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Italia il debito e i 90 miliardi in lingotti oro nella Federal Reserve Marco Panara
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L’Italia alla prova del debito
Il debito ci angoscia ma non ci allarma. L’Italia si è allontanata silenziosamente dal centro dell’attenzione degli speculatori e in questi giorni fra i trader degli hedge fund e delle banche internazionali di rischio Italia si parla poco. La Quarterly Review della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, che dedica ampio spazio ai debiti sovrani, cita Grecia, Spagna e Portogallo ma non l’Italia. Sarà bene non distrarsi però, perché il 2010, per il mercato dei titoli pubblici sarà l’anno dei record. Le emissioni di titoli di stato a medio e lungo termine dei vari paesi di eurolandia raggiungeranno 900 miliardi di euro, una cifra mai toccata prima.Includendo gli altri paesi europei che emetteranno titoli in valute diverse, dalla sterlina al francio svizzero, la cifra quasi raddoppia.
Il primo emittente nell’area euro nel 2010 sarà la Germania con 224 miliardi, detronizzando l’Italia che farà la sua parte con 210 miliardi, seguono Francia con 184 e Spagna con 97. La concorrenza per accaparrarsi i capitali degli investitori raggiungerà livelli mai fino ad ora conosciuti, mentre basterà pochissimo in un mercato nervoso e sospettoso per perdere la loro fiducia e scatenare gli attacchi della speculazione.
La ragione di tutto ciò la conosciamo, è il conto per i salvataggi bancari e le manovre di sostegno alle economie provate dalla crisi. Il Fondo Monetario stima che tra il 2007 e il 2014 il debito pubblico complessivo dei paesi avanzati aumenterà del 35 per cento, e una buona parte di questo aumento è già avvenuta. Il rapporto tra debito e pil, che Maastricht aveva fissato per i paesi euro al 60 per cento balzerà, sempre nelle economie avanzate, dal 73 per cento del 2007 al 109 per cento sette anni dopo. La nostra antica solitudine tra i grandi debitori del mondo ormai è un ricordo.
Essere in tanti a chiedere denaro aumenta la difficoltà di finanziarsi, in un futuro non lontano alzerà anche il costo, ma aumenta esponenzialmente la vulnerabilità del sistema. Basta la crisi fiscale di un paese piccolo come la Grecia e tutti i debitori pagano un prezzo. Naturalmente a cominciare da quelli che si trovano in acque meno tranquille subito seguiti da quelli che hanno stock di debito elevati.
L’Italia la sua vulnerabilità se la porta dietro da trent’anni e il 2009 ci ha aggiunto la sua parte. Siamo arrivati a mille 761 miliardi di euro di debito pubblico, cento di più del 2008, a fronte di mille 561 miliardi di euro di prodotto lordo realizzato nel 2009, cinquanta in meno rispetto all’anno prima.
Paghiamo il prezzo della nostra vulnerabilità storica: 84 punti base venerdì scorso il differenziale dei tassi rispetto al bund tedesco e 101 punti base il prezzo giovedì di un ‘credit default swap’ per chi si vuole assicurare sul rischio di insolvenza dell’Italia, contro 26 per assicurare un bund tedesco e 34 per un titolo francese. E tuttavia non siamo nell’occhio del ciclone.
Paradossalmente la nostra storia fiscale, negativa fino a ieri, oggi ci dà una mano: «L’Italia convive da molti anni con un debito elevato dice Alexander Kockerbeck di Moody’s ha adeguato la sua struttura alla necessità di pagare ogni anno gli interessi e ha sviluppato una capacità molto sofisticata di gestire il debito. La sua vulnerabilità è storica, la crisi non ha aggiunto granché di nuovo. Invece debito e interessi elevati sono per molti altri paesi una novità e non sappiamo come si adatteranno».
