Archive for dieta
CLIENTI INSODDISFATTI UCCIDONO LO CHEF,
MORTO EX CUOCO DEL BILLIONAIRE
Miki Nozawa, 57 anni, celebre cuoco giapponese che in passato aveva lavorato anche nel locale di Flavio Briatore, è stato ucciso in Germania. I due clienti erano usciti senza pagare. Poi quando ha chiesto loro di saldare il conto, lo hanno picchiato a morte.
BERLINO – Ucciso a calci e pugni da due clienti insoddisfatti. E’ morto così Miki Nozawa, 57 anni, il celebre cuoco giapponese che in passato aveva lavorato in Sardegna nel “Billionaire” di Flavio Briatore, prima di trasferirsi a Flensburg nell’isola di Sylt, in Germania. Nel suo ristorante il cuoco aveva servito un piatto di fettuccine con verdura e carne di vitello a due artigiani tedeschi di 36 e 50 anni che, insoddisfatti della qualità del cibo, avevano lasciato il locale senza pagare il conto. Più tardi, Nozawa ha incontrato i due in un locale notturno e ha chiesto loro di pagare il conto, dieci euro a testa. A quel punto la situazione sarebbe degenerata: i due già ubriachi lo hanno portato fuori e lo hanno preso a pugni e calci il cuoco, riducendolo in fin di vita. Il cuoco è morto in ospedale per le ferite riportate
RILASCIATI IN ATTESA DI PROCESSO. L’ex compagna della vittima ha dichiarato alla Bild che Nozawa dopo l’aggressione aveva “un’enorme ferita alla testa, le sue labbra erano spaccate e tutto il lato sinistro del corpo. dalla testa alla spalla, era un gigantesco ematoma”. Alcuni testimoni hanno raccontato alla donna che gli autori “hanno continuato a picchiare Miki e a colpirlo a calci in testa anche quando era GIà a terra”. Dopo essere stati arrestati, gli autori dell’omicidio sono stati rilasciati, in attesa del processo nei prossimi mesi. In caso di condanna, i due rischiano da 3 a 15 anni di carcere.
da tg1.it
Ecco il batterio che fa dimagrire
Si nasconde nel nostro intestino
Uno studio dell’Università belga di Lovanio, pubblicata sul giornale Pnas, rivela che esiste un microrganismo capace di far perdere peso ai topi. I ricercatori sono convinti di aver trovato la chiave per migliorare il metabolismo dei pazienti obesi. Gli scettici: “Non si può ‘cancellare’ quello che succede nell’intestino”
La pancetta e il grasso sui fianchi? Potrebbe essere combattuta con ‘un bordino di batteri’. Un test di laboratorio ha appena rivelato che un microrganismo della flora intestinale è capace di far perdere peso a topi di laboratorio obesi. Si tratta di cavie che hanno una alimentazione eccessivamente ricca di grassi. Il batterio si chiama Akkermansia muciniphila ed è bastato farlo ‘bere’ ai topolini per far perdere loro metà dei chili di troppo. Il risultato è emerso nel corso di una ricerca dell’Università belga di Lovanio, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Gli studiosi sono convinti che la sperimentazione potrebbe portare in futuro nuove cure per combattere l’obesità, migliorando il metabolismo dei pazienti, e il diabete.
“Migliorare il metabolismo”. I ricercatori, coordinati nello studio da Patrice Cani, sono convinti di essere di fronte alla “prima dimostrazione che esiste un legame diretto fra una particolare specie batterica e un metabolismo migliore”. E’ stato calcolato che, nel corpo umano, i batteri sono 10 volte più numerosi delle cellule che compongono l’organismo. In tutto sarebbero 100.000 miliardi, molti non ancora identificati. Cellule e batteri lavorano in sinergia, e sono sempre di più le prove scientifiche di quanto il cosiddetto ‘microbioma’, l’insieme di microrganismi che popolano un organismo, sia importante per la salute. Studi precedenti avevano già messo in evidenza differenze di flora batterica tra le persone magre e quelle sovrappeso. Ma ora il l’équipe belga si è concentrato su un unico batterio, l’Akkermansia muciniphila appunto, che rappresenta appena il 3-5% del totale microrganismi intestinali, ma i cui livelli crollano in caso di obesità. Questo batterio è stato identificato per la prima volta nel 2004 dal professor Willem de Vos dell’Università di Wageningen.
