pansa-giampaoloPansa: “Vi racconto la grande guerra di mio padre, soldato a 18 anni”

Ho letto tante rievocazioni della Prima guerra mondiale, pubblicate per il centenario di quel massacro. Ma nessuna mi ha colpito come i ricordi di mio padre Ernesto, classe 1898. Chiamato alle armi quando aveva 18 anni e quattro mesi, andò subito al fronte nella III Armata del Duca d’Aosta. Era cresciuto nella miseria più nera: sei bambini orfani di padre, il bracciante Giovanni Pansa, morto da giovane mentre zappava il campo di un padrone, e una madre vedova di 33 anni. Ernesto, il penultimo dei sei, aveva imparato a cavarsela da solo. Dopo la quarta elementare, era stato messo al lavoro: guardiano delle mucche, tuttofare nelle cascine, muratore e infine operaio guardafili delle Regie Poste.
La chiamata arrivò il 14 febbraio 1917 e lui si presentò al Distretto militare di Casale Monferrato. Rimase nella caserma Carlo Alberto meno di un mese. Ma era un ragazzo sveglio, sapeva leggere e scrivere in modo spedito, e comprese subito quanto fosse insaziabile la fornace della guerra. L’Italia aveva già perduto molte migliaia di uomini e doveva rafforzare i reparti sul fronte. Ernesto vide in caserma tanti uomini di 42 e 43 anni, padri di famiglia, già vecchi per la vita grama, spesso con una caterva di figli. Poi si rese conto che l’esercito avrebbe preso anche ragazzi più giovani di lui. Nel maggio 1917 venne arruolata tutta la classe del 1899. E dopo la disfatta di Caporetto toccò ai bambocci del 1900.
Ernesto fu inserito nel Genio telegrafisti e con il realismo dei poveri si adattò presto alla condizione del soldato. Tanti anni dopo, quando gli chiesi come si fosse trovato al fronte, rispose: «Non posso dire bene, perché la verità è che mi sono trovato benissimo. L’esercito mi ha dato il primo cappotto della mia vita. Non ne avevo mai posseduto uno, mi difendevo dal freddo con una coperta rattoppata. Quando alla caserma Carlo Alberto mi hanno consegnato il pastrano grigioverde non credevo ai miei occhi!».
«Poi ho ricevuto un paio di scarponi nuovi, mentre ero abituato a scarpe di terza mano che mi regalava il parroco del paese. Da soldato ho sempre mangiato due volte al giorno, un’abitudine che non conoscevo perché a casa ci sedevamo a tavola soltanto la sera, davanti a un piatto di minestra. Nella gavetta trovavo sempre un pezzetto di carne, da noi lo vedevamo il giorno di Natale. Il pane dell’esercito non era granché, ma bastava. In guerra ho assaggiato per la prima volta il cioccolato, ho fumato la prima sigaretta e sono andato con una donna, in uno dei bordelli della III Armata. Il Duca d’Aosta sosteneva che erano i migliori dell’intero esercito italiano».
Il 10 agosto 1917 Ernesto raggiunse il fronte nell’area di Monfalcone. E si trovò nel furore dell’undicesima offensiva dell’Isonzo, iniziata sette giorni dopo e fallita come tante altre. Il Genio non partecipava agli assalti dalle trincee, ma doveva operare su un terreno coperto di cadaveri. Mi raccontò: «Era come una grande semina di morti stecchiti, molto fitta, solco per solco. Noi del Genio ci passavamo attraverso per stendere le linee del telegrafo e dei telefoni da campo. Non mi era mai capitato di vedere un morto. Il giorno che mio padre Giovanni era andato al Creatore, avevo tre anni e mezzo. E non mi ricordavo niente di lui. Adesso di cristiani uccisi ne vedevo centinaia ogni giorno».
Ernesto era costretto a camminarci sopra. Li spostava con la pala. Li rivoltava per far passare i fili. Vide come la guerra straziava i soldati. Corpi smembrati dalle granate. Con il cranio scoperchiato. Le facce spaccate a metà, senza naso e orecchie. Bocche prive di labbra e di lingua. Gambe sparite. Braccia tranciate. Feriti ancora in vita, ma ridotti a brandelli di carne. Fu allora che provò la paura. Non di morire, bensì di restare mutilato.