«Il dato più importante a favore dell’Italia dice Luca Mezzomo, economista del centro studi di Banca Intesa San Paolo è l’avanzo primario. Non abbiamo da brindare visto che è negativo, ma lo è dello 0,7 per cento del prodotto lordo e il confronto con gli altri paesi ci giova: in Spagna nel 2009 è stato 8,5 per cento, in Portogallo 5,2, in Grecia 6,4, in Irlanda addirittura 10,5 e nel Regno Unito 9,6. Il che vuol dire che in un anno nel quale il deficit è arrivato al 5,3 per cento gli equilibri hanno sostanzialmente tenuto». E’ l’altra faccia di non aver adottato stimoli fiscali, abbiamo sacrificato il pil e l’occupazione ma tenuto la barra, nei limiti del possibile, sul debito.
«Negli anni ’90 l’Italia ha mostrato di essere in grado di creare avanzi primari anche del 4 o del 5 per cento dice Kockerbeck poi la tensione, che prima era legata all’ingresso nell’euro, si è allentata e infatti l’avanzo primario non c’è più. Averlo tenuto sotto controllo anche nel terribile 2009 è un dato positivo, ma fondamentale sarà ricostruirlo. Un avanzo primario positivo di qualche punto percentuale rassicura i mercati sulla possibilità di una economia di sostenere il debito e sulla sua volontà di invertire il trend».
Ci sono altri fattori che stanno aiutando a tenere l’Italia fuori dal mirino della speculazione. Uno è l’argomento caro al ministro Giulio Tremonti, ovvero l’ammontare del debito complessivo, quello che si calcola sommando l’esposizione del settore pubblico a quella delle famiglie e delle imprese. L’Italia non è messa benissimo, a fine 2008 aveva un debito globale pari al 191 per cento del pil, ma comunque assai meglio dei paesi oggi più esposti: il debito complessivo della Spagna è pari al 210 per cento del pil, quello dell’Irlanda al 227 e il Regno Unito è addirittura al 330.
C’è chi ritiene che una qualche rassicurazione ai mercati arrivi anche dai lingotti che ciascun paese protegge nel suo caveau (l’Italia in realtà li conserva presso quello della Federal Reserve di New York). «L’oro è una estrema ratio dice un economista un tesoretto che si deve avere l’ambizione di lasciare intatto e semmai accresciuto alle prossime generazioni, ma il fatto di averlo conta e l’Italia dopo gli Stati Uniti e la Germania è il paese che ne ha di più. Quei quasi 90 miliardi di dollari in lingotti sono una riserva per noi e un fattore di rassicurazione per gli investitori».
Un ruolo importante, che aiuta a mitigare la vulnerabilità del debito pubblico italiano soprattutto nei momenti in cui il mercato è più turbolento, è quella sofisticata capacità di gestione del debito che l’Italia ha sviluppato negli ultimi vent’anni. Grazie ad essa il debito italiano si è trasformato profondamente nel corso del tempo. Nei primi anni ’90 una quota elevata era a tasso variabile mentre ora è per il 70 per cento a tasso fisso, il che lo rende meno esposto alle variazioni del costo del denaro, e a proteggerlo dalle quelle variazioni c’è anche la struttura delle scadenze, che ha portato al 31 dicembre del 2009 la durata residua media del debito a superare i 7 anni. «Nel 2009, benché la curva dei tassi incentivasse le emissioni a breve, che costavano pochissimo spiega Mezzomo l’Italia ha continuato a puntare sui titoli a medio e lungo termine, mantenendo così una elevata durata residua media del debito e, nello stesso tempo, evitando di dover aumentare troppo le emissioni nel 2010».
Qualcuno sostiene che tra novembre e dicembre il Tesoro abbia raccolto più del necessario per mettere fieno in cascina e non trovarsi a corto di liquidità nel caso in cui la situazione di mercato fosse peggiorata. La voce non è confermata ma gli analisti del settore la considerano una tattica prudente, adatta ai tempi difficili che stiamo attraversando.
Qualcuno vende un fattore di rischio nel fatto che quasi metà del debito è ormai fuori dall’Italia, anche se prevalentemente in area euro, e la ragione è che gli investitori internazionali sono prevalentemente strutture professionali e quindi in genere più rapide e reattive.