Un ‘brodo’ di batteri. Nell’esperimento, topi allevati seguendo una dieta che li aveva resi 3-4 volte più grassi del normale, sono stati nutriti con ‘brodino’ di batteri. Risultato: pur restando più voluminosi dei topi magri, hanno perso circa la metà dei loro chili extra anche senza cambiare alimentazione. Inoltre si è ridotta la condizione di insulino-dipendenza, anticamera del diabete adulto. “Ovviamente i topi non sono completamente guariti dall’obesità - spiega Cani – però hanno ottenuto una notevole riduzione delle massa grassa”. Un effetto “sorprendente”, aggiunge l’autore dello studio, considerando che è stato possibile somministrando uno solo dei tantissimi germi che vivono nell’intestino. Secondo Cani, lo studio rappresenta un “primo passo” verso “l’eventualità di poter utilizzare questi batteri nella prevenzione o nel trattamento dell’obesità e del diabete di tipo 2″. Uno scenario forse possibile “in un prossimo futuro”.
“Non si può cancellare quello che succede nell’intestino”. Meno ottimisti altri esperti che, pur riconoscendo l’importanza della scoperta, non pensano che possa portare a scoprire nuove terapie per combattere l’obesità. Colin Hill, microbiologo dell’University College Cork, nel Regno Unito, considera lo studio “entusiasmante”, ma osserva che, pur essendo stati suggeriti numerosi legami fra batteri intestinali e sovrappeso, questa è la prima volta che un intervento diretto sembra funzionare. “Non penso sia possibile potersi abbuffare per tutto il giorno di torte alla crema, patatine e salsicce, e poi cancellare tutto mangiando dei batteri”, dice Hill. Concorda invece sul fatto che la ricerca dell’équipe belga possa aprire la strada a una migliore comprensione di quello che succede nell’intestino quando mangiamo, e permettere in futuro di arrivare a indicazioni dietetiche tagliate su misura per ogni persona che cerca di perdere peso.
di VALERIA PINI da repubblica.it
Chi ha la vita sottile vivrà più a lungo”
Conferenza sull’obesità a Liverpool:
«Il rapporto tra girovita e altezza è più efficace nel predire il corso della salute di una persona rispetto al tradizionale indice di massa corporea»
La scienza prét-a-porter è gettonatissima sui giornali inglesi. L’ultima iper-semplificazione di un tema intricato come il rapporto tra la forma del corpo e l’aspettativa di vita la mette più o meno così: rispetto alla parte mediana del corpo siete fatti a pera? Buon per voi, siete destinati a vivere una decina di anni in più. Siete fatti a mela? Ahi, ahi. Detta in termini meno immaginifici, chi ha il girovita che misura più della metà dell’altezza ha una aspettativa di vita minore. Una grossa rivincita per le donne col vitino da vespa e il lato B più robusto. Uno studio presentato alla conferenza europea sull’obesità a Liverpool, sostiene infatti che il rapporto tra girovita e altezza è più efficace nel predire il corso della salute di una persona rispetto al tradizionale indice della massa corporea.
Anche se sembra venire dalla saggezza di frate Indovino, in realtà la nuova prospettiva nasce da una lunga indagine che si basa su due raccolte di dati, quella del rapporto su “Salute e stile di vita” che ha coinvolto migliaia di persone dal 1984 e l’indagine sulla “Salute in Inghilterra” che ogni anno studia i casi di 8 mila persone.
Per fare un po’ di terrorismo, lo studio conclude che gli uomini sui trent’anni con la circonferenza della vita all’80 per cento dell’altezza perdono una media di 20 anni di vita. Margaret Ashwell, consulente nutrizionista e ricercatrice alla Oxford Brookes University, che ha guidato lo studio, sostiene: “Molti si stanno convincendo che il rapporto tra dimensioni della vita e altezza è un tipo di misurazione più facile e preciso dei problemi dell’obesità rispetto ai metodi più tradizionali”.
A chi è troppo sovrappeso non resta che sibilare il tradizionale “crepi l’astrologo” e continuare a mangiare, oppure avviarsi mestamente verso il calvario delle diete e degli esercizi.