Gli era rimasto impresso nella memoria il numero dei mutilati in quella guerra: 219mila. Mi disse: «Quando aiutavo a raccogliere i feriti, mi domandavo sempre: che cosa mi succederà se dovessi restare mutilato? Non potrei più lavorare né da guardafili né da contadino. Diventerei un peso per mia madre Caterina, per le mie sorelle e per Francesco, il fratello piccolo. La mia vita e anche la loro si sarebbe trasformata in un inferno. Molti degli invalidi una volta riportati a casa sono diventati pazzi. E qualcuno si è ucciso. Io sono stato protetto dallo spirito di mio padre Giovanni. Dall’aldilà si sarà detto: ho già dato troppi fastidi alla mia famiglia, devo fare in modo che Ernesto ritorni dalla guerra tutto intero».
Anche il Genio ebbe i suoi morti: almeno 1.400. La fanteria considerava i genieri degli imboscati perché non dovevano subire la tortura della trincea. Ma Ernesto conobbe tutto di quel mattatoio. Il gelo, il caldo, la solitudine, l’insonnia, l’immobilità forzata, la puzza dei corpi, l’odore delle feci, i grossi topi che si mangiavano i cadaveri, l’assalto di milioni di pidocchi.
Poi il tormento della sete. L’acqua arrivava alle trincee portata nelle botticelle da cani di grossa taglia. Di abbondante c’era soltanto il cognac. I soldati lo chiamavano «la benzina» perché veniva distribuito prima di ogni assalto, nella convinzione che infondesse coraggio. Tutti bevevano come spugne. Nelle trincee l’odore del cognac era persino più forte di quello dei rifiuti e dei cadaveri.
«Ma la benzina», mi raccontò Ernesto, «non ti salvava dalle malattie che uccidevano anche i sopravvissuti agli assalti. La malaria, quella di tipo cerebrale, la più insidiosa. Il tifo petecchiale. Infine il colera. Li ho visti i soldati colerosi. Venivano trasferiti in lazzaretti improvvisati, dentro un edificio abbandonato. Se ne stavano sdraiati sulla paglia, in mezzo ai loro escrementi. Gli unici soccorritori erano i becchini, passavano due volte al giorno a portare via i cadaveri».
Il 6 ottobre 1917 Ernesto compì 19 anni. Nessuno pensò di festeggiarlo. Del resto, il 24 ottobre s’iniziò il disastro di Caporetto. E comparve una pestilenza mai vista: la febbre spagnola. Durante la ritirata Ernesto conservò la divisa, l’elmetto, il fucile, lo zaino e soprattutto la cassetta dei ferri da guardafili. La sua regola fu di restare accanto al proprio ufficiale, seguire i genieri anziani e non disperdersi. Arrivò sulla riva destra del Piave in uno scenario da tregenda: pioggia battente, fiumi in piena, vento gelido e poi nebbia fitta.
Dopo una settimana, Ernesto scoprì di essersi beccato la malaria. Lo stesso accadeva a tanti altri soldati. Alla fine del conflitto si accertò che i militari malarici erano 85mila. E non si riuscì mai a stabilire quanti ne morirono. Ernesto venne fatto partire dal fronte, diretto a Firenze, al deposito del 3° Reggimento del Genio radiotelegrafisti. Viaggiò sulle tradotte militari con la febbre addosso e una scorta di chinino nel tascapane. Per arrivare a Firenze impiegò 18 giorni.
Era un ragazzo magro, ma di fibra forte. Sopravvisse, guarì e dopo una breve licenza venne rimandato in prima linea. Ci arrivò il 12 aprile 1918 e vi rimase sino alla fine, il 4 novembre, continuando a fare il suo dovere. Quando ritornò a casa, si rese conto che a nessuno importava più della guerra. L’unico che volle sapere delle sue traversie di giovane soldato fu il parroco di San Germano, la frazione di Casale Monferrato abitata dai Pansa. Si fece raccontare tutto per filo e per segno, poi concluse: «Aveva ragione Papa Benedetto XV a dire che le armi servono soltanto a creare l’inferno in terra».

