Archive for società
Una canzone su YouTube prima di morire
Il giovane Zach diventa una star
Malato di cancro, il diciottenne del Minnesota
saluta la vita con il brano «Clouds». Milioni di clic
:«Quando sono caduto in questo buco oscuro e solitario non c’era nessuno lì a cui importasse più di me/ Avevo bisogno di un modo per tornare a galla e aggrapparmi a qualcosa/ Tu eri lì seduta a tendere la corda». «Clouds» («nuvole») era la sua canzone. Con il video pubblicato su YouTube, l’americano Zach Sobiech ha salutato questo mondo, e il mondo ha preso parte al suo addio: il messaggio di amore e speranza è stato cliccato milioni di volte. Zach Sobiech si è spento lunedì in Minnesota. Aveva 18 anni.
CANCRO MALIGNO – Ha voluto lasciare un ricordo indelebile a tutti coloro che gli hanno voluto bene: la sua famiglia, la sua ragazza, i suoi amici. Con una canzone. Il calvario di Zachary David Sobiech era iniziato nel novembre del 2009, a 14 anni. I medici gli avevano infatti diagnosticato un osteosarcoma, un cancro maligno alle ossa. Sono seguite dieci operazioni chirurgiche, 20 cicli di chemioterapia e lunghi ricoveri. Ma le speranze di guarire andavano via via affievolendosi. Sei mesi, un anno al massimo, gli avevano comunicato i dottori un anno fa. Così un giorno Zach ha preso la chitarra e a dicembre ha pubblicato «Clouds». Per salutare i suoi affetti e la vita.
NEI CUORI DELLE PERSONE – Il cantante pop è morto lunedì mattina nella sua casa a Stillwater, due settimane dopo aver compiuto 18 anni. «Ringraziamo tutti coloro che hanno visto il video di Zach e lo hanno aiutato a diffondere il suo messaggio e la sua musica», ha comunicato la famiglia. Il ricavato delle donazioni arrivate alla fondazione ideata dai genitori per chi è affetto dalla forma di tumore che ha colpito il figlio, ha superato i 100.000 dollari (77.000 euro). «Clouds» in questa settimana è stata in vetta alla classifica delle canzoni più scaricate su iTunes. «Il cancro può averlo preso troppo presto, ma Zach lascerà un’eredità duratura», scrive la Children’s Cancer Research Fund. «Il suo messaggio è impresso nelle menti e nei cuori di milioni di persone».
COMMOZIONE – Il brano ha commosso l’America. Molte star della musica, da Jason Mraz, Rachel Bilson, Sarah Silverman, Ashley Tisdale fino a Bryan Cranston, hanno reso omaggio al teenager americano cantando la sua canzone. Su YouTube il documentario di venti minuti My Last Days ha superato le 5 milioni visualizzazioni.
Benché così diversi tra loro, c’è una cosa che accomuna tutti i fenomeni del Web nati in questi anni: il sentimento fondamentale di non essere soli. Zach non è mai stato solo. «Andremo su su su/ Ma io volerò un po’ più in alto/ Andremo sulle nuvole perché da lassù la vista e migliore».
Elmar Burchia da corriere.it
PALO DELLA LUCE AL CENTRO DELLO SVINCOLO
DELL’AUTOSTRADA. INCREDIBILE A NAPOLI
NAPOLI – Un palo nel bel mezzo di una strada. Un pericolo altissimo per chi fa quel percorso e un vero e proprio incubo infrastrutturale.
A denunciare l’insolita scelta è il Movimento 5 Stelle al comune di San Giorgio a Cremano.
Si tratta delll’apertura dell’uscita autostradale su via della villa Romana a Ponticelli, utilissimo per chi proviene da Salerno se non fosse per il palo al centro della carreggiata.
L’M5S ha chiseto chiarimenti ma nel frattempo il palo resta dove si trova. «Questo svincolo», denunciano il responsabile regionale dei Verdi Ecologisti Francesco Emilio Borrelli ed il capogruppo del Sole che Ride alla VI Municipalità Antonio Rescigno, al Corriere del Mezzogiorno, «è atteso da anni ed è inconcepibile che sia stato realizzato un palo della luce proprio al centro della carreggiata».
da leggo.it
Quel prete ribelle mai giudice e sempre fratello
FUORI DALLE RIGHE SIN DAL PRIMO INCARICO AL RIFORMATORIO, EDUCAVA I RAGAZZI ALLA LIBERTÀ E ALL’AUTONOMIA. ANIMATORE DELLA PARROCCHIA DEL CARMINE, FU TRASFERITO PIÙ VOLTE, FINO ALLA FONDAZIONE DELLA SUA COMUNITÀ.
