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Severgnini e Ibra al Milan
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RIVALITÀ – LO SVEDESE VA DOVE LO PAGANO E DOVE TROVA STIMOLI
Un talento e un incubo
È tornato per noi interisti
di Beppe Severgnini
Dopo Ronaldo e Vieri, noi interisti pensavamo: l’imitazione è una forma di ammirazione. Adesso che il Milan s’è preso pure Ibrahimovic, aggiungiamo: l’emulazione è una prova di adulazione. Che dire? Siamo lusingati. Anche perché abbiamo capito una cosa: Zlatan è tornato per noi. Ve lo dimostrerò.
In attesa di vedere Mourinho a Milanello – perché prima o poi arriva, c’è poco da stare, Allegri – alcune considerazioni si possono fare. Grande acquisto a un prezzo stracciato: 24 milioni pagabili in tre anni, dopo che il Barcellona aveva dato all’Inter 50 milioni più quel genietto di Eto’o. Va bene che Ibra al Camp Nou era ormai una riserva di David Villa. Ma i gioielli si mettono all’asta, non si svendono.
In ogni caso, Zlatan è a Milano e sventola una sciarpa rossonera (non ha baciato la maglia, l’ultima volta non ha portato bene). Qualcuno, sulla sponda nerazzurra, grida: mercenario! Sbaglia. Dovrebbe urlare: professionista! Nonostante l’altezza, infatti, Ibra è un uomo che ha il cuore vicino al portafoglio. Va dove lo pagano e, di solito, fa quello per cui lo pagano (molti gol). Noi tifosi dovremmo smettere di pretendere dai calciatori ciò che non possono dare. Se Zanetti, Del Piero, Maldini e Totti scelgono una maglia a vita, vanno ringraziati. Ma l’eccezione sono loro, non gli altri.
Le uniche cose immutabili, in una squadra, sono i colori e i tifosi. Tutto il resto cambia, ed è giusto così. Molti compagni di fede nerazzurra non sono d’accordo e pensano: «Ibra! Poteva almeno evitare di proclamare ”Sono venuto al Milan per vincere, a mio avviso siamo la squadra più forte in Italia”». Scusate, cosa doveva dire? Sono venuto al Milan per perdere? A mio avviso la squadra più forte d’Italia resta l’Inter, che ho mollato per vincere la Champions, e poi l’hanno vinta senza di me?
Suvvia. I campioni sono pagati per farci sognare, non per fotografare la realtà. E poi: Zlatan è sincero quando dice che il Milan, con lui al centro dell’attacco, torna competitivo. Erano meno sinceri Galliani e Berlusconi quando, negli ultimi anni, giuravano che la squadra fosse perfetta. Ora spiegano che, con l’arrivo di Ibra, «non ci sono più handicap strutturali». Scusate: ma se adesso non ci sono più handicap, vuol dire che prima c’erano. O no?
A meno che a Milanello abbiano superato la logica aristotelica: ma non credo. Credo invece che, stavolta, l’abbiano imbroccata. Ronaldo e Vieri erano a fine corsa; Ibra ha solo conosciuto una stagione sbagliata in una squadra (il Barça) piena di campioni poco disposti a fargli da apostoli. Al Milan, invece, sono tutti disponibili: perché il salvatore è lui.
Non doveva venire a Milano? Ma il Milan lo voleva più di altri (per disperazione, per emulazione); e Zlatan intende dimostrare all’Inter campione d’Europa – da vicino, da molto vicino – di essere ancora il migliore: più bravo di Eto’o, più forte di Milito.
Arrogante? Ma no. Ibrahimovic – l’ho scritto quand’era nerazzurro, non ho cambiato idea – è un giocatore di un altro pianeta (Zlatania?). A uno che stoppa di petto all’altezza del primo piano, non possiamo chiedere delicatezze diplomatiche. Il calcio è un reality – coi suoi cattivi, i suoi belli, i suoi furbi e i suoi ingordi – e non è il caso di perdere tempo coi moralismi.
Se il lusitano Mourinho era una magnifica combinazione di fumo e arrosto, Zlatan Ibrahimovic, bosniaco di Malmö, è un talentuoso egocentrico da cui è assurdo aspettarsi comportamenti evangelici. L’uomo cerca gloria, soldi, successi, rispetto e stimoli. Soprattutto stimoli, nell’ultimo quarto di carriera. Il Milan gliene darà qualcuno, se si mette d’impegno. Molti di più gliene fornirà l’Inter. Per noi nerazzurri Zlatan vuol essere la nemesi, l’incubo, il rimpianto.
In pratica, è tornato per noi.