di Giampaolo Pansa da liberoquotidiano.it

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ernesto_galli_della_loggiaEGOISMI, CORPORAZIONI, AMBIGUITÀ
Dirsi in faccia un po’ di verità
Sono molte, forse anche troppe, le cose che il governo attuale si è impegnato a fare. Ma mano a mano che qualcuna di queste viene sia pur faticosamente compiendosi, ci si accorge che esse non bastano a far ripartire il Paese.
La parola d’ordine della «rottamazione» con la quale Matteo Renzi ha costruito il suo successo quando era un outsider serve poco a Matteo Renzi presidente del Consiglio. Oggi, quel messaggio di rottura chiede non solo di essere riempito di contenuti specifici. Chiede soprattutto una visione più alta, una voce più matura e più convincente, capace di mobilitare le menti e i cuori: e in questo modo di spingerli al rinnovamento e all’azione. Voglio fare un esempio solo apparentemente minore: quello del rilancio del servizio civile messo in cantiere dal governo pochi giorni fa.
Ebbene, invece di farne un’occasione per una sorta di grande chiamata all’impegno civico per l’Italia, rivolta a una gioventù oggi sfiduciata e abbandonata a se stessa; invece di immaginare obiettivi concreti per un tale impegno (chessò, pulire le coste e le rive dei corsi d’acqua, tenere lezione d’italiano e di cultura elementare per gli immigrati, presidiare di notte le periferie urbane garantendone la sicurezza); invece di cercare di colpire l’immaginazione come avrebbe fatto un Roosevelt, evocando una Giovane Italia che riprende in mano le sorti del suo Paese, invece di qualcosa del genere ci si è limitati alle solite trattative con la solita burocrazia della solidarietà, con le decine e decine di associazioni, cooperative, Ong (in genere accuratamente lottizzate), che non si capisce bene che cosa faranno ma si capisce solo che avranno un po’ di soldi pubblici in più.
È in questo modo che il carisma che certamente Renzi possiede rischia – ripercorrendo le orme fatali di Craxi e di Berlusconi – di restare un carisma vuoto. Vuoto di quella capacità essenziale per un uomo di governo che è la capacità di leadership (cioè di guidare e di fare, convincendo e creando consenso). Non a caso, se non mi sbaglio, già comincia a serpeggiare tra molti uno scetticismo larvato, un senso di disillusione.
Non inganni il premier la pletora di quelli che mossi dalla speranza di conservare le proprie posizioni ora vogliono salire sul suo carro di vincitore. Sono proprio questi che ogni giorno di più appesantiscono e impacciano i suoi movimenti, alla lunga rendono imbolsita la sua immagine e, lungi dal costituire un seguito, semmai gli impediscono di consolidarne uno. Il vero seguito, infatti, quello che gli serve per riuscire, Renzi deve cercarlo nell’opinione pubblica, e a me pare che egli debba ancora costruirselo. La vittoria elettorale nelle elezioni europee (i cui risultati, lo ricordi, si sono spesso dimostrati quanto mai volatili) è soprattutto un preannuncio di consenso, ma guai a considerarlo equivalente a un consenso già acquisito e consolidato.
L’Italia, non bisogna stancarsi di dirlo, è sull’orlo di un vero e proprio declino storico. Arretriamo in tutto. In tutto stiamo uscendo dal gruppo di testa nelle classifiche mondiali; sempre più perdiamo la proprietà di pezzi importanti del nostro apparato produttivo; peggiorano le nostre condizioni materiali di vita; si accrescono le differenze sociali; aumenta la distanza tra le diverse parti della Penisola; i giovani, presenti in numero sempre minore, ci abbandonano in misura sempre maggiore. Dove sia il punto di non ritorno non lo sappiamo. Ma sentiamo che esso, ormai, non è forse troppo lontano. Che senza un mutamento rapido e radicale, qui ed ora, siamo destinati a vedere cominciare a sgretolarsi l’edificio di conquiste storiche costruito pur tra alti e bassi lungo un secolo e mezzo. Perché è questo e non altro ciò che oggi è in gioco.