Don Andrea Gallo, per tutti noi il Don, è il compagno che vorremmo avere al nostro fianco in ogni momento della vita. Ci ha insegnato che il vizio capitale peggiore è l’ottavo: l’indifferenza. È stato un grande rivoluzionario. Quando glielo rammentavo, la risposta era sempre la stessa: “Io ho seguito solo le impronte lasciate dagli altri”. Sì, è stato un grande rivoluzionario, non solo per il bene che ha fatto, ma per la forza della sua parola, per l’esempio dato dal suo modo di vivere, in una società che distrugge i valori, dove morale ed etica sono diventati optional. Quante volte Don Gallo si è domandato: “Dov’è la fede? Nelle crociate moralistiche? Dov’è la politica? Nei palazzi? Dove sono i partiti? Sempre più lontani. È una vera eutanasia della democrazia, siamo tutti corresponsabili, anche le istituzioni religiose”.
Lui ha semplicemente messo in pratica gli insegnamenti del cristianesimo partendo dalla virtù che dovrebbe essere alla base della vita di un prete: la povertà, e che invece la Chiesa, quella conservatrice, quella dei tabù, gli ha sempre contestato, a volte trattandolo da eretico. Con la Chiesa il rapporto è stato difficile sin dall’inizio. “Chi vuol farsi obbedire deve prima riuscire a farsi amare”, sono le parole di Don Bosco che Andrea aveva fatto sue. Ordinato sacerdote il 1° luglio 1959, poco prima del suo trentunesimo compleanno. Il primo incarico, l’anno dopo, come cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori. Il metodo che usava con i ragazzi (non aveva alla base l’espiazione della pena), non era gradito. Con lui fiducia e libertà prendono il posto della repressione. Lavora sulla responsabilità, consentendo ai ragazzi di uscire per andare al cinema e vivere momenti di auto gestione. Dopo tre anni fu rimosso dall’incarico senza nessuna spiegazione. Nel 1964 il Don decise di lasciare la congregazione salesiana per entrare nella diocesi genovese. “Mi impedivano di vivere pienamente la vocazione sacerdotale”, racconterà successivamente.
ALLA CHIESA HA SEMPRE CONTESTATO: la piramide gerarchica; la ricchezza; la mancanza del no totale alla guerra; la condanna nei confronti della laicità. Per Don Gallo la laicità ha rappresentato la difesa dei diritti dell’uomo. Nel 1965 la diocesi lo mandò come viceparroco alla chiesa del Carmine in un quartiere popolare di Genova. “Di portuali e operai, con abitazioni inagibili, un mercato rionale quasi indecente. Giravo nei vicoli, sostavo tra i banchi, passavo in edicola, discutevo con il salumiere che era convinto che mi piacesse il prosciutto ma comprassi la mortadella perché ero tirchio e volevo spendere meno”. Erano gli anni della fine del concilio Vaticano II. Gli anni in cui con papa Giovanni XXIII la Chiesa decise di leggere i segni dei tempi. La guerra del Vietnam. Facciamo l’amore e non la guerra, era lo slogan del movimento pacifista americano. Da noi, dopo la rivolta francese, nacque la contestazione, il movimento studentesco con la riforma della scuola, i giovani entrarono sempre più nel sociale. Alla messa di mezzogiorno Andrea trattava i temi di attualità, era nettamente schierato al fianco degli ultimi, cominciò a tenere due leggii: da una parte il Vangelo, dall’altra il giornale.
