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massimo gramelliniDebiti e paghette  Massimo Gramellini

Un quarantenne su quattro vive grazie alla paghetta dei genitori. Detto con più precisione: secondo una ricerca commissionata dalla Coldiretti, in Italia il 28 per cento degli adulti fra i 35 e i 40 anni (mi rifiuto di chiamare giovane un quarantenne) ha bisogno del sostegno dei familiari. Perché è disoccupato, cassintegrato, parzialmente o saltuariamente occupato, superoccupato ma sottopagato. In ogni caso: preoccupato. Sono i numeri di un terremoto sociale. I nonni mantengono i figli con i soldi che avrebbero voluto lasciare in eredità ai nipoti. E quando il risparmio delle famiglie si esaurirà, magari dopo la prossima spremuta fiscale benedetta dalla signora Merkel, cosa ne sarà dei superstiti? E a chi venderanno i beni di consumo le aziende che, per fabbricarli a prezzi sempre più bassi, sono costrette a tagliare posti e retribuzioni?

Nel mucchio dei percettori di paghette ci sarà sicuramente qualche parassita indisponibile al sacrificio e una percentuale di illusi che si ostina a perseguire un corso di studi o un mestiere che la rivoluzione tecnologica ha confinato nel museo delle cere. Ma la maggioranza è composta da giovani o ex giovani disposti a tutto e condannati al niente. Torrenti di energia ristagnante. Il costo emotivo della crisi è superiore persino a quello economico. Penso all’umiliazione e al senso di fallimento di un adulto costretto a chiedere aiuto ai suoi vecchi. Chissà se in Europa qualcuno ha ancora la forza di fermare questo treno che corre verso il buio. Non è tempo di pagare i debiti del secolo scorso, adesso. Per pagare i debiti servono stipendi, non paghette.

Massimo Gramellini da lastampa.it

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Sala borsa bolognaScuola, il referendum che spacca Bologna
Guccini-Prodi fronti opposti, domenica al voto
Il 26 maggio cittadini chiamati a pronunciarsi sul finanziamento comunale alle materne private paritarie. Un tema attorno al quale si è consumato uno strappo nella maggioranza. Costituzionalisti da un lato ed economisti e uomini di chiesa dall’altro, il cantautore per l’opzione A, il fondatore dell’Ulivo per la B. Sospetti sulla trasparenza nei seggi e appelli per il silenzio elettorale. Il ministro Carrozza: “Il mio compito è quello di appoggiare gli accordi per coprire tutti i posti per i bambini”

Un voto “che non è solo bolognese, ma apre scenari nazionali”. Un confronto sempre più acceso, che vede salire, ora dopo ora, l’asticella della tensione, fra attacchi verbali, a suon di dichiarazioni alla stampa e in rete. Due fronti opposti, politici e sociali, che si scontrano per strappare fino all’ultimo consenso. Il referendum consultivo cui saranno chiamati domenica i cittadini non riguarda soltanto il milione e più di euro che il Comune di Bologna versa ogni anno alle scuole materne paritarie – i promotori, il comitato Articolo 33, vogliono abolire il finanziamento; gli oppositori mantenere il sistema integrato pubblico-privato.

Lo si capisce dal clima sempre più infuocato a urne ancora chiuse. Con Sinistra ecologia e libertà che accusa il sindaco Virginio Merola di volerla escludere dalla maggioranza e fare accordi con il centrodestra, con i referendari che cercano volontari-osservatori nei seggi, con lo schieramento di artisti, scrittori, volti noti della scena nazionale – guidati da Stefano Rodotà – in campo “per la scuola pubblica”, esponenti della Chiesa (il cardinal Angelo Bagnasco), del Governo (il ministro Maurizio Lupi) e la grande maggioranza del Consiglio comunale, da Pd a Pdl e Lega, oltre a studiosi come Stefano Zamagni, che difendono con le unghie e i denti il sistema esistente “che funziona e che è il migliore possibile”.

