vanity_fair_marco_travaglio3trattativa@governo.it

Panna montata

Parliamoci chiaro, senza tante pippe sul giustizialismo, il garantismo, la privacy e altri concetti molto seri che qui c’entrano come i cavoli a merenda. L’unico metro per misurare la carica di innovazione sbandierata da Renzi è quello della giustizia: qui, dopo vent’anni di inciuci che hanno prodotto oltre cento fra leggi e riforme, tutte regolarmente nella direzione di paralizzare i processi, agevolare le prescrizioni e salvare i colpevoli eccellenti, si parrà la sua nobilitate rottamatoria. Il premier aveva cominciato bene, scegliendo il pm Gratteri come ministro della Giustizia. Poi Napolitano, imbalsamatore imbalsamato dell’Ancien Régime, gli ha depennato quel nome con una scusa patetica (i magistrati non possono fare i ministri della Giustizia, i delinquenti e i loro compari invece sì).

E Renzi s’è subito genuflesso, nominando il povero Orlando. Risultato: in sei mesi abbiamo avuto la legge svuotacarceri (la terza in tre anni, quella che lascia liberi tutti gli spacciatori e non solo quelli), la riforma del voto di scambio politico-mafioso (che l’altroieri ha regalato a un politico siciliano Udc l’annullamento della sua condanna a 6 anni per aver comprato voti da un boss) e ieri la rivoluzionaria, epocale Riforma della Giustizia. Ricordate la conferenza stampa di fine luglio, con le 12 linee guida, le slide sberluccicanti e l’invito del premier “Scriveteci le vostre idee a rivoluzione@governo.it”? Ecco, devono avergli scritto B., Verdini, Dell’Utri, Alfano e Schifani. Infatti ieri il premier col gelato ha annunciato un bavaglino sulle intercettazioni per avvocati, giornalisti e cittadini. Quanto alla prescrizione, che falcidia dai 100-150 mila processi all’anno e l’Europa ci chiede di bloccare al momento del rinvio a giudizio come in tutti i paesi civili, è tutto un faremo, vedremo, delegheremo: zero assoluto. Così come su falso in bilancio, frode fiscale, autoriciclaggio e anticorruzione. Dare la colpa a Berlusconi o Alfano è giusto, ma riduttivo: Renzi, quando vuole, fa come gli pare (ne sanno qualcosa i suoi ministri, Giannini in primis). La boiata di ieri porta dunque il suo nome e la sua responsabilità. Diciamola tutta, allora, fuori dai denti: la rottamazione, la rivoluzione, l’innovazione sono annunci vuoti, promesse vane, parole al vento. Il bulletto di Rignano s’è messo prontamente a cuccia e protegge come i suoi predecessori una classe dirigente che campa sulle prescrizioni (senza, sarebbe decimata dalle retate), sugli scambi e le trattative con le mafie, sui bilanci falsi, sulle frodi fiscali e sulla speranza di non essere intercettata (o, nel caso lo fosse, almeno di non finire sputtanata sui giornali). Una riforma della giustizia che non limiti le intercettazioni e la loro conoscibilità, non intimidisca i magistrati, ma anzi li aiuti a scoprire corruzioni, voti di scambio, falsi in bilancio e frodi fiscali sarebbe cannibalismo puro. Renzi ha fatto la sua scelta, premeditata. Non ha ceduto a un diktat di B. o di Alfano. Continua a fare accordi con B. e Alfano perché la pensa come loro. È ora di prenderne atto, onde evitare future sorprese, delusioni e prese in giro. Ricordate il nuovo reato di voto di scambio (416 ter Codice penale) approvato in Senato il 16 aprile dopo tre passaggi parlamentari? È la prova della premeditazione. Mentre il Fatto, alcuni magistrati (Di Matteo, Gratteri, Ingroia) e