Nel 1970 la Chiesa, dopo averlo fatto spiare dal parroco che registrava di nascosto le sue prediche, decise di trasferirlo. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso e che aveva fatto scatenare l’indignazione dei benpensanti fu la predica all’indomani della scoperta di una fumeria di hashish nel quartiere. Il Don, invece di inveire contro chi rollava qualche spinello, ricordò che vi erano altre droghe ben più diffuse e pericolose, per esempio quella del linguaggio, che poteva tramutare il bombardamento di popolazione inerme in un’azione a difesa della libertà. Fu accusato di fare politica e di essere comunista. Don Gallo aveva trasformato la parrocchia del Carmine in un luogo di aggregazione, di confronto per giovani e adulti. “Mi hanno rubato il prete” è quello che disse un bambino a chi gli chiedeva perché stesse piangendo, seduto sulle scale della chiesa del Carmine il 2 luglio 1970 durante la manifestazione di solidarietà contro il trasferimento di Don Gallo voluto dall’arcivescovo di Genova, cardinale Siri. Quel giorno erano migliaia le persone che manifestarono a suo favore. Quel giorno segnò la sua identità, rappresentò il momento in cui Don Gallo prese coscienza di essere in relazione con gli altri, di essere prete e laico contemporaneamente.
Don Gallo rimarrà per sempre un simbolo della dignità e dell’uguaglianza tra gli uomini. Quel biglietto da visita che Gesù gli aveva consegnato non se l’è mai messo in tasca, lo ha stretto forte, forte per sempre nelle mani, il sale, il lievito, il chicco di grano sono stati sempre presenti in ogni sua azione. Nella sua vita c’è un altro momento fondamentale. L’8 settembre 1943 Andrea aveva quindici anni, suo fratello Dino, ufficiale del genio pontieri, era considerato disperso, invece era entrato nella Resistenza. A novembre tornò a casa per qualche giorno. Fu Dino a parlare ad Andrea per la prima volta di Resistenza, di lotta di Liberazione, di valori e libertà. “Aprii gli occhi sul nazifascismo. Per me fu facile scegliere da che parte stare. Su quei valori cominciò il mio percorso di vita”. Andrea decise di disertare e di seguire il fratello entrando nella Resistenza come staffetta con il nome di battaglia Nan, diminutivo di Nasan che in genovese significa nasone che era il soprannome che gli avevano dato a scuola, a causa del naso prominente. “Sono un miracolato, prima che da Dio, dal fascismo”.
PER DON GALLO “L’INCONTRO” con Don Bosco arrivò a vent’anni. Un giorno mentre giocava a pallone conobbe il salesiano Piero Doveri, è lui che gli cambiò la vita. “La gioia di vivere con gli altri e per gli altri di questo prete mi ha completamente fulminato. E se diventassi anch’io un prete di Don Bosco? Diventando educatore posso stare al contatto con i ragazzi, cercando di aprire la loro anima, di aprire le loro potenzialità nella libertà, nella giustizia, nella democrazia nel benecomune, nella pace”. Così Don Gallo trovò la vocazione: “Don Bosco mi ha dato Gesù”. Un giorno gli chiesi il significato di queste parole e lui mi disse: “Io non son portato all’illuminazione o altro. L’incontro è come uno scambio di biglietti da visita. Gesù mi ha dato il suo biglietto: son venuto per servire e non per essere servito”. Dopo la cacciata dalla chiesa del Carmine, il Don capì che la diocesi non lo avrebbe mandato da nessuna parte. Grazie a un amico incontrò don Federico Re-bora, il parroco di San Benedetto. “Quando gli parlai la prima volta, mi rispose semplicemente: venite. Io e i miei ragazzi siamo accampati lì da quarantatré anni. Qualche anno dopo è nata la comunità di base San Benedetto al Porto”.
Don Gallo ha sempre ricordato che è ad essa che deve la sua maturazione come uomo, come cristiano, come prete. “Io so che devo rispondere alla mia coscienza di fede, ma è stando in comunità che ho capito che devo rispondere anche alla mia coscienza civica”. Ho scritto qualche anno fa dopo un nostro dibattito: “Peccato che il Don sia un prete, se fosse un politico, avremmo trovato il nostro leader”. Ci hanno rubato il prete che parlava dell’amore, ci hanno rubato il prete che era monsignore.
Da Il Fatto Quotidiano del 23/05/2013. Loris Mazzetti
Don Andrea Gallo (Genova, 18 luglio 1928 – Genova, 22 maggio 2013) è stato un presbitero italiano, fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova.
Andrea Gallo si sentì attratto fin da piccolo dalla spiritualità dei salesiani di Giovanni Bosco, ed entrò nel 1948 nel loro noviziato di Varazze, proseguendo poi a Roma gli studi liceali e filosofici. Nel 1953 chiese di partire per le missioni, e venne mandato in Brasile, a San Paolo, dove compì gli studi teologici. La dittatura al potere in Brasile lo costrinse però, in un clima per lui insopportabile, a ritornare in Italia. Nel 1954 la tensione salì al massimo nel paese, continuò quindi gli studi a Ivrea e venne ordinato presbitero il 1º luglio 1959.