Tuttavia, tra pro e contro sembrerebbe che l’Italia sia in grado per con il suo gravoso carico di attraversare la tempesta. Il problema è il dopo. Forse riusciremo a non essere travolti da quel carico, forse riusciremo a stabilizzarlo, ma come faremo a ridurlo? Negli anni ’90 abbiamo recuperato 15 punti vendendo i gioielli di famiglia, ora in parte per la crisi ma non solo per essa, una buona parte di quei 15 punti ce li siamo rimangiati e di gioielli da vendere ne sono rimasti pochi.
Le strade per ridurre il rapporto tra il debito e il prodotto lordo sono classicamente due: ridurre il debito o aumentare il pil. Promuovere la crescita è il ritornello che la Banca d’Italia va da anni ripetendo, indicando anche le strade: liberalizzazioni, investimenti sul capitale umano, diffusione delle pratiche migliori. Ma sono temi che non scaldano, anche perché i risultati di queste cose non si vedono nell’arco di una legislatura.
Bisognerebbe allora ridurre il debito. Ridurlo per via fiscale, dicono gli esperti, è improponibile. Il prelievo è già superiore alla media europea e grava soprattutto su una parte della popolazione e delle imprese. Bisognerebbe allora lavorare sulla spesa: ma se trovassimo un governo in grado di rendere efficiente la spesa pubblica i problemi dell’Italia, e non solo quello del debito, sarebbero risolti.
da Marco Panara affari e finanza repubblica.it
Balotelli e Le Iene
Posted by: | CommentsBalotelli meglio di Mourinho
Il sorriso di Balotelli. Come una diva d’altri tempi, anche Balotelli ride («Garbo laughs!»). Lo ha fatto in campo, nella Under 21 che ha battuto l’Ungheria (Raidue, mercoledì, ore 17.50) e anche fuori campo, durante l’intervista a Rosario Rosanova (Italia 1, ore 21.10).
La «iena» prima ha rischiato di prenderle (il calciatore credeva fosse un malintenzionato e stava per menarlo) e poi, invece, ha sfilato più di un sorriso al calciatore cui tutti vorrebbero insegnare qualcosa. Il fattore «buuuh!».
Si dice che Mario Balotelli non sorrida mai. Pare sia arrabbiato con il suo allenatore José Mourinho che non lo fa giocare quanto lui vorrebbe; è sicuramente arrabbiato contro quegli idioti di tifosi che, intonando i bestiali «buuuh!», gli rivolgono cori razzisti; ha persino dichiarato di essere arrabbiato con la sua mamma adottiva, ma intanto rideva, perché ogni mattina gli fa una lavata di capo al telefono (gli dirà di star lontano da Fabrizio Corona).
Su Balotelli, che — con Stefano Okaka e Angelo Ogbonna — costituisce un meraviglioso «trio delle facce sporche» della nostra nazionale minore, incombe il fantasma di Peppino Meazza (stadio in cui normalmente gioca). Si racconta che Meazza fosse molto bravo coi piedi, ma piuttosto sempliciotto, inarticolato quando dava un’intervista (allora molto rare), quando tentava di esprimere un’opinione. Invece Mario è tanto silenzioso in campo (uno dei pochi che non esulta in maniera esagerata ai gol) quanto loquace se lo si sa prendere. Nell’intervista delle Iene parlava come Fabio Volo; ora potrebbe anche scrivere un libro di successo o condurre un programma in radio. E comunque Balotelli è molto più divertente del suo allenatore.
P.S. Come già segnalato in precedenza, sull’«Isola dei famosi» incombono quest’anno presagi sfavorevoli: l’ultimo avviso è una intossicazione alimentare che ha fatto consumare tutta la scorta di carta igienica.
ALDO GRASSO
da IL CORRIERE DELLA SERA
Vanoi nel fondo è finito un ciclo
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Il fondo va a fondo
“E’ solo finito un ciclo”
L’ex ct azzurro, Alessandro Vanoi non drammatizza la disfatta olimpica: “Anche con dieci medaglie bisognava comunque ricominciare daccapo”. L’esame del problema: “Pochi fondi, ne risentono i metodi di preparazione”
La disfatta nel fondo
VANCOUVER – E’ stato il ct di Lillehammer, dove il fondo azzurro trionfò. Oggi Alessandro Vanoi fa tutt’altro, essendo il segretario della federazione sci nautico. Ma il fondo resta nel suo cuore, tanto che Sky gli ha chiesto di commentare le gare qui a Vancouver.
