Archive for economia

Mar
14

Win for life domenica 14 Marzo

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win-for-life_sisalEstrazioni di domenica 14 marzo

CONCORSO 949 14/03/2010 ORE 20.00 3 4 7 8 10 12 17 18 19 20 NUMERONE 18

CONCORSO 948 14/03/2010 ORE 19.00 2 3 4 5 6 8 11 12 13 18 NUMERONE 15

CONCORSO 947 14/03/2010 ORE 18.00 1 6 12 13 14 15 16 17 19 20 NUMERONE 9

CONCORSO 946 14/03/2010 ORE 17.00 1 3 5 8 9 11 13 14 16 19 NUMERONE 12

CONCORSO 945 14/03/2010 ORE 16.00 2 4 5 6 7 12 13 15 18 19 NUMERONE 2

CONCORSO 944 14/03/2010 ORE 15.00 3 5 7 9 13 15 16 17 18 19  NUMERONE 3

CONCORSO 943 14/03/2010 ORE 14.00 2 3 4 9 10 12 13 16 17 19 NUMERONE 4

CONCORSO 942 14/03/2010 ORE 13.00 3 5 6 7 9 11 13 14 16 20 NUMERONE 17

CONCORSO 941 14/03/2010 ORE 12.00 1 4 6 7 8 9 13 15 16 18 NUMERONE 2

CONCORSO 940 14/03/2010 ORE 11.00 1 8 9 10 12 13 15 16 17 18 NUMERONE 18

CONCORSO 939 14/03/2010 ORE 10.00 1 4 5 7 8 12 13 16 17 20 NUMERONE 10

CONCORSO 938 14/03/2010 ORE 09.00 3 4 6 7 8 10 11 15 16 17 NUMERONE 9

CONCORSO 937 14/03/2010 ORE 08.00 3 4 5 6 8 11 13 14 16 NUMERONE 20

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Mar
13

Superenalotto 13 marzo 2010 estrazione

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superenalottoSuperenalotto, concorso 31 del 13-03-2010

La combinazione vincente risultata al concorso 31 del Superenalotto di soverato 13 marzo 2010 è la seguente: 8 – 9 – 11 – 14 – 79 – 90; numero Jolly 82; numero Superstar 90.

Il Jackpot del concorso ammonta a 46.700.000 euro.

Mar
13

Win for life estrazioni sabato 13 marzo

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Estrazioni di sabato 13 marzo

CONCORSO 936 13/03/2010 ORE 20.00 1 2 3 4 7 8 9 10 14 20 NUMERONE 8schedina_win

CONCORSO 935 13/03/2010 ORE 19.00 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 NUMERONE 10