Un anno dopo venne inviato come cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori. Lì cercò di introdurre un’impostazione educativa diversa, cercando di sostituire i metodi unicamente repressivi con una pedagogia della fiducia e della libertà. Da parte dei ragazzi c’era interesse per quel prete che permetteva loro di uscire, di andare al cinema e di vivere momenti comuni di piccola autogestione, lontani dall’unico concetto fino allora costruito, cioè quello dell’espiazione della pena.
Dopo tre anni venne spostato ad altro incarico (senza spiegazioni, a suo dire), e nel 1964 decise di lasciare la congregazione salesiana e chiese di incardinarsi nella diocesi genovese perché «La congregazione salesiana si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale». Ottenuta l’incardinazione, il cardinale Siri, arcivescovo di Genova in quel momento, lo inviò a Capraia, allora sotto la giurisdizione dell’arcidiocesi del capoluogo ligure, per svolgere l’incarico di cappellano del carcere.
Due mesi dopo venne destinato in qualità di vice parroco alla parrocchia del Carmine, dove rimase fino al 1970, anno in cui il cardinale Siri lo trasferì nuovamente a Capraia. Nella parrocchia del Carmine don Andrea fece scelte di campo con gli emarginati. La parrocchia diventò un punto di aggregazione di giovani e adulti di ogni parte della città, in cerca di amicizia e solidarietà con i più poveri e con gli emarginati, che al Carmine trovavano un punto di ascolto.
Secondo la “comunità” di don Andrea, l’episodio che provocò il suo trasferimento fu un incidente verificatosi nell’estate del 1970 per quanto don Gallo disse durante una sua omelia domenicale[1]. Nel quartiere era stata scoperta una fumeria di hashish e l’episodio aveva suscitato indignazione nell’alta borghesia residente. Don Andrea, prendendo spunto dal fatto, ricordò nell’omelia che rimanevano diffuse altre droghe, per esempio quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare «inadatto agli studi» se figlio di povera gente, oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare «azione a difesa della libertà». Don Andrea fu “accusato” di essere comunista; le accuse si moltiplicarono in breve tempo e questo sarebbe stato il motivo per cui la curia decise il suo allontanamento.
Il provvedimento dell’arcivescovo provocò nella parrocchia e nella città un movimento di protesta, ma la curia non tornò indietro e ingiunse a don Andrea di obbedire. Tuttavia egli rinunciò all’incarico offertogli all’isola di Capraia, ritenendo che lo avrebbe totalmente e definitivamente isolato. Qualche tempo dopo venne accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, don Federico Rebora, e insieme a un piccolo gruppo diede vita alla sua comunità di base, la Comunità di San Benedetto al Porto. Da allora si è impegnato sempre di più per la pace e nel recupero degli emarginati, chiedendo anche la legalizzazione delle droghe leggere: nel 2006 si è fatto multare, compiendo una disobbedienza civile, fumando uno spinello nel palazzo comunale di Genova per protestare contro la legge sulle droghe. Era un grande amico di Vasco Rossi e di Piero Pelù, impegnati anch’essi per la legalizzazione delle droghe leggere.
La Canonica della Parrocchia della SS. Trinità e di San Benedetto, sede della comunità di San Benedetto al Porto
Sin dal 2006 ha appoggiato attivamente il movimento No Dal Molin di Vicenza che si oppone alla costruzione di una nuova base militare Usa nella città veneta. Ha partecipato a varie manifestazioni, in particolare a quella del 17 febbraio 2007 che ha visto la presenza di oltre 130.000 persone. Più volte don Andrea si è recato a Vicenza in occasione dell’annuale Festival No Dal Molin. Il 10 maggio 2009 ha acquistato assieme ad oltre 540 persone il terreno dove sorge il Presidio Permanente No Dal Molin per mettere radici sempre più profonde nella difesa a oltranza del territorio e dei beni comuni.