Da corriere.it/italians
e beppesevergnini.com
I Leader del PD si Parlano attraverso i giornali e ritorna Prodi
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Il Pd non parla agli italiani ma i big si scrivono sui giornali
di Andrea Cuomo
RomaLa sinistra non parla agli italiani ma scrive, quanto scrive: lenzuolate di parole vergate dai suoi leader e pubblicate in spazi gentilmente offerti da giornali compiacenti. Per dire? Anzi, per dirsi? Bah, le solite cose. Più o meno: come mandiamo a casa Berlusconi?
A iniziare l’epistolario è Walter Veltroni martedì 24 agosto sul Corriere della Sera. Parte in prima e va a riempire tutta pagina 10, sotto un titolo col cuore in mano: «Scrivo al mio Paese. E vi dico cosa farei». «Caro direttore», attacca la lettera a esibire la difficoltà del centrosinistra a rivolgersi agli italiani. Poi, con il solito stile jovanottesco, pieno di pathos ed emotivamente ricattatorio del grande ex (ex direttore dell’Unità, ex ministro, ex vicepremier, ex sindaco di Roma, ex salvatore della patria progressista), Veltroni fornisce ai lettori del Corrierone un utile vademecum all’universo mondo. A che titolo? «In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi 14 milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a governare». Un pratico riassunto per quei due o tre italiani che si sono dimenticati che due anni fa il centrosinistra uscì con le ossa rotte dal voto. A proposito di promemoria, Veltroni ricorda anche di essere «tra i pochi che si sono fatti da parte davvero», tralasciando che molti nostri compatrioti avrebbero preferito che si facesse da parte ancora di più, mantenendo la promessa di andarsene in Africa. Ma davvero nella vita non si può avere tutto.
Per il resto delle 256 righe a giustezza larga Veltroni rimette in bella copia le sue utopie politicamente corrette, aggiorna il suo Pantheon trovando posto ad Agatha Christie e John Kampfner e commette uno svarione non da lui: «Le culture di progresso – annota – non possono declinare solo un verbo: difendere». Qualunque cosa voglia dire, i verbi si coniugano, non si declinano. Ma siamo all’ultimo capoverso e Veltroni doveva essere stanco dopo una simile prova letteraria.
Passano due giorni e giovedì al vecchio leader del Pd risponde l’attuale, Pier Luigi Bersani, dalle colonne dell’house organ del centrosinistra, Repubblica. Altra letteronza da due pagine e 244 righe con titolo intimidatorio: «Addio Unione, ora Nuovo Ulivo e un’Alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi». Roba da scongiuri. Anche Bersani pretende di rivolgersi agli italiani ma inizia la lettera con «caro direttore». E in ogni caso un italiano di buona volontà si sarebbe addormentato leggendo frasi come: «Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato». Risvegliandosi poi, l’italiano di cui sopra, solo al din-don finale: «È giunto il tempo di suonare le nostre campane». Per farla breve, Bersani ha un’ideona: dài, buttiamo via l’Unione e rifacciamo l’Ulivo. Un nuovo Ulivo, ohibò, «in cui i partiti del centrosinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l’Italia e per l’Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese».
La parola Ulivo risveglia, per un riflesso pavloviano, anche Romano Prodi, che per dà il suo contributo allo Zibaldone dell’opposizione sulla prima pagina del Messaggero con una breve parabola agronomica ispirata agli ulivi e all’olio che parte addirittura dai colli bolognesi del Cinquecento. Morale della favoletta, se abbiamo capito bene, è quanto sia un bene per l’Italia la prospettata nascita del nuovo Ulivo, «in cui l’aggettivo nuovo mette in rilievo la necessità di introdurre nella coltura nuovi diserbanti, nuovi fertilizzanti e, soprattutto, nuovi innesti».
Attendiamo che anche Massimo D’Alema decida di dire la sua. E ci chiediamo: ma non sarebbe meglio che i leader passati, presenti e futuri del centrosinistra scrivano a Gardenia? O, meglio ancora, si telefonino?