CONCORSO 934 13/03/2010 ORE 18.00 1 2 3 4 7 8 13 14 17 19 NUMERONE 20

CONCORSO 933 13/03/2010 ORE 17.00 6 8 10 13 14 16 17 18 19 20 NUMERONE 7

CONCORSO 932 13/03/2010 ORE 16.00 1 3 4 7 8 10 11 15 18 20 NUMERONE 7

CONCORSO 931 13/03/2010 ORE 15.00 3 4 8 9 13 15 16 17 18 19 NUMERONE 17

CONCORSO 930 13/03/2010 ORE 14.00 3 5 6 8 13 14 15 17 18 20 NUMERONE 17

CONCORSO 929 13/03/2010 ORE 13.00 3 4 5 7 10 13 15 16 17 19 NUMERONE 16

CONCORSO 928 13/03/2010 ORE 12.00 1 2 3 6 11 12 14 15 16 20 NUMERONE 12

CONCORSO 927 13/03/2010 ORE 11.00 4 5 6 8 13 15 16 17 19 20 NUMERONE 15

CONCORSO 926 13/03/2010 ORE 10.00 1 2 5 7 8 9 10 13 17 19 NUMERONE 6

CONCORSO 925 13/03/2010 ORE 09.00 2 3 4 6 8 11 13 14 16 20 NUMERONE 12

CONCORSO 924 13/03/2010 ORE 08.00 4 7 8 9 10 11 15 16 18 19 NUMERONE 7

mcitaly_asiagoil gusto mediterraneo rischia di annegare tra le salse dei Big Mac

E’ in atto, pur con il patrocinio del nostro ministero, una delle più insidiose offensive contro il sistema alimentare italiano di cui sorprende la scarsa consapevolezza. Il tentativo di McDonald’s di sfruttare, con il pretesto di valorizzare, alcuni dei gioielli gastronomici del nostro Paese. In realtà, a ben vedere, non c’è molto di realmente nuovo rispetto al ricorso alle pratiche di marketing più anacronistiche e più deprecabili. Inserire in una linea di prodotti qualche referenza che vola alto e che si fonda su valori e contenuti particolarmente qualificanti. Perché riflettano, artatamente, una polvere di stelle su tutta la produzione. Nel contesto di cui parliamo il caso è ben più grave: il sistema alimentare Mc Donald’s si colloca all’antitesi dei valori del modo italiano di mangiare. Una strategia McItaly è insieme una provocazione e un ossimoro. Non si tratta certo di indulgere nel tradizionale j’accuse italiota verso una multinazionale: anzi molte di queste, anche nel comparto alimentare, hanno portato con successo nel mondo prodotti e modi di mangiare italiani con un reale effetto promozionale.
Il modo di alimentarsi di McDonald’s, di cui oggi con una spregiudicata campagna di relazioni pubbliche, di “ethical washing” si manifesta una svolta, ha sempre espresso ed esprime tutt’ora una vistosa contraddizione col modo mediterraneo di mangiare.
Il sapore di McDonald’s (dolciastro, alimentato da un mix di salse, masticabilità, immediatezza) non ha nulla a che fare con il buono dell’italian eating. Un buono che è invece parte, e che confina con, il salubre e il naturale. Un buono, sano e naturale a cui concorrono, con un incredibile varietà, tanti apporti gastronomici, disseminati lungo tutto il Paese, che si contrappone alla assoluta stereotipia del menù degli Archi Dorati. Dove tutto è scandito secondo una filosofia che non ammette variazioni, una sorta di continua replica fordista/taylorista del lavoro e del consumo. Certo, sarebbe sciocco fare di tutt’erba un fascio e non riconoscere i prezzi contenuti, l’igiene, la qualità del servizio. Ma siamo, appunto, su un altro piano.
Un tentativo maldestro quindi di valorizzare ingredienti della nostra cucina per riverniciare un’immagine corporate gravemente compromessa: forse la letteratura di denuncia più diffusa a livello planetario è proprio quella su McDonald’s. Saremmo curiosi di sapere se il nuovo hamburger si limiterà, nonostante l’imponente campagna pubblicitaria/promozionale, a superare l’unità sul totale del venduto complessivo in un prossimo futuro.
La giustificazione/pretesto di attingere alla produzione italiana in termini ingredientistici è altrettanto surrettizia. Vi sono aziende anche estere, nel settore della grande distribuzione, che affiancano ai loro prodotti altri tipici del nostro territorio, anche di piccoli produttori, senza comprometterne o alterarne l’identità.
Francamente dispiace verificare, ancora una volta, che le grandi aziende italiane del settore non si facciano parte attiva in questa denuncia. Che aziende importanti del biologico, grande distribuzione con le carte in regola come Coop e Conad, grandi aziende come Barilla solo per citare qualche nome fra i tanti non si dissocino da questa strumentalizzazione di identità che perseguono con la loro mission. Sulle gravi (ir)responsabilità del ministro, tanto orgoglioso di questa liason, abbiamo già ampiamente scritto.
DI GIAMPAOLO FABRIS  da affari e finanza

Categories : cultura, economia, società
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federal-reserveL’Italia alla prova del debito