Nel marzo del 2007 è uscito il libro Io cammino con gli Ultimi, scritto insieme allo scrittore genovese Federico Traversa. Nell’aprile del 2008 ha aderito idealmente al V2-Day organizzato da Beppe Grillo[2]. Il 27 giugno 2009 ha partecipato al Genova Pride 2009, lamentando le incertezze della Chiesa cattolica nei confronti degli omosessuali[3]. Don Gallo ha presentato anche il primo calendario Trans della storia italiana, con le trans storiche del Ghetto di Genova. Il 15 agosto 2011 è stato premiato come Personaggio Gay dell’Anno da Gay.it, nel corso della manifestazione Mardi Gras, organizzata dal Friendly Versilia e tenutasi a Torre del Lago Puccini
Don Gallo ha inoltre tenuto l’orazione funebre alle esequie di Fernanda Pivano a Genova il 21 agosto 2009 . Il 4 dicembre 2009 gli è stato assegnato il Premio Fabrizio De André, di cui è stato uno dei più grandi amici, consistente nel Quartaro d’oro, antica moneta della Repubblica di Genova. Il premio è stato consegnato presso il salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi di Genova. Il 17 novembre 2010 è uscito in tutte le librerie il libro Sono venuto per servire, scritto a quattro mani da don Andrea e da Loris Mazzetti, già collaboratore stretto di Enzo Biagi. Sulla quarta di copertina è citata una frase di Mazzetti che si riferisce al centrosinistra: «Peccato che Don sia un prete. Se fosse un politico avremmo trovato il nostro leader».
Don Gallo ha partecipato a La lunga notte, primo album solista di Cisco (ex cantante dei Modena City Ramblers). Nel 2006 compare nel video di “Pietre” del gruppo folk rock dei Folkabbestia. Nel 2012 don Gallo ha sostenuto Marco Doria alle primarie del centrosinistra di Genova per la designazione del candidato sindaco , poi vinte dallo stesso Doria . A novembre dello stesso anno dichiara di sostenere la candidatura di Nichi Vendola alle primarie nazionali del centrosinistra
L’8 dicembre 2010 cantò Bella Ciao nella sua chiesa assieme a Gino Paoli.
Il 22 maggio 2013 alle ore 17.45, aggravatesi le sue condizioni di salute, muore a Genova. L’annuncio è stato dato da Domenico Chionetti, portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto.
da Wikipedia.it
FEMEN, BLITZ A NOTRE-DAME: A SENO NUDO
SIMULA IL SUICIDIO ALL’ALTARE
PARIGI – Una militante del gruppo femminista Femen ha simulato oggi un suicidio nella cattedrale di Notre Dame. La donna, con la frase «possano i fascisti riposare all’inferno» scritta sul seno nudo, si è messa una pistola finta in bocca mimando il suicidio e ha poi lasciato l’arma sull’altare, riferiscono i media francesi. Il gesto dimostrativo è avvenuto all’indomani del suicidio dello storico di estrema destra Dominique Venner, che si è sparato a Notre Dame in una protesta contro i matrimoni gay. «Femen ha auspicato la morte del fascismo nello stesso luogo dove l’attivista di estrema destra Dominique Venner si è suicidato ieri pomeriggio. La nostra attivista è stata arrestata dalla polizia», si legge sulla pagina Facebook del movimento
da leggo.it
















Massimo Giannini Apprendisti stregoni delle larghe intese compromessi al ribasso
Posted by: mario.giovanardi | Comments (0)IN UNA democrazia evoluta come quella tedesca, le Grandi Coalizioni producono tendenzialmente «equilibri più avanzati», come si diceva un tempo. In una democrazia involuta come la nostra, le Larghe Intese tendono inevitabilmente a generare compromessi al ribasso.
Il presunto accordo Pd-Pdl sulle modifiche alla legge elettorale è un fumoso esempio di equilibrismo politico, oltre che un penoso esercizio di minimalismo giuridico. Il Porcellum, invece di finire al meritato macello, figlia il «Porcellinum ». Un altro mostro, appena un po’ più piccolo, che ancora una volta non esiste in natura ma esiste in Italia. Un altro pasticcio, concepito per aiutare i partiti allo stremo e far durare il «governo di servizio ». Non per restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri eletti, e nemmeno per garantire al Paese un sistema democratico solido ed efficiente. Non per ristabilire i principi di costituzionalità invocati dalla Corte di Cassazione che rimanda al giudizio della Consulta, ma per perpetuare i rischi di un’ingovernabilità che è funzionale alla conservazione del nuovo assetto politico. Dal quale l’unico a trarre vantaggio, fino ad ora, è con tutta evidenza solo Silvio Berlusconi.