di Andrea Cuomo da ilgiornale.it
Cesare Romiti parla di Marchionne e della Fiat
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ROMITONE CHE FA LA PREDICA A MARPIONNE: COME SE LENIN FACESSE LE PULCI A STALIN! – IL DRAMMA È CHE OGGI CESARONE HA RAGIONE DA VENDERE. COME SI FA A PENSARE E DIRE CHE LA CONTRAPPOSIZIONE DI INTERESSI FRA IMPRENDITORI E LAVORATORI DEVE CESSARE, COME IL FILOSOFO DELLA CATENA (DI MONTAGGIO), FINTO ADRIANO OLIVETTI IN MAGLIETTA DÉLABRÉ HA SDOTTOREGGIATO DI FRONTE AI FINTI GIOVANI DEL MEETING DI RIMINI? – INFINE, IL COLPO DEL KAPPAO: ROMITI RICORDA CHE GLI UTILI FIAT VENGONO DAL BRASILE E QUI MARPIONNE NON HA MERITI, PERCHÉ È FORSE L’UNICA SCELTA INDUSTRIALE VERA E CORRETTA FATTA DALLA FIAT NEGLI ULTIMI 40 ANNI, E NON CERTO DA MARPIONNE
1 – ROMITONE CHE FA LA PREDICA A MARPIONNE: COME SE LENIN FACESSE LE PULCI A STALIN!
Bancomat per Dagospia
Romiti che fa la predica a Marchionne: grandioso spettacolo di fine estate. E’ come se Lenin facesse le pulci a Stalin!
Il dramma è che oggi c’ha ragione da vendere Romiti. Come si fa a pensare e dire che la contrapposizione di interessi fra imprenditori e lavoratori deve cessare, come il finto pensatore in maglietta délabré ha sostenuto e sdottoreggiato di fronte ai finti giovani del meeting di Rimini?
Ha ragione Romitone: la contrapposizione ci sarà sempre, è fisiologica, va però gestita con buon senso. Quello che Romiti per la verità non sempre aveva (la sua Fiat non è mai stata un modello di relazioni industriali, come peraltro neppure quella di Valletta) ma certo Marpionne pare averne di meno ancora.
Diciamo che la superiorità di Romiti è una sola: non ha mai giocato a fare il filosofo della catena di montaggio o l’Adriano Olivetti delle carrozzerie & presse. Personaggio, il mito di Ivrea, che anzi criticava con lodevole schiettezza. Faceva il Romiti, quello vero. Sempre meglio delle imitazioni. E la giacca e cravatta le sapeva indossare, in tutti i Palazzi.
Poi ricorda che gli utili Fiat vengono dal Brasile e qui Marchionne non ha meriti, perché è forse l’unica scelta industriale vera e corretta fatta dalla Fiat negli ultimi quarant’anni, e non certo da Marchionne.
Infine ecco il Romitone, quello duro e puro, che deve rammentare agli italiani come sia sbagliato e pericoloso per una sana dialettica industriale dividere i sindacati. Grande Cesare, tutte le persone di buon senso lo hanno sempre saputo, ma ricordacelo tu e ricordaglielo oggi a Marpionne, magari ti ascoltasse…
Nella sua ricostruzione della Fiat negli ultimi 50 anni Romiti scorda il nome di Ghidella, peccato, una inutile caduta di stile. L’unico manager mai avuto dalla Fiat meritava un ricordo. Ma pretendere da Lenin che criticasse Stalin parlando pure bene della liberal democrazia era forse troppo..
2 – A MARCHIONNE DICO: I SINDACATI? LI PUOI BATTERE, NON DIVIDERE»
ROMITI: DURANTE LE VERTENZE ANCHE LE TENSIONI VANNO GOVERNATE OPERAI E AZIENDA? LA CONTRAPPOSIZIONE DI INTERESSI CI SARÀ SEMPRE
Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera
«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l’intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?».
No, dottor Romiti. Ce la dica.
«Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a “In mezz’ora”, su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: “Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?”. Lui, un po’ imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi.
Invece gli dissi: “Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera”. Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati…».
Dottor Romiti, da quando nel ‘98 lasciò la Fiat lei non ha mai parlato dei suoi successori né dell’azienda. Che cosa non le è piaciuto dell’intervento di Marchionne?
«Marchionne ha fatto bene a parlare del presente e del futuro. Ma le cose di oggi esistono perché c’è stato il passato. Del passato non s’è parlato. O, meglio, si è parlato delle presenze internazionali della Fiat come di realizzazioni nuove, anche là dove si tratta di fatti acquisiti».
A cosa si riferisce?
«Al Brasile. Agli Stati Uniti, per quanto riguarda le macchine movimento terra e i trattori. Alla Cina. Quando arrivai, nel ‘74, il Brasile era sguarnito: vi si era insediata la Volkswagen. La Fiat, con Peccei, aveva puntato sull’Argentina: una tragedia. Smobilitai l’Argentina e riorganizzai ex novo la nostra presenza in Brasile, dove nacque uno dei principali stabilimenti Fiat, da cui sono sempre venuti forti utili».
Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».
Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana.
Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».
Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».
Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».
Marchionne ha ricordato di aver trovato nel 2004 una Fiat sull’orlo del fallimento. Non è forse così?