Matteo Renzi se ne rende conto? A tanti è sembrato di sì. E che proprio perciò egli fosse la persona giusta per guidare il Paese. Molti hanno sperato che forte della sua giovane età e del suo temperamento egli potesse essere il protagonista del mutamento radicale che serve all’Italia. Renzi lo sa. Finora, però, non ha compiuto il passo davvero decisivo per avviare la svolta che il Paese attende: il passo senza il quale tutto il resto è impossibile. E cioè dire a questo stesso Paese la verità.
Per risalire la china abbiamo bisogno innanzi tutto di verità. Che si dica come stanno le cose, che si parli dei molti errori che abbiamo commesso e delle vie senza uscita in cui ci siamo cacciati. Che si smascherino le bugie di vario genere che le mille corporazioni italiane, dai magistrati ai giornalisti, ai tassisti, raccontano e si raccontano per mantenere i propri privilegi ai danni dell’interesse generale.
Dobbiamo sapere che da troppo tempo crediamo di poter vivere al di sopra dei nostri mezzi. Bisogna che l’Italia ascolti raccontare per filo e per segno degli sprechi pazzeschi e delle disfunzioni (dal numero degli addetti alle spese vere e proprie) che quasi sempre con la complicità dei sindacati sono divenute la regola nelle amministrazioni pubbliche. Che si dica a voce alta che fare le Regioni come le abbiamo fatte, con i poteri che abbiamo loro dato, è stato una scempiaggine assoluta. Che dalle elementari all’università abbiamo scaricato sul nostro sistema d’istruzione tutto lo sciocchezzaio ideologico e tutte le fumisterie parademocratiche che ci hanno attraversato la mente negli Anni 60-70, in tal modo mandandolo in pezzi. Che le privatizzazioni sono state un’autentica truffa ai danni della collettività. Che troppo spesso il livello professionale del management alla guida del nostro apparato produttivo e bancario è infimo mentre la sua sete di soldi è enorme. Che da noi il merito è messo al bando dovunque ma specie dalla classe dirigente, continuamente a caccia di posti tramite raccomandazione a pro di mogli, mariti, figli e amanti vari.
Che le cose stanno così (e quelle ora elencate costituiscono solo un modesto campionario) lo sanno, lo sappiamo tutti. Ma sarebbe una vera rivoluzione se a dirlo fosse il Potere, per bocca del presidente del Consiglio: perché solo a quel punto la verità da tutti conosciuta diverrebbe innegabile. Sarebbe un macigno ineludibile nel nostro discorso pubblico con cui tutti dovremmo fare i conti. Mettendo così a rischio i nostri vizi più inveterati: a cominciare per esempio dalle bugie pietose delle corporazioni di cui dicevo sopra, come quella dei magistrati, con i loro motivi di aria fritta accampati per conservare il privilegio di restare in servizio fino a 75 anni.
Certo, dire la verità è quasi sempre scomodo e difficile. Ma se vuol mantenere fede alle speranze da lui stesso suscitate, se vuole cambiare verso al Paese, Matteo Renzi è atteso a questa prova di lucidità e di coraggio. Per cui serve una cultura politica, una conoscenza della società italiana e della sua storia, un’ispirazione anche morale (sì, quando la politica va oltre la routine, essa s’incontra inevitabilmente con l’etica), che non so se egli abbia. Ma qui è Rodi, e qui egli deve saltare. Senza una grande operazione di verità, di tutta la verità, sul proprio passato e sul proprio presente, l’Italia non potrà mai cambiare strada. E quindi non potrà mai salvarsi.