i 5Stelle gridavano al colpo di spugna o almeno al pastrocchio, lorsignori (politici di ogni colore, ma anche purtroppo i pm Cantone e Roberti) giuravano che la riforma era perfetta o almeno molto migliore della precedente. In apparenza era così, visto che finalmente puniva il politico e il mafioso che scambiano voti o promesse di voti non solo per denaro, ma anche per “altre utilità” (appalti, assunzioni, favori). In realtà riduceva le pene, che prima andavano da 7 a 12 anni e ora vanno da 4 a 10. E – come subito avvertì il Massimario della Cassazione – era scritta apposta per risultare inapplicabile e mandare assolti i colpevoli. È il Renzi-style: pacchetti ben infiocchettati e, dentro, il nulla o il peggio. Vediamo come e perché. 1) Nel primo passaggio al Senato, su impulso dei 5Stelle, il Pd aveva accettato di inserire fra le altre utilità promesse dal politico al mafioso in cambio di voti la “disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione”. Poi però quella frase fu cancellata. Dunque se il politico promette al mafioso di mettersi a disposizione della sua cosca in cambio di voti, è molto improbabile che commetta reato. 2) Perché il voto di scambio sia reato non basta che il politico accetti la promessa di voti dal mafioso: grazie a un altro codicillo appositamente aggiunto in extremis al testo base della riforma, bisogna pure dimostrare che il mafioso si è impegnato a procurarglieli “mediante le modalità di cui al 3° comma dell’art. 416bis”, cioè con “la forma di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà”. Se invece il mafioso chiede i voti gentilmente, o non si riesce a dimostrare che abbia promesso di chiederli con minacce, l’accordo col politico non è reato. È questa la scappatoia che ha salvato l’Udc Antonello Antinoro, Mister Preferenze di scuola cuffariana: incontrò due volte il boss di Resuttana, gli consegnò una busta di 5 mila euro in cambio di voti per le Regionali 2008, un picciotto chiamò il suo cellulare il giorno prima delle elezioni per comunicare che “tutte le cose stanno andando nel modo migliore” e l’indomani l’“onorevole” fu eletto con 25 mila preferenze. Però, scrive la Cassazione, il “nuovo articolo 416 ter” rende “penalmente irrilevanti condotte pregresse consistenti in pattuizioni politico-mafiose che non abbiano espressamente contemplato… il concreto dispiegamento del potere di intimidazione proprio del sodalizio mafioso e che quest’ultimo si impegni a farvi ricorso”: “ai fini della punibilità, deve esservi stata piena rappresentazione e volizione da parte dell’imputato di avere concluso uno scambio politico-elettorale implicante l’impiego da parte del sodalizio mafioso della sua forza di intimidazione e costrizione della volontà degli elettori”. Chi ha infilato quella frasetta nella legge ne conosceva benissimo gli effetti impunitari. Noi, e non solo noi, l’avevamo scritto e detto per tempo, non solo sul Fatto (sul sito di Servizio Pubblico c’è un dibattito fra il sottoscritto e la sempre ignara Picierno, a imperitura memoria). Dunque non fu un errore o una svista: fu un delitto legislativo premeditato per salvare chi, in certe zone d’Italia (e non solo al Sud), non sa come prendere voti se non comprandoli dalle mafie. La trattativa Stato-mafia è un format inossidabile, che sopravvive a ogni rottamazione vera o presunta. Sarebbe ora di depositarlo alla Siae: scriveteci le vostre idee su trattativa@governo.it .