«La storia della Fiat è legata a grandi cicli e a brevi periodi di gravi difficoltà. Dopo il grande ciclo di Valletta, ci furono cinque o sei anni neri. Poi c’è stato il ciclo tra il 1974 e il 1998, in cui sconfiggemmo il sindacato, battemmo le Brigate rosse, riportammo l’ordine in fabbrica. Nel ‘98 lasciai la Fiat in condizioni ottime.
Sono seguiti sei anni di interregno, in cui morirono prima l’Avvocato e poi Umberto Agnelli, mentre si susseguivano amministratori delegati che non davano buoni frutti. Ora mi auguro davvero che si apra un nuovo ciclo virtuoso. Dico solo che la teoria della pacificazione generale e la divisione del sindacato non mi sembrano le premesse giuste. Anzi, sono le premesse che hanno creato il caso Melfi».
Che idea si è fatto della vicenda dei tre operai?
«Quella notte a Melfi è accaduto quel che accade da sempre in caso di sciopero. L’ostruzionismo c’è stato. Il licenziamento dei tre può anche essere legittimo, per quanto due di loro siano sindacalisti. Ma io non avrei acuito la tensione. Se il tribunale decide per il reintegro, si prepara l’appello, e intanto si rispetta la sentenza. Lo scontro va rabbonito, non eccitato».
Lei andò allo scontro con i sessantuno licenziamenti del 1979.
«Come si fa a paragonare la Mirafiori del 1979 con la Melfi del 2010? A Torino avevamo decine di migliaia di operai, un partito comunista fortissimo, il terrorismo nelle fabbriche. Melfi è sempre stata una fabbrica tranquilla, ideale. Le sono particolarmente affezionato perché l’ho voluta io. E ricordo ancora la gioia con cui, quando gli telefonai, reagì il sindaco, al pensiero dei concittadini che avrebbero avuto un’opportunità di lavoro. Gente particolarmente adatta: seria, affidabile.
Noi decidemmo di licenziare i sessantuno dopo che le nuove cabine della verniciatura, fatte secondo le norme, vennero subito sabotate. E non tenemmo all’oscuro il sindacato, anzi, avvertii Lama, Carniti e Benvenuto. Dissi: “Vi comunico che faremo questi licenziamenti. Non chiedo il vostro assenso. Vi chiedo però di non fare causa, perché lo facciamo anche nel vostro interesse, visto che questi sono violenti: terroristi o contigui al terrorismo”. Fecero causa lo stesso, e venne fuori che una buona parte dei sessantuno erano legati all’eversione armata. Altro che i tre di Melfi».
Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera via Dagospia.com
Tettamanzi Grave e devastante l’egoismo di chi governa
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Tettamanzi: Grave egoismo di chi dovrebbe pensare a bene comune
Egoismo e individualismo sono nemici della relazione con l’altro: il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, sferza politica, Chiesa e società nell’omelia pronunciata nel Duomo in occasione della festività dell’Assunta. A suo giudizio “il rischio che tutti corriamo è di guardare in basso, solo in basso, imprigionati e rovinati come siamo dal nostro ‘io’: un ‘io’ spesso pesantemente segnato dall’individualismo e dall’egoismo, un ‘io’ che ripiegandosi su se stesso tende ad assolutizzarsi, a configurarsi come un ‘idolo’ da adorare e per il quale si è disposti a sacrificare tutto. Ma un ‘io’ così – si legge nel testo dell’omelia pubblicato sul sito della diocesi meneghina – inquina il rapporto essenziale che ciascuno di noi ha con gli altri: siamo fatti per l’incontro e la relazione”. Per Tettamanzi il “soggettivismo” è un virus che mina la società e la famiglia, ma “questo atteggiamento è altrettanto grave e dagli effetti altrettanto dannosi quando è realizzato da coloro dai quali invece ci si attenderebbe un contributo decisivo alla costruzione del bene comune: penso ad alcuni modi di vivere il ‘noi’ tipico dell’esperienza dell’associarsi per fare politica, sindacato, impresa economica, servizio pubblico o – addirittura – ad alcuni modi di vivere l’esperienza ecclesiale…”. “In apparenza si dichiara – come dovrebbe essere per natura e statuto – di essere a servizio degli altri, in realtà – ammonisce il cardinale – si considerano ‘gli altri’ funzionali ai propri interessi, per sfamare il bisogno di potere, notorietà, ricchezza. Così, senza l’apporto di queste istituzioni al bene di tutti, la Città e il Paese non sono più guidati e sostenuti in un percorso ragionato e lungimirante di crescita complessivo, attento ai bisogni di tutti. Gli interessi dei singoli e dei singoli gruppi prevalgono violentemente, ferendo e disgregando le città, limitando la sua progettualità, esponendo ad ancora maggiori povertà e debolezza – conclude – chi povero e debole lo è già”.