Il debito ci angoscia ma non ci allarma. L’Italia si è allontanata silenziosamente dal centro dell’attenzione degli speculatori e in questi giorni fra i trader degli hedge fund e delle banche internazionali di rischio Italia si parla poco. La Quarterly Review della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, che dedica ampio spazio ai debiti sovrani, cita Grecia, Spagna e Portogallo ma non l’Italia. Sarà bene non distrarsi però, perché il 2010, per il mercato dei titoli pubblici sarà l’anno dei record. Le emissioni di titoli di stato a medio e lungo termine dei vari paesi di eurolandia raggiungeranno 900 miliardi di euro, una cifra mai toccata prima. Includendo gli altri paesi europei che emetteranno titoli in valute diverse, dalla sterlina al francio svizzero, la cifra quasi raddoppia.
Il primo emittente nell’area euro nel 2010 sarà la Germania con 224 miliardi, detronizzando l’Italia che farà la sua parte con 210 miliardi, seguono Francia con 184 e Spagna con 97. La concorrenza per accaparrarsi i capitali degli investitori raggiungerà livelli mai fino ad ora conosciuti, mentre basterà pochissimo in un mercato nervoso e sospettoso per perdere la loro fiducia e scatenare gli attacchi della speculazione.
La ragione di tutto ciò la conosciamo, è il conto per i salvataggi bancari e le manovre di sostegno alle economie provate dalla crisi. Il Fondo Monetario stima che tra il 2007 e il 2014 il debito pubblico complessivo dei paesi avanzati aumenterà del 35 per cento, e una buona parte di questo aumento è già avvenuta. Il rapporto tra debito e pil, che Maastricht aveva fissato per i paesi euro al 60 per cento balzerà, sempre nelle economie avanzate, dal 73 per cento del 2007 al 109 per cento sette anni dopo. La nostra antica solitudine tra i grandi debitori del mondo ormai è un ricordo.
Essere in tanti a chiedere denaro aumenta la difficoltà di finanziarsi, in un futuro non lontano alzerà anche il costo, ma aumenta esponenzialmente la vulnerabilità del sistema. Basta la crisi fiscale di un paese piccolo come la Grecia e tutti i debitori pagano un prezzo. Naturalmente a cominciare da quelli che si trovano in acque meno tranquille subito seguiti da quelli che hanno stock di debito elevati.
L’Italia la sua vulnerabilità se la porta dietro da trent’anni e il 2009 ci ha aggiunto la sua parte. Siamo arrivati a mille 761 miliardi di euro di debito pubblico, cento di più del 2008, a fronte di mille 561 miliardi di euro di prodotto lordo realizzato nel 2009, cinquanta in meno rispetto all’anno prima.
Paghiamo il prezzo della nostra vulnerabilità storica: 84 punti base venerdì scorso il differenziale dei tassi rispetto al bund tedesco e 101 punti base il prezzo giovedì di un ‘credit default swap’ per chi si vuole assicurare sul rischio di insolvenza dell’Italia, contro 26 per assicurare un bund tedesco e 34 per un titolo francese. E tuttavia non siamo nell’occhio del ciclone.
Paradossalmente la nostra storia fiscale, negativa fino a ieri, oggi ci dà una mano: «L’Italia convive da molti anni con un debito elevato dice Alexander Kockerbeck di Moody’s ha adeguato la sua struttura alla necessità di pagare ogni anno gli interessi e ha sviluppato una capacità molto sofisticata di gestire il debito. La sua vulnerabilità è storica, la crisi non ha aggiunto granché di nuovo. Invece debito e interessi elevati sono per molti altri paesi una novità e non sappiamo come si adatteranno».
«Il dato più importante a favore dell’Italia dice Luca Mezzomo, economista del centro studi di Banca Intesa San Paolo è l’avanzo primario. Non abbiamo da brindare visto che è negativo, ma lo è dello 0,7 per cento del prodotto lordo e il confronto con gli altri paesi ci giova: in Spagna nel 2009 è stato 8,5 per cento, in Portogallo 5,2, in Grecia 6,4, in Irlanda addirittura 10,5 e nel Regno Unito 9,6. Il che vuol dire che in un anno nel quale il deficit è arrivato al 5,3 per cento gli equilibri hanno sostanzialmente tenuto». E’ l’altra faccia di non aver adottato stimoli fiscali, abbiamo sacrificato il pil e l’occupazione ma tenuto la barra, nei limiti del possibile, sul debito.
«Negli anni ’90 l’Italia ha mostrato di essere in grado di creare avanzi primari anche del 4 o del 5 per cento dice Kockerbeck poi la tensione, che prima era legata all’ingresso nell’euro, si è allentata e infatti l’avanzo primario non c’è più. Averlo tenuto sotto controllo anche nel terribile 2009 è un dato positivo, ma fondamentale sarà ricostruirlo. Un avanzo primario positivo di qualche punto percentuale rassicura i mercati sulla possibilità di una economia di sostenere il debito e sulla sua volontà di invertire il trend».