Da Il Fatto Quotidiano del 30/08/2014. marco travaglio via triskel182 . wordpress.com

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marcello-venezianiÈ il trottolismo l’ideologia di Matteo

Come si può definire l’ideologia di Renzi? Trottolismo. Da trottola, giocattolo infantile a forma di cono lanciato da una corda per farlo ruotare vorticosamente.

Il trottolismo di Renzi è comprovato dalla velocità dell’eloquio, dai rapidi spostamenti, dai più rapidi twitter e dei giri vorticosi intorno a sé. Il trottolismo in Renzi non è solo un modo, uno stile, è anche un messaggio, un contenuto. Nelle società arcaiche la trottola era segno di velleità infantile, da noi si diceva: ma vai a giocare al curuo, nome antico della trottola. Cosa opporre al trottolismo, la lentezza? No, il test decisivo resta il paragone tra le parole e i fatti, fra trottole e frottole.

I punti deboli finora sono due: maggioranza fragile e ministri modesti. Ma dategli tempo per dimostrare cosa riesce a fare. Se ci riesce, siate contenti come italiani, anzi auguratevelo, con tutto il cuore. Se non ci riesce, mandatelo a giocare al curuo da un’altra parte.

Traduco per il centrodestra: lasciatelo governare senza cercare a tutti i costi i motivi di contrasto. E approfittate del suo trottolismo che occupa la scena per costruire intanto una credibile alternativa di domani, senza accanirvi prematuramente su Renzi. Cercate motivi positivi, non oppositivi, per stare insieme, una visione comune della politica e della realtà. La competizione con Renzi avverrà a suo tempo, se nel frattempo non si spezzerà la corda e la trottola schizzerà chissà dove. In quel caso sarà da sfrattare per inadempienza, il Trottolino moroso dudu-dadadà.
Marcello Veneziani  da ilgiornale.it

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crisi argentina tangoItalia in deflazione dopo 50 anni
«1000 occupati in meno al giorno»
A luglio sale il tasso di disoccupazione: 12,6%. Per i giovani è pari al 42,9%, in calo di 0,8 punti percentuali su base mensile. Sono in cerca di un lavoro 705 mila under 25

L’Italia entra in deflazione ad agosto per la prima volta da oltre 50 anni, cioè dal settembre del 1959, quando però l’economia era in forte crescita. A lanciare l’allarme l’Istat che ricorda come allora la variazione dei prezzi risultò negativa dell’1,1%, in una fase di 7 mesi di tassi negativi. Ad agosto 2014 l’indice dei prezzi al consumo misurato dall’Istat nelle prime stime ha segnato un calo dello 0,1% rispetto allo stesso mese dello scorso anno (era +0,1% a luglio). E, nel secondo trimestre del 2014 il Pil italiano, è diminuito dello 0,2 per cento sia rispetto al trimestre precedente, sia nei confronti del secondo trimestre del 2013. L’Italia, dice l’Istat, è in recessione. La stima preliminare diffusa il 6 agosto 2014 scorso aveva rilevato la stessa diminuzione congiunturale e una diminuzione tendenziale dello 0,3%, prosegue l’Istat. Il calo congiunturale del pil italiano nel secondo trimestre deriva dal contributo negativo di domanda estera netta (differenza tra export e import) e investimenti (diminuiti in tre mesi dello 0,9%), solo parzialmente bilanciato dal contributo positivo arrivato invece dai consumi delle famiglie. In dettaglio, la domanda nazionale al netto delle scorte ha sottratto 0,1 punti percentuali alla variazione del Pil. Il contributo è stato positivo per i consumi delle famiglie (0,1 punti percentuali), nullo per la spesa della PA e negativo per gli investimenti fissi lordi (-0,2 punti percentuali). Le scorte e gli oggetti di valore hanno contribuito positivamente alla variazione del Pil (+0,2 punti percentuali), mentre il contributo della domanda estera netta è stato negativo per 0,2 punti percentuali.

A luglio sale la disoccupazione
E intanto la disoccupazione torna a salire e, a luglio, balza al 12,6%, in rialzo di 0,3 punti percentuali su giugno e di 0,5 punti su base annua (circa 71 mila occupati). Seguendo i dati destagionalizzati rilevati dall’Istat, gli occupati a luglio calano di 35 mila unità: in sintesi, è come se si fossero persi più di mille posti di lavoro al giorno. Il tasso di occupazione, pari al 55,6%, diminuisce di 0,1 punti percentuali sia su base mensile che su base annua. Viene così cancellata la flessione del mese precedente, con il tasso che si riporta ai livelli di maggio, appena sotto i massimi storici. Il tasso di disoccupazione aumenta rispetto a giugno sia per la componente maschile (+3,3%), sia per quella femminile (+1,0%) rileva ancora l’Istat. Anche in termini tendenziali il numero di disoccupati, prosegue l’Istituto di statistica, cresce sia tra gli uomini (+0,9%) sia tra le donne (+9,3%). Il tasso di disoccupazione maschile, pari all’11,6%, aumenta di 0,3 punti percentuali su base mensile e di 0,1 punti nei dodici mesi; quello femminile, pari al 13,9%, aumenta di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,1 punti su base annua.
Disoccupazione giovanile: 42,9 per cento
Unica, flebile, nota positiva arriva per i giovani in cerca di lavoro: sempre in rifermento al mese di luglio, il dato riferito alla disoccupazione giovanile è in calo. Mentre, spiega l’Istat, i disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono oltre 700 mila. «I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono 705 mila – si legge nella nota dell’istituto di statistica – L’incidenza dei disoccupati di 15-24 anni sulla popolazione in questa fascia di età è pari all’11,8%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,1 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, e’ pari al 42,9%, in diminuzione di 0,8 punti percentuali rispetto al mese Esplora il significato del termine: precedente ma in aumento di 2,9 punti nel confronto tendenziale».precedente ma in aumento di 2,9 punti nel confronto tendenziale».