da apcom.it

Il Lusso torna negli Stati Uniti
Posted by: admin | Comments (0)E mentre un numero sempre maggiore di persone fa le acrobazie per riuscire a comprarsi un hamburger, migliaia di ricchi affollano di nuovo i negozi del lusso. “Nel 2010 la spesa dei consumatori negli Stati Uniti racconta la storia di due mondi diversi e sempre più separati tra loro”, spiega il quotidiano finanziario londinese Financial Times. Mettendo insieme questi due mondi si arriva a una crescita dei consumi del 2% su base annua, che può sembrare positiva dopo tanti mesi di stagnazione, ma è molto più bassa dei dati che si riscontrano normalmente alla fine dei periodi di recessione. Tanto per fare qualche esempio, nel quarto trimestre del 1982, con un’economia in crescita dello 0,2% i consumi erano saliti del 7,5%, mentre nel primo trimestre del 1992, i consumi sono avanzati del 7,1% e, alla fine del 2001, poco dopo la bolla di internet e l’11 settembre, del 6,4%.
A soffrire, in questa ripresina a due velocità, sono i venditori di beni di massa, che all’inizio della crisi erano riusciti a difendersi grazie a successive ondate di sconti, saldi e offerte speciali. Mentre i venditori di beni di lusso, temporaneamente sconfitti dalla recessione, stanno ora crescendo a un ritmo impressionante. Venerdì scorso il rivenditore di gioielli di lusso Tiffany, ha riportato una crescita del 9% delle vendite nel secondo trimestre. Mentre le vendite di Zale’s, retailer di gioielli low cost, sono scese in modo significativo rispetto al 2009. In crescita del 7,6% anche Neiman Marcus, catena di grandi magazzini del lusso, mentre deludono i numeri degli ipermercati a basso costo Walmart. “I clienti continuano a spendere con cautela”, ha dichiarato agli analisti finanziari Bill Simon, amministratore delegato di Walmart. “Ci si muove piano, soprattutto sui beni durevoli (elettrodomestici, apparecchiature elettroniche ecc.., ndr)”.
La divisione dei consumatori americani in due classi distinte sembra non essere mai stata così netta. E’ come una faglia, che attraversa ristoranti, supermercati, negozi di frutta e verdura, ma anche singoli prodotti, come il caffè e la birra. Chi è sopravvissuto alla crisi del 2008-2009 e ha ancora un lavoro ora spende di nuovo come fanno di solito tutti i consumatori alla fine di un periodo di recessione, ma stavolta per milioni di americani che sono rimasti senza occupazione o stanno saltando da un’occupazione temporanea all’altra, l’importante non è consumare, ma riuscire a soddisfare i bisogni più essenziali. “Ci sono alcune persone che si sentono ancora in pericolo e altre invece che si sentono al sicuro”, ha dichiarato Steven Burd, direttore generale della catena di supermercati Safeway, commentando i risultati deludenti del secondo trimestre. Dall’altra parte, Whole Foods, una catena di supermercati che offre cibi biologici di alta qualità e con prezzi più elevati, è cresciuta dell’8,8% anno su anno rispetto al 2009.
“Le persone che hanno i soldi probabilmente non stanno accelerando la spesa”, ha dichiarato Sung Won Sohn, professore di economia alla California State University. “Sono semplicemente tornate a spendere ai livelli precedenti alla crisi. Le Mercedes e le BMW si vendono ancora bene, ma la classe media è diventata molto più attenta al valore di ciò che compra. E di conseguenza molto più cauta nelle spese”.
Con l’eccezione di McDonald’s, buona parte delle catene di fast-food a basso costo hanno riportato risultati deludenti nel 2010. La stessa tendenza si osserva nei grandi produttori di alimentari, come Kraft e PepsiCo. Al contrario, catene più costose come Starbucks, Panera e Chipotle sono tutte in salita. Anche le vendite di birra raccontano una storia rispetto a tutte quelle che si sono viste in precedenza. L’importazione di birra negli Stati Uniti è in calo del 2,6%, con l’eccezione, però, delle birre premium e artigianali, incluse quelle speciali, nelle bottiglie da 75 cl. Nel corso del 2010 le vendite di birre di gamma alta sono cresciute del 15%. Alla faccia della recessione.
di Mauro Meggiolaro da ilfattoquotidiano.it