CLAUDIO GALLO da lastampa.it
Instagram e il cibo, rapporto controverso:
“Foto a piatti può indicare disordini alimentari”
Sempre più condivisioni di immagini a tema alimentare sui social network. Un’ossessione digitale da cibo che secondo gli esperti potrebbe essere il segnale di un disturbo. Soprattutto quando cosa si mangia è più importante di ogni altro elemento esistenziale
CHI PROVA piacere quasi più nel fotografare il cibo che ha piatto per poi condividerlo sui social network, piuttosto che effettivamente mangiarlo? Forse non pochi a giudicare dall’invasione di scatti “alimentari” sui social network. Che potrebbero però essere indisce di un problema. Ma anche se mangiare è ancora più piacevole che fotografare il cibo, farlo continuamente potrebbe indicare comunque una situazione complessa. E più in generale, il cosiddetto fenomeno del Foodstagram sta dando parecchio materiale su cui riflettere a medici e ristoratori.
In quest’ultimo caso, non sono pochi i locali che vietano espressamente di fotografare le pietanze ordinate. E dal punto di vista sanitario, ci sono opinioni mediche che rilevano come fotografare compulsivamente il cibo indicherebbe un disturbo alimentare. La dottoressa Valerie Taylor, a capo del reparto psichiatrico del Women’s College Hospital all’Università di Toronto, è proprio di questo avviso. “Per alcuni il cibo è diventato un’ossessione, il centro della vita sociale. E tutto quello che comunicano è incentrato si questo argomento”, dice Taylor all’Huffington Post.
Condividere immagini di cibo sui social è un’attività diffusissima, e certamente non indicatrice di disturbi nella stragrande maggioranza dei casi. Ma quando inizia a diventare l’unica cosa che si fa su internet, allora il sintomo di un problema è evidente. “Quando un utente diventa monotematico ed esclude tutte le altre componenti dalla sua condivisione di informazioni”, ovvero si focalizza solo sul cibo e trascura ad esempio i luoghi, la compagnia, l’evento, la stagione, “allora può esserci un problema”, spiega Taylor. Altre analisi suggeriscono il collegamento tra il fenomeno Foodstagram, declinato nel meno sottile Food Porn, “pornografia alimentare”, all’aumento di peso e a disturbi alimentari di vario tipo. E non finisce tutto nel digitale: sempre con le immagini, ma fuori da Instagram, una tra le ultime mode è tatuarsi il piatto preferito, se non l’insegna del ristorante o del fast food di cui si è clienti. Un’ossessione da cibo insomma, elemento intorno a cui ruota tutta un’esistenza e non più semplice “carburante” per il corpo o semplice piacere per il palato.
Coca-Cola, ricetta storica cambiata
Eliminata una sostanza potenzialmente cancerogena prodotta durante la colorazione
In base a un annuncio ufficiale della Coca Cola, sta per cambiare la ricetta della bibita più famosa al mondo per eliminare il 4-metilimidazolo (4-MEI), sostanza giudicata pericolosa e cancerogena. Questo ingrediente era già finito nel mirino nel marzo del 2012 quando ne sono state diminuite le dosi per le vendite negli Stati Uniti.
La legge californiana – Una nuova norma in California ha abbassato la dose giornaliera ammissibile a 29 microgrammi mentre una lattina ne conteneva tra i 142 e i 146. Il più grande rischio per la Coca-Cola sarebbe stato quello di ammonimenti sulla confezione simili a quelli per il fumo con l’iscrizione: “Attenzione, questo prodotto contiene prodotti chimici riconosciuti dallo Stato della California come cause di cancro, malformazioni fetali e altri problemi legati alla riproduzione”.
La sostanza sotto accusa – Il 4-metilimidazolo è prodotto al momento della fabbricazione del colorante caramello E110d, utilizzando l’ammoniaca o il solfito di ammonio. E’ un cancerogeno riconosciuto sugli animali che colpisce il fegato, la tiroide, il sangue e i polmoni. Nonostante ciò, la sua tossicità sull’uomo non è ancora stata dimostrata e le agenzie di sicurezza alimentare di Canada ed Europa non ne hanno ancora stabilito delle soglie di consumo.
Il gusto non cambierà – Pertanto, la Coca-Cola ha deciso di sua iniziativa di modificare completamente la sua ricetta, anche per l’Unione europea, sebbene non ne avesse alcun obbligo. L’azienda annuncia che ha “l’intenzione di estendere a tutti i Paesi l’utilizzo del caramello con un processo modificato, al fine di semplificare la nostra catena di approvvigionamento, i nostri sistemi di produzione e distribuzione. La messa in atto di questa operazione è in corso di sviluppo”. Inoltre, anche se la ricetta cambierà, il gusto della bevanda rimarrà lo stesso: solo il processo di colorazione della bevanda si evolverà.
da tgcom