Squinzi: «Pronti a sacrifici ma politica punti su crescita»
E arriva, a distanza, il commento del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: «Se mi dicono che bisogna fare dei sacrifici sono pronto, ma i nostri sacrifici devono avere una prospettiva, una visione di lungo termine. Perché non aspettiamoci miracoli, non vedremo una forte crescita nei prossimi anni», dice Squinzi. «Dobbiamo essere pronti a fare sacrifici, ma tocca alla politica indicare quali sono: se posso fare una richiesta alla politica chiedo che servano a far tornare alla crescita le imprese, perché senza non si creerà lavoro». La politica, avverte il leader degli industriali dal Meeting di Rimini, «deve prendere decisioni nella direzione della crescita. Dobbiamo decidere qual è il modello di futuro per il nostro paese. Io credo che siamo essenzialmente un paese manifatturiero, non vedo un futuro di servizi. Possiamo pensare a risorse come la cultura ed il turismo, ma essenzialmente dobbiamo mettere le nostre imprese nella condizione di creare crescita e occupazione», considerando anche i rischi dell’impatto «sociale». Oggi «non possiamo permetterci di perdere altri pezzi del manifatturiero del nostro Paese», un Paese che «ha bisogno di creare occupazione», ed il «nostro compito è più complicato oggi che nel dopoguerra».

da corriere.it

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stefano feltri 280 euro, zero miracoli: a giugno consumi a picco

NESSUN MIGLIORAMENTO NEL PRIMO MESE IN CUI C’ERA IL BONUS IRPEF IN BUSTA PAGA. MENTRE CONTINUA IL CROLLO PER TUTTI I PRODOTTI: -2,6% IN UN ANNO.

Ora è ufficiale: gli 80 euro inseriti da Matteo Renzi nelle buste paga dei lavoratori dipendenti a basso reddito non hanno prodotto miracoli. Secondo l’Istat, la variazione dei consumi a giugno 2014 rispetto a maggio è stata questa: zero. O meglio, i consumi per alimentari (quelli di base) hanno segnato +0,1 mentre i beni non alimentari – dai mobili alla tecnologia ai vestiti – sono scesi dello 0,1 per cento. Su base annua, il crollo continua: -2,6 per cento in un anno, nel primo semestre di quest’anno la frenata è stata però minore, -1 per cento.   A voler essere ottimisti, in realtà, si può notare un miglioramento. Tra maggio e aprile, i consumi avevano segnato -0,7. Poi il 27 di maggio milioni di lavoratori dipendenti hanno trovato in busta paga 80 euro in più e la variazione mensile è stata soltanto zero, basta col segno meno.