di Ernesto Galli Della Loggia da corriere.it

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mario sconcertiHa vinto il calcio più logico

Ha vinto la Germania del calcio organizzato, quella dei passaggi e della modernità. La Germania che fa da esempio al mondo nell’educazione dei giovani, che ha il movimento meno spettacolare e il più ricco. Perfino la Germania che rende prezioso quello che ha e non ha mai visto un fuoriclasse straniero, mai Maradona, mai Ronaldo, mai Ibrahimovic o Cruijff. La Germania multietnica che s’inventa il suo oro come un vecchio artigiano, ma gestisce il calcio come una multinazionale. Ha perso l’Argentina dei solisti, della grande difesa, l’Argentina di Messi, scomparso nel finale per soli uomini veri, l’Argentina che ricorda l’Italia di Lippi, un gioco severo e organizzato, alla fine quasi tradito dai suoi migliori. Per il Mondiale la Germania è una buona soluzione universale, per gli amanti dell’individuo è mancato invece qualcosa di spettacolare e finale. Due squadre opposte, intense, che si sono quasi annullate nello sfinimento fisico e in uno strano equilibrio tattico pieno di contraddizioni. È stato alla lettera il calcio del mondo con tutti i suoi particolari e le diversità.
Ha vinto un calcio appena più logico, ma ha deciso la giocata eccezionale di un singolo, Götze. Il cerchio complessivo che si è chiuso. Non è stata la Germania del 7-1. L’Argentina, ha costretto spesso i tedeschi a correre in modo abbastanza banale. In una partita fondamentalmente stanca, dove la grande bellezza era tutta nell’importanza delle emozioni, i solisti dell’Argentina hanno dato più spesso l’idea di poter andare oltre la partita. Messi non è stato travolgente, ma è rimasto in partita fino ai tempi supplementari. Sono stati però gli uomini e lo spazio persi per la sua marcatura a riequilibrare il centrocampo argentino, altrimenti sempre in inferiorità numerica. Messi ha saltato spesso l’avversario, quasi sempre ha fatto il trequartista, un po’ arretrato rispetto alle due punte, un ruolo di minori scatti che attirava però più uomini in marcatura. Ricordo la finale del 1990 a Roma persa dall’Argentina contro la Germania per un gol di Brehme su rigore. C’era Maradona, ma non era in condizione e rimase sempre ai margini. Nessuno disse per questo che aveva perso la sua corsa con Pelé. Sarebbe ingiusto dirlo adesso per Messi che stavolta ha cercato almeno la differenza finale. Certo la terra degli dei si è all0ntanata. Più generoso e più confuso Müller, che ha cercato la partita finale senza trovarla. Ma ha trovato la Coppa di campione del mondo.

di Mario Sconcerti da corriere.it

Categories : calcio, commenti, social, società
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vanity_fair_marco_travaglio3MA MI FACCIA IL PIACERE

TotoIl Santo Stalker. “Sono le 5 del pomeriggio di giovedì 10 luglio ed è la terza volta che incontro Papa Francesco per conversare con lui… Questi nostri incontri li ha voluti Papa Francesco… Il Papa ritiene che un colloquio con un non credente siffatto sia reciprocamente stimolante e perciò vuole continuarlo; lo dico perchè è lui che me l’ha detto” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 13-7). Non avendo nulla da fare tutto il giorno, quel petulante di Bergoglio si annoia a morte e allora tempesta Scalfari di telefonate: “Allora, quando vieni? È un mese che ti aspetto”. Il Santo Fondatore non ha un minuto di tempo libero, ma ogni tanto gli tocca accontentarlo: se no chi lo sente, quello. Piange il Telemaco. “Tra riforme e processi, Berlusconi pressato dai figli: ‘Forza Italia danneggia le aziende’” (la Repubblica, 13-7). Manca solo che chiedano una legge sul conflitto d’interessi.