Allora, il fondo è alla canna del gas?
“Ma no. E’ solo finito un ciclo”.
Beh, non è cosa da poco.
“Ma lo si sapeva. Anche se fossero arrivate dieci medaglie non sarebbe cambiata la situazione”.
Cioè?
“Bisogna ricominciare daccapo”.
E che ne facciamo dei Piller e dei Di Centa?
“Loro hanno tutte le libertà che vogliono, ma bisogna ricreare un gruppo di giovani sui quali lavorare in vista di Sochi 2014″.
Solo un fatto generazionale, lei dice?
“Ma sì. Anche gli altri non stanno tanto bene. La Norvegia in staffetta ha fatto gareggiare un biathleta, c’era anche qualche quarantenne in giro…”.
Ma noi giovani promettenti ne abbiamo?
“Qualcosa c’è. Bisognerà attendere che crescano. Ci sarà da soffrire per qualche anno, questo va detto per correttezza”.
Da Torino a qui non s’è persa l’occasione di allargare il movimento?
“C’è stato un problema di soldi, che sono sempre di meno a disposizione”.
Suona come una scusa…
“No, è la pura verità. I programmi sono cambiati in base ai budget che i tecnici hanno avuto a disposizione. Infatti…”.
Infatti cosa?
“Si scia di meno d’estate. Questo è un fatto importante, è l’errore, se vogliamo chiamarlo così”.
Dovuto alla mancanza di euro?
“Proprio così”.
Dunque andrà sempre peggio, vista la situazione economica generale.
“Ripeto, io non sarei così pessimista. Nelle donne è spuntata la Rupil, sono convinto che anche gli uomini ci faranno una sorpresa”.
Ma il fenomeno comunque non c’è.
“Quello è un altro discorso…”.
PAOLO ROSSI da repubbica.it
Google condannata commento di Vittorio Zambardino
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Google punita, ma qui è la libertà dei singoli che è in gioco
Il nocciolo della notizia è che i dirigenti di Google a processo a Milano per il caso “Vividown” sono condannati per violazione della privacy, ma non per diffamazione aggravata. Entro 90 giorni si leggerà la sentenza. Ma si continua ad ignorare che in questa vicenda, sotto traccia, non è la libertà di Google in gioco ma quella dei singoli.
Scampato pericolo?
Google ora dice che “la sentenza di Milano è un attacco ai principi di libertà”. Però poteva andare molto peggio. Gli occhi della politica, della rete e del mondo intero (quello che segue queste vicende) erano oggi su Milano. E alla sentenza che ne è uscita questa mattina poco dopo le 9. Ora gli avvocati annunciano un appello, che potrebbe essere discusso già per fine anno, o al più tardo nella primavera 2011.
Vedrete, questa notizia farà il giro del mondo. Perché comunque è una condanna, perché apre un dibattito che non è solo giuridico ma intensamente politico: deve esserci un controllo su quanto esce sui social network? E chi deve esercitarlo? E perché costringe a riflettere su come sistemiamo la comunicazione digitale dentro gli apparati di legge.
E’ d’obbligo un passo indietro.
Il fatto
Nel 2006 tre minorenni abusano con percosse e dileggio di un loro compagno di scuola, afflitto da sindrome di down. Registrano tutto con la videocamera del cellulare. Una di loro pubblica su quello che all’epoca era “Google Video”. Grande scandalo e indignazione, giustificati dall’atto ma trascinati nella consueta manipolazione dell’ira collettiva.
Di quel video si parla nei telegiornali. Si delira di chiusura di Google e di istigazione a delinquere – nasce da qui l’onda che porta al famoso “emendamento D’Alia”, cioè al principio che la piattaforma che ospita il contenuto di un utente è direttamente responsabile di quanto pubblicato da ogni singolo, e che la sola pubblicazione integri, oltre alle fattispecie di volta in volta presenti, il reato di istigazione a delinquere. Cosa è istigazione a delinquere? eh…
Intanto la ragazza responsabile della pubblicazione sarà poi processata e condannata a pene di carattere rieducativo. E la famiglia della vittima si rifiuta di costituirsi parte civile. Ma si è comunque avanti in un processo che vede sulle spalle di quattro dirigenti di Google sia l’accusa di diffamazione che quella di violazione di numerosi articoli della legge sulla privacy.