Purtroppo le rilevazioni diffuse mercoledì sulla fiducia dei consumatori indicano che le aspettative non sono cambiate: in un mese il giudizio degli italiani sulla situazione economica è crollato da -79 a -91, segno che prevale il pessimismo, complici i dati che indicano una nuova recessione: il Pil nel secondo trimestre è stato in discesa dello 0,3 per cento su base annua. E un consumatore pessimista consuma poco, cerca di risparmiare , non si indebita e contribuisce alla palude dell’economia invece che alla ripresa.   I NUMERI DELL’ISTAT, è la diagnosi di Confcommercio, “confermano che le misure prese fino ad oggi non hanno prodotto gli effetti sperati sui consumi e non sono state idonee a sostenere la fiducia delle famiglie, in calo anche ad agosto”. Nessun commento dal governo. La linea ufficiale è che è troppo presto per fare un bilancio e che, comunque, senza gli 80 euro i numeri sarebbero stati decisamente peggiori. Probabile, ma impossibile da dimostrare. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan prova a rassicurare e, al Tg1, promette che “saranno confermati i tagli fiscali per famiglie e imprese” con la legge di Stabilità. Bisogna trovare 10 miliardi all’anno attraverso tagli strutturali di spesa soltanto per coprire il bonus degli 80 euro e ancora non c’è alcun indizio su dove saranno queste coperture. L’idea di estendere il beneficio anche a pensionati e liberi professionisti è stata accantonata, i soldi proprio non ci sono.   POLITICA A PARTE, la fotografia mensile dei consumi al dettaglio dell’Istat è utile per capire dove sono i problemi sul fronte della domanda interna. Si intravede uno spostamento ormai duraturo dai supermercati ai discount: le vendite alimentari aumentano di poco ma soltanto perché il pubblico si sposta verso i negozi più economici. Su base annua i consumi alimentari segnano -2,4, gli ipermercati segnano -1,3, i supermercati -2,5 mentre i discount di alimentari +0,5 (ma quelli che vendono altri prodotti meno indispensabili fanno -0,7). I piccoli negozi, come sempre, soffrono di più e per loro il calo è del 3,9 per cento.   I dati servono anche a capire dove stanno tagliando gli italiani . Si comincia dalla voce “cartoleria, libri, giornali e riviste”: -5,3 tra giugno 2014 e giugno 2013. Crollo pesante anche per “mobili, articoli tessili e arredamento”, -3,9 per cento, e per “foto-ottica e pellicole, supporti magnetici, strumenti musicali”, -3,8. Abbigliamento e calzature perdono rispettivamente il 2,3 e il 2,2, giù anche i prodotti farmaceutici (-2,9). I beni voluttuari sono i primi a saltare, seguiti subito dopo da quelli durevoli – automobili, lavatrici, frigoriferi – che richiedono investimenti più rilevanti. Tanto i prezzi sono piatti, rinviare un acquisto importante di qualche mese o un anno non comporta il rischio che nel frattempo diventi più oneroso.   Il crollo dei consumi sembra in fase di rallentamento, tutti gli indicatori sul primo semestre 2014 sono migliori rispetto a quelli relativi al 2013. Ma bisognerà aspettare ancora per vedere il segno positivo che indica accenni di ripresa. Incrociando le dita.

Da Il Fatto Quotidiano del 29/08/2014. Stefano Feltri via triskel182.wordpress.com

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massimo gramelliniMitraglietta rosa
Probabilmente sono sbagliato io, ma se avessi una bambina di nove anni l’ultimo posto dove la porterei a giocare è un poligono di tiro al confine tra Arizona e Nevada. Dipenderà dal fatto che non abito in Arizona e neppure in Nevada, per cui nella gerarchia dei miei piaceri «respirare dal vivo l’atmosfera di una battaglia nel deserto iracheno» non rientra tra le priorità immediate. Se però fossi un padre dell’Arizona o del Nevada, dunque smanioso di travestire mia figlia da guerrigliera del terzo millennio, almeno mi accerterei che non corresse pericoli e non diventasse lei stessa un pericolo. Per questo, forse, eviterei di metterle in mano una mitraglietta Uzi munita di regolare caricatore. E magari mi accerterei che l’istruttore che l’assiste non sia così pazzo da lasciargliela usare.

Come avrete intuito, i miei sono classici pregiudizi da europeo decadente, in bilico perenne tra desiderio di libertà e bisogno di protezione. Eppure immagino che anche in Arizona, e persino in Nevada, i gesti producano delle conseguenze. E di conseguenze, una bambina che perde il controllo della mitraglietta e trapassa la testa del suo istruttore, riesce a produrne parecchie. Un cadavere. Una micro-assassina inconsapevole che si trascinerà il peso di quell’attimo per tutta la vita. E un padre che non potrà imputare solo all’imprudenza dell’istruttore l’esito catastrofico di quella che rimane anzitutto una sua decisione: portare una bimba a sparare. Nemmeno le immagini dei califfi islamici bastano a farmi dimenticare che di fanatici ne abbiamo una discreta collezione anche in Occidente.

Da La Stampa del 29/08/2014. Massimo Gramellini

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