Ride il Telemaco. “L’assoluzione di Pier Silvio Berlusconi è importante: anche il padre andava giudicato innocente” (avv. Niccolò Ghedini, FI, 8-7). Le assoluzioni dei figli devono ricadere sui padri. La Grande Riforma. “Berlusconi ci riprova: ‘Dopo il sì alle riforme, giusto darmi la grazia’” (la Repubblica, 10-7). Già che ci siamo, si potrebbe inserirla in Costituzione.

Congiuntivite. “Berlusconi si è rifiutato di rispondere al telefono, ha evitato di parlare addirittura con coloro che lo cercavano per testimoniare la loro vicinanza e incoraggiarlo: ‘Metti che poi mi intercettano’…” (Libero, 12-7). Al massimo scoprono che non conosce il congiuntivo.

Mare Monstrum. “Non è possibile mantenere persone che non fanno niente dalla mattina alla sera” (Matteo Salvini, segretario Lega Nord, contro i centri di accoglienza per immigrati in Sicilia, 13-7). Se no che ci stanno a fare il Parlamento e le Regioni? Boldrina/-ae. “Nessun uomo insegnante verrebbe mai chiamato maestra. Perchè una donna che dirige un giornale viene chiamata direttore?” (Laura Boldrini, presidente della Camera, 13-7). Il fatto poi che una donna si chiami Boldrini, maschile plurale, è semplicemente inaccettabile.

La combriccola del Vasco. “Poche volte il Pd è stato così unitario, la condanna di Vasco Errani è parsa una cosa impossibile. Il Pd dev’essere garantista, poi le diverse situazioni vanno valutate una a una” (Stefano Bonaccini, segretario Pd Emilia-Romagna, la Repubblica, 10-7).

Dipende dal partito del condannato. Errani humanum est. “Renzi vede Errani a Palazzo Chigi” (l’Unità, 10-7). Tanto ormai, condannato più condannato meno…

Perseverare diabolicum. “Non mi pento di nulla, rifarei tutto” (Vasco Errani, Repubblica, 9-7).Bravo,così condannano di nuovo. T’amo pio Silvio. “Da parte di Berlusconi, sulla riforma del senato e sulla legge elettorale, c’è stata una prova di serietà e concretezza che non possiamo non riconoscere” (Maria Elena Boschi, Pd, ministro delle Riforme, Corriere, 11-7). “Berlusconi fino a questo momento non ha mai fatto venir meno la sua parola e il suo impegno” (Matteo Renzi, Pd, presidente del Consiglio, Corriere, 13-7).Il pregiudicato detenuto è serio, concreto, sincero e impegnato: facciamogli riformare la Costituzione.

Enti inutili. “Renzi: non temo il voto del Parlamento” (La Stampa, 11-7). Anche perchè lo stiamo abolendo.

Giornalismo investigativo. “Crede che nel suo caso le esigenze cautelari abbiano assunto una dimensione spropositata?”, “Lei è in pace con se stesso?”, “Può essere che lei abbia commesso qualche errore?”, “Che cosa le manca di più, in cella?”, “Lei denuncia un accanimento nei suoi confronti: come se lo spiega?” (dall’intervista di A. C. a Pier Paolo Brega Massone, arrestato e condannato in primo grado all’ergastolo per aver ucciso 4 pazienti e ad altri 15 anni per lesioni su un altro centinaio di persone nella clinica Santa Rita di Milano, Panorama, 16-7). Ma soprattutto: scusi, macellaio, com’è la carne?