Il rischio “politico”
L’emendamento è caduto da tempo, ma i sostenitori di quella dottrina sono ancora alla ricerca della norma “giusta” da far passare. Lo sono anche in queste settimane. Alcuni di loro non si rendono conto, altri ne sono perfettamente consapevoli che stabilire quel principio di responsabilità – come se You Tube fosse un giornale fatto da relativamente pochi individui- significa realizzare uno stato pienamente totalitario, nel quale, per realizzare quelle prescrizioni di legge sarebbero necessarie strutture tecniche e umane presenti solo in Cina e paesi consimili.
Il clima: l’antipatico è anche “colpevole”?
Il processo si è accompagnato con la crescita di un sentimento di “antipatizzazione” verso Google e le piattaforme di social networking in questo paese. La giustizia civile ha già deciso, in altro e diverso procedimento, che You Tube debba sapere all’istante quali video appartengono a contenuti coperti da diritto d’autore. Un’altra causa, intentata da Mediaset, chiede, con risarcimenti ultramilionari, che per tutte le clip che gli utenti ritagliano dal Grande Fratello piuttosto che da Striscia la notizia, la responsabilità per la violazione del diritto d’autore sia molto stretta e riportabile alla piattaforma.
Aggiungete il procedimento – ma si tratta di vicenda ancora diversa – che gli editori italiani hanno avviato presso l’autorità per la concorrenza sulle pratiche di Google in fatto di pubblicità e di uso dei contenuti editoriali.
Insomma il clima era pesante per Google. E chi scrive qui ha elencato in un saggio quali sono le ragioni che fanno di Google un soggetto molto ingombrante per la concorrenza. Ma l’antipatia “economica” non deve produrre né giurisprudenza né diritto antipatizzante. Invece il sentimento che si respira nell’aria in questi mesi non ha niente a che vedere con i principi di equa concorrenza, che in qualche modo si trovano richiamati nel ricorso degli editori.
La difesa dell’esistente, la riforma “stretta”
Si può dire in due modi, con linguaggio da mass mediologi: Il problema di questi mesi è la ricerca di un varco per fermare la disgregazione dell’audience televisiva generalista ad opera dei social network, utilizzando anche il sogno censorio di una restaurazione dello status precedente dei media, quello nel quale gli utenti non parlano. Consumano.
E si può dire con linguaggio politico: che la politica e gli apparati giudiziari cercano i modi per ricondurre dentro l’esistente la novità di internet, che è novità umana e sociale prima che tecnologica e non ce la fa ad “entrare” in quelle norme preesistenti, come il dentifricio spremuto fuori non rientra nel tubetto.
Saggezze e sintonia di una sentenza
In questa situazione il rischio era che si arrivasse a una sentenza fortemente punitiva dei social network, facendo dell’Italia il luogo di un “leading case” repressivo che ci avrebbe rapidamente ridicolizzati di fronte al mondo e messo ancora più in basso nelle classifica per la libertà d’espressione.
Ma la sentenza di Milano – che andrà letta e ci sono 90 giorni per la sua pubblicazione – sembra aver sentito il pericolo giuridico e culturale che incombeva ed ha evitato il peggio. M ha sentito l’aria. Purtroppo non un’ottima aria: perché dopo la pubblicazione dei gruppi Facebook su Tartaglia e le pagine degli imbecilli su vari argomenti sensibili, si è instaurata una pratica opaca per cui governo e amministrazione statale colloquiano direttamente con i social network, sotto l’etichetta della “segnalazione dei siti pericolosi”.
Contemporaneamente, con il decreto intercettazioni e con il decreto Romani, si preparano forme di deterrenza e di controllo su chiunque faccia sia blog che televisione amatoriale: insomma su chiunque si esprima fuori dai ranghi.
