa la United Nations Population Division – di persone nate in Romania e che vivono in Italia da un anno o più. Il dato è rilevante praticamente da ogni punto di vista. Da quello sociale, perché romeni e romene sono una presenza con la quale gli italiani entrano in relazione sempre più spesso. Da quello economico, perché gran parte di loro è inserita nel mondo del lavoro. Da quello commerciale, in quanto una comunità di un milione di persone inizia a essere seriamente interessante per chi vuole offrirle servizi, ad esempio viaggi e istruzione, o prodotti, con pubblicità annessa. Anche dal punto di vista politico, la spinta al rafforzamento di un rapporto tra Roma e Bucarest è quasi obbligata.

Questo tipo di considerazioni andrà fatto sempre più spesso nei prossimi anni. Innanzitutto perché i residenti immigrati complessivi crescono a un ritmo non indifferente: nel 1990 erano un milione e 430 mila , nel 2000 erano due milioni e 120 mila , nel 2010 erano saliti a quattro milioni e 800 mila e l’anno scorso sono arrivati a cinque milioni e 720 mila . Ma anche per il cambiamento di provenienza di questi flussi migratori, negli ultimi vent’anni fortissimo. Nel 1990 , appena caduto il Muro di Berlino e alla vigilia del crollo dell’Unione Sovietica, la comunità di immigrati più consistente era quella marocchina: 170 mila persone. Seguivano i tedeschi, circa centomila . Tutte le altre comunità si contavano solo nell’ordine delle decine di migliaia: tunisini e filippini erano 70 mila , come i francesi; egiziani, albanesi, serbi, senegalesi erano attorno ai 40 mila ; e i cinesi 30 mila . L’immigrazione era decisamente poco visibile e poco significativa dal punto di vista sociale, del business e della politica.

Nel 2013 , oltre a quella romena, altre comunità di immigrati sono diventate importanti per numero. Gli albanesi sono diventati 450 mila , i marocchini 430 mila , gli ucraini 210 mila , i cinesi 180 mila , i moldavi 150 mila , i filippini 130 mila (ci sono anche 230 mila tedeschi, 210 mila svizzeri, 150 mila francesi, ma si tratta di immigrazione diversa). Al momento, in Italia ci sono 16 comunità di residenti nati all’estero con più di centomila componenti. (Questi dati – ordinati in forma interattiva da Pew Research per l’intero pianeta su www.pewglobal.org – non misurano la dimensione delle comunità etniche presenti in un Paese, nel senso che considerano solo i nati all’estero, non i figli degli immigrati).
I numeri e le tendenze raccontano che queste comunità sono qui per restare e per crescere. Per politica, business, media, pubblicitari, prenderne atto può essere un’opportunità.

di Danilo Taino da corriere.it

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vanity_fair_marco_travaglio1La banda larga

InquisitiDal Vangelo secondo Matteo, che esce ogni giorno a edicole unificate sotto varie testate, si apprende che Renzi ha impresso al centrosinistra una poderosa “svolta” (Repubblica e Corriere: paghi due, prendi uno), un “cambio di stagione”, una “mutazione genetica”, una “metamorfosi” (Repubblica) anche in materia di giustizia: prima era “giustizialista”, ora è “garantista” (Corriere) anzi “postgiustizialista” (Repubblica); prima tifava giudici, adesso non più, in nome del “primato della politica” (Repubblica e Corriere) e grazie alla “fine del berlusconismo” da cui Renzi ha “liberato il paese” (Repubblica). Vivi applausi dalla base, che apprezza la sua “posizione coraggiosa” (Corriere) e ha già da tempo “atteso e metabolizzato la svolta come un ritorno alla normalità, come il desiderio di emanciparsi da un complesso di colpa o di inferiorità” e “liberarsi da un atteggiamento caudatario nei confronti della magistratura” (Repubblica).

Ecco dunque le grandi novità del neogarantismo pidino: l’elogio del condannato Errani e dell’indagato Descalzi, la difesa dell’inquisito Bonaccini, la promozione a sottosegretari degl’indagati Barracciu, De Filippo, Del Basso de Caro e Bubbico, e soprattutto l’”offensiva riformista del premier sulla giustizia” (Corriere), cioè “le riforme promosse senza consultare l’Anm” (Repubblica). Insomma, “dai tempi di Mani Pulite a oggi mai si era assistito a uno scontro così duro e aperto tra un leader del centrosinistra e il potere giudiziario” (Repubblica). Chissà dove hanno vissuto in questi 22 anni gli esimi colleghi autori delle succitate corbellerie. Se casomai fossero passati dall’Italia e non avessero la memoria dei pesci rossi, saprebbero che nel 1992-‘94 Mani Pulite colpì tutti i partiti, Pds compreso. Tant’è che D’Alema – finito anche lui sotto inchiesta e poi in parte prescritto, in parte archiviato – chiamava il Pool “il soviet di Milano” o “i golpisti di Milano”. E nel ‘96, appena l’Ulivo vinse le elezioni, iniziò a trafficare con Berlusconi per metter su la Bicamerale, che si occupò soprattutto di giustizia con la bozza Boato copiata un po’ dal Piano della P2 e un po’ dal programma di Forza Italia (due testi peraltro indistinguibili). L’Anm salì sulle barricate, Gherardo Colombo rilasciò al Corriere la celebre intervista sulla Bicamerale “figlia dei ricatti incrociati” e Francesco Greco disse: “Il centrosinistra fa cose che nemmeno Craxi aveva osato fare”. Uno scontro al cui confronto quello di oggi fa ridere. La verità è che il centrosinistra non è stato “giustizialista”, antiberlusconiano e amico dei giudici per un solo nanosecondo. Nel 1996-2001 approvò una serie di leggi-canaglia contro la giustizia e la legalità, pro mafia e pro corruzione, plagiate dal programma di B. che infatti le votava entusiasta. In cambio il centrosinistra salvava dall’arresto prima Previti e poi Dell’Utri. Intanto destra e sinistra fraternizzavano in varie bicamerali degli affari, tipo quella dei furbetti del quartierino che scalavano banche e giornali. Nel 2001-2006 l’opposizione alle vergogne berlusconiane fu talmente inesistente da scatenare i Girotondi in piazza. Intanto i Ds cacciavano Furio Colombo dall’Unità per eccesso di antiberlusconismo. Nel 2006 il centrosinistra rivinse e riprese il suo sport preferito: completare l’opera lasciata a metà da B. Mandò Mastella alla Giustizia e varò subito il mega-indulto che mise fuori 30mila criminali e soprattutto impedì che finissero dentro Previti e B. Poi il nuovo ordinamento giudiziario che separava le funzioni dei magistrati. La guerra alla Forleo, a De Magistris e alla procura di Palermo. E il bavaglio sulle intercettazioni, approvato solo alla Camera perché intanto cadde il governo. Anche la festosa presenza di inquisiti Pd al governo, in Parlamento e nelle candidature, spacciata per clamorosa novità, è solo un mesto replay del recente passato. A parte il ‘94, quando non ne candidò neppure B., il centrosinistra ha sempre portato in Parlamento, al governo e negli enti locali carrettate di pregiudicati (perfino per omicidio e banda armata), imputati e inquisiti. Si diano pace i laudatores: anche sulla giustizia (si fa per dire), Renzi è come gli altri. Per quanto si sforzi, difficile riesca a fare peggio.

Da Il Fatto Quotidiano del 14/09/2014.

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