Chi vuole che quel milione resti nelle casse del Comune a disposizione delle scuole comunali e statali voterà domenica “A”, chi apprezza l’attuale sistema integrato sceglierà invece l’opzione “B”. A fianco dei referendari si è schierato Francesco Guccini, in difesa di una “scuola dell’infanzia, pubblica laica e plurale”. Mentre Romano Prodi, per il B, ha ricordato che “l’accordo che ha funzionato bene per tantissimi anni e che, tutto sommato, ha permesso, con un modesto impiego di mezzi, di ampliare almeno un po’ il numero dei bambini ammessi alla scuola dell’infanzia”.

L’attuale ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, intervenendo oggi da Firenze sottolinea come ”l’interesse mio e del Ministero è appoggiare gli accordi che vedono il ruolo delle paritarie per coprire tutti i posti per i bambini”. ”Dobbiamo pensare ai bambini che devono andare a scuola – spiega – e garantire la copertura per tutti. Lo spirito della legge era ben definito, le scuole paritarie hanno degli obblighi da rispettare nei contratti con gli insegnanti, nei programmi, nel come si pongono e hanno un valore importante perché offrono un servizio che permette a un Comune di soddisfare le esigenze delle famiglie”.

Una delle ultime voci che si è pronunciata sul referendum del 26 maggio è quella dell’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer. Il padre della riforma che ha istituito le scuole paritarie è convinto che “certa politica rischi di allontanarsi dalla vita vera della scuola, abdicando a una coraggiosa azione progressista di rinnovamento del complessivo assetto dell’istruzione, condannando cosi’ l’Italia a restare in coda alle classifiche in Europa nell’attività educativa”. Ricordando anche che la condizione della scuola dell’infanzia bolognese è unica in Italia: “Grazie al sistema integrato fra scuole comunali, statali e paritarie, le scuole dell’infanzia della ‘dotta’ città coprono il 98,4% della domanda”. Cifre snocciolate anche dal Comune nei giorni scorsi, e la cui lettura è stata contestata da Articolo 33.

La maggior parte dei partiti e del Consiglio comunale, si diceva, è a favore dello status quo. Nella maggioranza che tiene in piedi la giunta Merola, tuttavia, esistono crepe importanti: Sel sostiene la battaglia del fronte A (assieme al Movimento cinque stelle), e accusa il primo cittadino di voler stringere alleanze col centrodestra. Virginio Merola, dal canto suo, da qualche ora ha scelto il silenzio ma nei giorni scorsi ha ribadito più e più volte che si tratta di un “referendum consultivo”, e dunque non abrogativo, e che anche di fronte alla vittoria dell’Articolo 33 non intende modificare l’assetto attuale del sistema scolastico dell’infanzia perché “funziona” ed è stato un tassello fondamentale della sua elezione a Palazzo d’Accursio. E’ solo di qualche giorno fa lo scontro diretto fra il sindaco e il leader di Sel Nichi Vendola, che si era espresso a favore della scuola totalmente pubblica, con accuse di inopportunità, invasione di campo e incoerenza, e richieste di scuse respinte al mittente.

Il fronte del B accusa i promotori di far spendere in un solo giorno di consultazione quasi la metà (483mila euro) di quel milione tanto contestato. Il fronte che promuove l’opzione A, invece, temendo che il voto possa non essere trasparente ha chiesto e ottenuto navette speciali per quella parte di residenti che dovrebbero recarsi in seggi molto lontani e sta organizzando un servizio a chiamata per chi ha necessità di essere accompagnato in auto, mentre a vigilare sulle urne vi saranno volontari-osservatori. L’ultima conquista sono seggi mobili negli ospedali e case di cura.