Memo e meme per l’appello
Dalla sentenza si vedrà anche cosa, sulla privacy, esattamente si contesta a Google. Se si vorrà sostenere che Google deve occuparsi della privacy di tutti coloro che appaiono nei video che vengono pubblicati – una tesi che è stata sostenuta nella memoria delle parti civili e che è francamente ridicola sul piano fattuale e tecnologico, prima che giuridico. O se si dirà solo che Google aveva obbligo di registrarsi presso l’autorità delle comunicazioni e della privacy (sono due diverse) come stazione televisiva, assumendone quindi gli obblighi. E siamo, ma guarda un po’, alla sostanza del decreto Romani.
Tutto ciò che sfugge alle diverse parti in causa (o forse non sfugge affatto) è che in questa vicenda scorre sotto traccia la questione della libertà dei singoli di pubblicare e dire i propri pensieri sulla rete. In piena responsabilità.
La società digitale è una società di liberi, che semmai vanno in galera se delinquono. Ma non vanno né censurati né costretti all’autocensura delle “registrazioni” preventive.
da repubblica.it scene digitali



Ciampi e le lotte con Berlusconi rivelazione di Scalfari
Posted by: admin | Comments (1)Tralascio per ora le consuete e querule lamentazioni del nostro pseudo san Sebastiano nazionale trafitto dalle frecce dei magistrati comunisti. Mi sembra più interessante cominciare questo articolo con un’osservazione sul comune sentire dei centristi.
I centristi, quelli che non amano prender posizione neppure nei momenti in cui schierarsi sarebbe inevitabile, si rifugiano nella tecnica di mandare la palla in tribuna anziché tenerla in campo. Gli argomenti usati e ormai consueti sono: descrivere le manifestazioni di popolo come stanchi riti vissuti con annoiata indifferenza perfino da chi vi partecipa; sottolineare che “i veri problemi” non sono quelli di schieramento ma i programmi delle Regioni nelle quali si voterà il 28 marzo; infine sottolineare l’importanza di un’astensione di massa dal voto come segnale idoneo a ricondurre la casta politica sulla retta via dell’amministrazione.
Questa saggezza centrista non mi pare che colga la realtà per quanto riguarda i fatti e mi sembra alquanto sconsiderata nelle sue proposte. La piazza del Popolo di ieri pomeriggio era gremita e ribollente di passione, di senso di responsabilità e insieme di rabbiosa indignazione: niente a che vedere con l’indifferenza di un rito stanco. La proposta dell’astensione rivolta al centrosinistra mostra la corda: l’astensione sarebbe soltanto un favore alla maggioranza che ci sgoverna e non metterebbe affatto il governo sulla retta via della buona amministrazione.
Il governo sarebbe ben felice di un’astensione a sinistra che compensasse la vasta astensione che si delinea a destra. Se è vero – e gli stessi centristi lo dicono ormai a chiare note – che il governo non riesce ad esprimere una politica ma mette in opera tutti i mezzi leciti e illeciti per puntellare il suo potere annullando controlli e garanzie, lo strumento elettivo è il solo capace di punirlo affinché cambi registro o se ne vada. Gli elettori di destra in buona fede si astengano invece di turarsi il naso di fronte al pessimo odore che anch’essi ormai percepiscono; quelli di sinistra votino senza esitazioni perché è il solo modo per far rinsavire un Paese frastornato e licenziare la cricca che fa man bassa delle istituzioni.
I problemi concreti, la disoccupazione, la caduta del reddito, l’immigrazione, la sanità, il Mezzogiorno, sono tanti e gravi, ma il problema dei problemi è appunto la cricca e il boss della cricca. Se non si risolve preliminarmente quello, tutti gli altri continueranno a marcire.
Ne abbiamo l’ennesima conferma dalle ultime notizie che arrivano dalla Procura di Trani e che sono su tutti i giornali di ieri. Il presidente del Consiglio ha preteso che l’Autorità garante del pluralismo nei “media” azzerasse la trasmissione Annozero, ha dato più volte indicazioni a Minzolini di come condurre il Tg1, ha imposto al direttore generale della Rai di bloccare le trasmissioni sgradite.