Buio Fitto. “Presidente, ci siamo già fatti fregare da Monti e da Letta. Se Renzi ti darà un terzo delle cose che avete concordato, compresa la riforma della giustizia, ti giuro che mi spoglio e vado a piedi da Roma a Bruxelles nudo” (Raffaele Fitto, FI, tenta di convincere B. a mollare Renzi, la Repubblica, 12-7). Un motivo in più per far saltare le riforme.

Il Tavecchio che avanza. “Tavecchio alla presidenza della Federcalcio non è adeguato” (Andrea Agnelli, presidente della Juventus, 8-7). “Io sto con Tavecchio contro Agnelli. Quando vado a lavorare pago le tasse, Agnelli e la sua famiglia hanno spolpato l’Italia. Io ho gli imprenditori, loro sono prenditori che hanno bloccato il calcio italiano” (Mario Macalli, presidente della lega Pro, 9-7). E il guaio è che hanno ragione tutti e due.

Mogherini chi? “E per la Mogherini si avvicina la nomina a lady Pesc, alto rappresentante per la politica estera europea” (La Stampa, 12-7). Siccome la politica estera europea non esiste, hanno giusto bisogno di una Signora Nessuno.

Il Dottor Divago. “Napolitano: ‘Attenti ai focolai che ci circondano. Quanti errori dopo il 2001. Sulle crisi l’Europa parli, lo chiedono anche gli Usa” (La Stampa, 12-7). Il governo tenta di scassinare la Costituzione su cui lui ha giurato, il presidente del Senato Grasso e il segretario del Quirinale Marra testimoniano in Corte d’Assise a Palermo sulle sue interferenze pro-Mancino nell’inchiesta Trattativa, e lui parla di esteri. Mister Pesc in barile. Italia Equatoriale. “Carceri, se l’Italia sembra la Guinea” (Luigi Manconi, l’Unità, 10-7). Impossibile: la Guinea non ha Manconi.

Da Il Fatto Quotidiano del 14/07/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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gianroberto-casaleggioBradipo, rispondi! #bradiporispondi

“A Renzie bisogna riconoscere un grande merito: è imbattibile a menare il can per l’aia dietro a un apparente decisionismo. Doveva fare sfracelli in pochi mesi (attenzione! da gennaio ha sempre usato la parola “mesi” senza concludere una fava). E’ poi passato alla parola “giorni”, i famosi “mille giorni” in cui dovrebbe cambiare il mondo dando così l’impressione di aver aumentato la sua velocità (attenzione! giorni sono meno di mesi se uno non ci fa caso, in realtà ha spostato l’asticella dai mesi agli anni). L’idea dell’uomo del destino che con la sua ardimentosità porta il Paese fuori dal vuoto è trasmessa anche dal suo accelerare davanti alle telecamere. Vedete come corro io… Renzie piè veloce.
Il M5S ha messo alla prova la velocità di Renzie e ne ha constatato la lentezza da bradipo. Da settimane è stata data la nostra disponibilità a convergere sulla legge elettorale. Il M5S ha risposto alle richieste del Pd smpre in tempo reale, il Pd ha fatto ammuina.

L’Italia, a differenza di Renzie e del notopregiudicato non può più aspettare i loro comodi discussi sempre privatamente nel “club Privè R&B”. E’ necessario concludere questo confronto al più presto. Per cui,se non verrà confermata una data di incontro con la nostra delegazione in settimana insieme a eventuali rilievi alle nostre risposte ne prenderemo atto e lasceremo che la trattativa si sviluppi con la benedizione del Colle tra il notopregiudicato, e forse da venerdì anche notocarcerato, e il bradipo fiorentino. Aspettiamo una risposta nelle prossime 24 ore, o, per agevolare Renzie, nei prossimi 1.440 minuti o 86.400 secondi. Scelga lui.”

Di Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio da beppegrillo.it

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