“E’ incredibile vedere come si siano scatenate le lobby pro scuola privata nella nostra città con una serie di costosissime campagne disinformative che ci fanno capire come dietro a questa consultazioni siano in gioco molti interessi economici e non i diritti di bambini o famiglie”. E’ l’analisi di Filippo Bortolini, segretario cittadino dei Verdi. “E’ da mesi che ci tacciano di ideologizzare questa battaglia, ma la verità è che il Pd e il centrodestra ormai hanno una visione identica della società dove lo Stato deve fare solo il controllore lasciando in mano ai privati l’organizzazione e la gestione dei servizi”, spiega Bortolini in una nota, ribadendo il “convinto sostegno” dei Verdi “a questo referendum che è frutto prima di tutto di una mancanza di ascolto da parte di questa giunta, che non si confronta neanche con i partiti le hanno permesso di essere lì ad operare”. E, in aggiunta, “perché non possiamo accettare che si confonda il termine sussidiarietà con privatizzazione”. Anche in questi ultimi giorni i Verdi invieranno circa 2.000 mail di invito a votare A.
Nei giorni scorsi vi sono state anche manifestazioni di insegnanti e appelli su Twitter. L’ultimo fronte dello scontro è la richiesta del silenzio elettorale. “Non è previsto per questo tipo di consultazione”, ha risposto l’amministrazione quando l’Articolo 33 ha scoperto che piazza Maggiore era stata prenotata sabato dal Pd. E i referendari rilanciano: “Che accadrà allora a urne aperte?”, saranno possibili dunque comizi nei seggi, si domandano.

Ora, a quattro giorni dalla chiamata alle urne (per la quale hanno firmato 13mila bolognesi), gli occhi della città sono puntati su quello che accadrà sabato in piazza Maggiore, dove il comitato per il B chiuderà la sua campagna elettorale, e dove è annunciata una contromanifestazione dell’Usb. Una tensione crescente prima ancora di conoscere l’esito della consultazione.

Il quesito del referendum. Questa la domanda sulla scheda: “Quale fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritarie a gestione privata ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?
a) utilizzarle per le scuole comunali e statali
b) utilizzarle per le scuole paritarie private”.

da repubblica.it

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ilva_taranto_fumoTruffa ai danni dello Stato, indagati i fratelli Riva, proprietari dell’Ilva di Taranto
I giudici di Milano hanno bloccato in un paradiso fiscale un miliardo e duecento milioni della famiglia

I giudici di Milano bloccano nel paradiso fiscale di Jersey un miliardo e duecento milioni di euro dei padroni dell’Ilva di Taranmto, la famiglia Riva. Emilio e Adriano Riva sono infatti indagati per truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni, mentre due loro professionisti sono accusati di riciclaggio. Il sequestro, disposto oggi dal gip Fabrizio D’Arcangelo su richiesta dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco, è in corso di esecuzione da parte della Guardia di Finanza di Milano e investe l’irregolarità di otto scudi fiscali effettuati dai Riva.

Luigi Ferrarella Giuseppe Guastella da corriere.it

Categories : cronaca, economia
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parco scientifico vega mestreIl Vega non paga luce e gas e arriva
un decreto ingiuntivo da oltre un milione

La società fornitrice: «Continuano a consumare energia
senza pagarcela e ci hanno inibito l’accesso ai contatori»

VENEZIA – Deciderà il giudice sul decreto ingiuntivo di pagamento per circa un milione e centomila euro ottenuto da Vega Energia nei confronti di Vega Scarl, che ha presentato opposizione. Nel frattempo è pesante la situazione finanziaria per Vega Energia, società a capitale privato fornitrice di luce, aria condizionata, gas per la mensa, riscaldamento al Parco scientifico tecnologico di Marghera e ai condomini adiacenti.

In base a una gara d’appalto pubblica di un paio di anni anni fa Vega Energia aveva pattuito di fornire a Vega Scarl tutta l’energia per far funzionare il complesso, stabilendo che la società privata si sarebbe sobbarcata il costo dell’installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto dell’enorme edificio, per un investimento di circa tre milioni e mezzo. Oltre ai consumi, dunque, Vega Scarl avrebbe dovuto corrispondere periodicamente anche una quota dell’ammortamento dei costi sostenuti, mentre con il resto dei condomini sono state stabilite delle condizioni di fornitura finora rispettate.