Ci sono altri fattori che stanno aiutando a tenere l’Italia fuori dal mirino della speculazione. Uno è l’argomento caro al ministro Giulio Tremonti, ovvero l’ammontare del debito complessivo, quello che si calcola sommando l’esposizione del settore pubblico a quella delle famiglie e delle imprese. L’Italia non è messa benissimo, a fine 2008 aveva un debito globale pari al 191 per cento del pil, ma comunque assai meglio dei paesi oggi più esposti: il debito complessivo della Spagna è pari al 210 per cento del pil, quello dell’Irlanda al 227 e il Regno Unito è addirittura al 330.
C’è chi ritiene che una qualche rassicurazione ai mercati arrivi anche dai lingotti che ciascun paese protegge nel suo caveau (l’Italia in realtà li conserva presso quello della Federal Reserve di New York). «L’oro è una estrema ratio dice un economista un tesoretto che si deve avere l’ambizione di lasciare intatto e semmai accresciuto alle prossime generazioni, ma il fatto di averlo conta e l’Italia dopo gli Stati Uniti e la Germania è il paese che ne ha di più. Quei quasi 90 miliardi di dollari in lingotti sono una riserva per noi e un fattore di rassicurazione per gli investitori».
Un ruolo importante, che aiuta a mitigare la vulnerabilità del debito pubblico italiano soprattutto nei momenti in cui il mercato è più turbolento, è quella sofisticata capacità di gestione del debito che l’Italia ha sviluppato negli ultimi vent’anni. Grazie ad essa il debito italiano si è trasformato profondamente nel corso del tempo. Nei primi anni ’90 una quota elevata era a tasso variabile mentre ora è per il 70 per cento a tasso fisso, il che lo rende meno esposto alle variazioni del costo del denaro, e a proteggerlo dalle quelle variazioni c’è anche la struttura delle scadenze, che ha portato al 31 dicembre del 2009 la durata residua media del debito a superare i 7 anni. «Nel 2009, benché la curva dei tassi incentivasse le emissioni a breve, che costavano pochissimo spiega Mezzomo l’Italia ha continuato a puntare sui titoli a medio e lungo termine, mantenendo così una elevata durata residua media del debito e, nello stesso tempo, evitando di dover aumentare troppo le emissioni nel 2010».
Qualcuno sostiene che tra novembre e dicembre il Tesoro abbia raccolto più del necessario per mettere fieno in cascina e non trovarsi a corto di liquidità nel caso in cui la situazione di mercato fosse peggiorata. La voce non è confermata ma gli analisti del settore la considerano una tattica prudente, adatta ai tempi difficili che stiamo attraversando.
Qualcuno vende un fattore di rischio nel fatto che quasi metà del debito è ormai fuori dall’Italia, anche se prevalentemente in area euro, e la ragione è che gli investitori internazionali sono prevalentemente strutture professionali e quindi in genere più rapide e reattive.
Tuttavia, tra pro e contro sembrerebbe che l’Italia sia in grado per con il suo gravoso carico di attraversare la tempesta. Il problema è il dopo. Forse riusciremo a non essere travolti da quel carico, forse riusciremo a stabilizzarlo, ma come faremo a ridurlo? Negli anni ’90 abbiamo recuperato 15 punti vendendo i gioielli di famiglia, ora in parte per la crisi ma non solo per essa, una buona parte di quei 15 punti ce li siamo rimangiati e di gioielli da vendere ne sono rimasti pochi.
Le strade per ridurre il rapporto tra il debito e il prodotto lordo sono classicamente due: ridurre il debito o aumentare il pil. Promuovere la crescita è il ritornello che la Banca d’Italia va da anni ripetendo, indicando anche le strade: liberalizzazioni, investimenti sul capitale umano, diffusione delle pratiche migliori. Ma sono temi che non scaldano, anche perché i risultati di queste cose non si vedono nell’arco di una legislatura.
Bisognerebbe allora ridurre il debito. Ridurlo per via fiscale, dicono gli esperti, è improponibile. Il prelievo è già superiore alla media europea e grava soprattutto su una parte della popolazione e  delle imprese. Bisognerebbe allora lavorare sulla spesa: ma se  trovassimo un governo in grado  di rendere efficiente la spesa pubblica i problemi dell’Italia, e non  solo quello del debito, sarebbero  risolti.

da Marco Panara affari e finanza repubblica.it

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