Come ormai succede su quasi tutte le misure annunciate o avviate dallo «strano» governo, dall’Imu allo Ius soli, anche l’intesa bipartisan raggiunta sul posticcio maquillage della legge elettorale vigente si presta a letture partigiane e tutt’altro che condivise. Secondo il Pdl si tratta di piccoli correttivi, ma tutti di nessuna importanza (versione Brunetta: «Eliminiamo solo gli aspetti macroscopicamente incostituzionali»). Secondo il Pd si tratta di grandi cambiamenti, ma ancora tutti da scrivere (versione Franceschini: «Abbiamo concordato la norma di salvaguardia: non voteremo mai più con la porcata di Calderoli»). Già questo cortocircuito ermeneutico basterebbe per rendersi conto che siamo di fronte a un patto comunque scellerato. Nei prossimi giorni ne capiremo meglio la natura e la portata.
Ma nel frattempo quel poco che si evince dalle indiscrezioni politiche e dalle ricostruzioni giornalistiche è che nessuna delle rovinose e scandalose nefandezze del Porcellum viene superata. Nella migliore delle ipotesi, il nuovo papocchio serve solo a comprare tempo. Nella peggiore, finge di «ridurre il danno» ma in realtà lo amplifica.
Il meccanismo infernale delle «liste bloccate» non viene smontato. Con buona pace dei cittadini, che si devono rassegnare al ruolo gregario di semplici «sudditi» sottoposti allo strapotere delle segreterie di partito. E con buona pace del parere della Cassazione e del presidente della Consulta Gallo, che indicano nei collegi uninominali previsti dal vecchio Mattarellum una corretta espressione del principio costituzionale del «voto libero e diretto».
Nel marasma successivo al vertice della «stranissima maggioranza», c’è chi non esclude del tutto l’ipotesi che in realtà si possano reintrodurre le preferenze. Ma se fosse vero, anche questo finirebbe per essere un rimedio peggiore del male, vista la palude di corruzione nel quale il sistema sta lentamente sprofondando.
Il titanismo micidiale del premio di maggioranza non viene ricondotto nel solco della realtà, ma paradossalmente ancora più proiettato nella dimensione dell’irrealtà. Non si scardina l’ingranaggio che consente a chi arriva primo alle elezioni di incassare un bottino abnorme, portando a casa il 55% dei seggi. Si alza invece al 40% la soglia minima di consensi oltre la quale scatta il premio. Un tetto iperuranico, che allo stato attuale Pd e Pdl supererebbero
a stento solo se si fondessero in una sola lista. Anche questo è un modo surrettizio per aggirare l’ostacolo dell’incostituzionalità, e al tempo stesso per rendere cogente la formula delle Grandi Coalizioni per via legislativa.
Ecco, dunque, il magma che ribolle nell’officina delle istituzioni. Una mini-riforma che non riforma nulla, e che rappresenta solo una momentanea polizza vita per il governo in carica. Invece di scegliere la via più breve e più logica, cioè un decreto legge che in due righe abroga il Porcellum e ripristina il Mattarellum, gli «apprendisti stregoni» delle Larghe Intese aprono un cantiere perenne che ha il solo scopo di durare molti mesi. In questo cantiere la riforma della legge elettorale deve accompagnare la riforma costituzionale, affidata alle cure di un Comitato dei 40 che raggruppa i membri delle Commissioni affari costituzionali di Camera e Senato, stende un articolato di proposte e le sottopone a una Convenzione, nel frattempo approvata ed eletta secondo i criteri di un’ulteriore revisione costituzionale varata ai sensi dell’articolo 138. Una costruzione barocca, arzigogolata ed eterna. Difficile persino da riassumere in italiano.
Qualche anima bella sostiene che il ripristino del Mattarellum, o comunque una seria riforma elettorale, sono impossibili o comunque sconsigliabili, perché un attimo dopo il governo Letta-Alfano cadrebbe e si tornerebbe immediatamente a votare. Ma se il marchio di qualità dell’azione dell’esecutivo è questo inconcludente «Lodo Quagliariello », allora c’è poco da sperare per l’Italia che aspetta riforme e chiede stabilità. È solo un altro sacrificio estremo, da offrire sull’altare della «pacificazione ».
Da La Repubblica del 23/05/2013. Massimo Giannini via triskel182.wordpress.com