«Per un primo periodo Vega Scarl ha pagato regolarmente – è la versione di VegaEnergia – ma poi non è più arrivato nulla fino a raggiungere un debito che si aggira sul milione e mezzo di euro. Si sono opposti al decreto ingiuntivo, sta di fatto che in questo momento loro continuano a consumare energia senza pagarcela. Abbiamo intimato loro per l’ennesima volta il pagamento con la minaccia di interrompere la fornitura del gas come avrebbe fatto qualsiasi altro gestore con i clienti morosi. Non potevamo farlo con la luce perchè c’è un contatore unico con le altre utenze e avremmo creato un danno anche a utenti che rispettano le regole. L’ultimatum scadeva il 15 aprile. Per tutta risposta ci hanno inibito l’accesso ai contatori e quindi non sappiamo più che pesci pigliare. Questi sono i danni della politica quando vuol fare impresa».

Vega Scarl aveva collezionato un decreto ingiuntivo anche l’anno scorso di circa 250 mila euro per spese condominiali non pagate perchè non considerava legittime le tabelle millesimali del condominio all’interno del quale il Parco Scientifico e tecnologico è inserito. Ora, dopo mesi di faticose trattative, si sta ora raggiungendo un accordo. Ma per l’energia il conto è ancora aperto. «Non so nulla di questa vicenda e non sono autorizzato a parlare» è l’eloquente commento del direttore del Vega Michele Vianello.

di Raffaella Vittadello da gazzettino.it

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husqvarna-510A RISCHIO LA FABBRICA DI BIANDRONNO
Husqvarna, la produzione va in Austria
Cassa integrazione per i dipendenti in Italia
I sindacati dello stabilimento varesino: «Saccheggio industriale»

La varesina Husqvarna ha messo sul mercato lo scorso anno interessanti motociclette che hanno avuto buona accoglienza tra gli appassionati. Questo fatto, che di solito, getta le basi per la ripresa o è in grado di invertire un trend negativo, si è invece rivelato l’inizio della fine. Strano, ma, a meno di improvvisi cambi di rotta, il futuro è la chiusura della produzione.
LA PRODUZIONE – L’azienda svedese cedette nel 1987 la divisione moto alla Cagiva e la fabbrica venne acquisita vent’anni dopo da Bmw che conservò la produzione in Italia pur in una difficile situazione di bilancio. Quest’anno, però, la Bmw ha deciso di vendere a Pierer Industrie AG di proprietà di Stefan Pierer, che è anche Ceo della Ktm, blasonato marchio austriaco di moto. Un’acquisizione che sorprese molti osservatori, visto che diversi modelli Husqvarna erano in concorrenza con quelli della Ktm. Le assicurazioni austriache di non trasferire la produzione (circa diecimila moto l’anno) sono durate meno di quaranta giorni. Alla mancanza di un piano industriale che aveva fatto sorgere i primi dubbi è seguita la richiesta di cassa integrazione per 212 dipendenti su 240. Giovedì scorso, infine, l’annuncio di portare il marchio Husqvarna a Mattinghofen, storica sede di Ktm.

IL MARCHIO – Certo la Husqvarna è una goccia nel mare della produzione mondiale, ma la vicenda è significativa perché è un capitolo della continua dissipazione del patrimonio di marchi italiani non solo della moto. In più rappresenta una maniera ben strana di aprire alla concorrenza che l’Europa ci invita a fare con indice ammonitore. Al momento Ktm acquisisce il marchio Husqvarna e la sua rete di vendita Usa; porta la fabbrica in Austria e lo Stato italiano paga la cassa integrazione. Senza dimenticare le conseguenze per l’indotto se a Biandronno resterà solo un magazzino ricambi. Il sindacato ha chiesto per mercoledì un incontro al ministero del Lavoro: vuol sapere se quello che giudicano un «saccheggio industriale» è accettabile per il Paese.

Antonio Morra da corriere.it

Categories : economia, motori, social, società
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