È possibile che questi comportamenti non configurino reati gravi, ma certo raccontano una politica di sopraffazione indecente contro il pluralismo e la libertà di stampa. Per un leader di partito e soprattutto per il presidente del Consiglio e capo del potere esecutivo, questi reiterati interventi dovrebbero portarlo alle dimissioni immediate e irrevocabili. E i primi a reclamarle dovrebbero essere i suoi collaboratori, ivi compreso il cofondatore del Pdl, Gianfranco Fini.
Il progetto costituzionale di Silvio Berlusconi è molto chiaro: vuole riscrivere la Costituzione. Non modificarne alcuni punti ma riscriverla stravolgendone lo spirito, mettendo al vertice una sorta di “conducator” eletto direttamente dal popolo insieme alla maggioranza parlamentare da lui stesso indicata e subordinando alla sua volontà non solo il potere esecutivo e quello legislativo ma anche i magistrati del pubblico ministero, la Corte costituzionale e le autorità di controllo e di garanzia.
Questo progetto non è nato oggi ma è nella sua mente fin dal 2001, quando ebbe inizio la legislatura che durò fino al 2006 e si svolse durante il settennato al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi. Le divergenze tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio furono numerose e ebbero come oggetto soprattutto quel tema; non potendo cambiare la Costituzione nel modo da lui desiderato Berlusconi tentò di modificarla nei fatti contestando sistematicamente le attribuzioni del capo dello Stato e i poteri che gli derivano.
Il capo dello Stato rappresenta il coronamento istituzionale della democrazia parlamentare così come la configura la nostra Costituzione ed è, proprio per questo il maggior ostacolo ai progetti di Berlusconi. Non è dunque un caso che i suoi bersagli costanti siano stati Scalfaro, Ciampi, Napolitano: tre uomini estremamente diversi tra loro, con diversi caratteri e diverse origini culturali, ma con identica dedizione ai loro doveri costituzionali. E proprio per questo sono stati tutti e tre nel mirino di Berlusconi fin da quando salì per la prima volta alla presidenza del Consiglio avendo in animo di governare da solo, senza ostacoli di sorta che controllassero la legalità delle sue azioni e ne limitassero la discrezionalità che egli vuole piena e assoluta.
Gli attriti con Ciampi furono, come ho ricordato, numerosi. Due di essi in particolare avvennero in circostanze di estrema tensione. Il primo in occasione della nomina di tre giudici della Corte costituzionale, il secondo nel momento della promulgazione della legge Gasparri sul sistema televisivo nazionale.
Ho avuto la ventura di esser legato a Ciampi da un’amicizia che dura ormai da quarant’anni, sicché ebbi da lui un lungo racconto di quei due episodi poco tempo dopo il loro svolgimento. Non ho mai rivelato quel racconto, del quale ho conservato gli appunti nel mio diario quotidiano. Spero che il presidente Ciampi mi perdonerà se oggi ne faccio cenno, poiché la riservatezza che finora ho rispettato non ha più ragion d’essere al punto in cui è arrivata la situazione politica italiana.
L’episodio concernente la nomina dei tre giudici della Consulta nella quota che la Costituzione riserva al Presidente della Repubblica, avvenne nella sala della Vetrata del Quirinale. Erano presenti il segretario generale del Quirinale, Gifuni e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. I temi da discutere erano due: i rapporti con la Commissione europea di Bruxelles dove il premier doveva recarsi per risolvere alcuni importanti problemi e la nomina dei tre giudici.
Esaurito il primo argomento Ciampi estrasse da una cartella i tre provvedimenti di nomina e comunicò a Berlusconi i nomi da lui prescelti. Berlusconi obiettò che voleva pensarci e chiese tempo per riflettere e formulare una rosa di nomi alternativa. Ciampi gli rispose che la scelta, a termini di Costituzione, era di sua esclusiva spettanza e che la firma del presidente del Consiglio era un atto dovuto che serviva semplicemente a certificare in forma notarile che la firma del Capo dello Stato era autentica e avvenuta in sua presenza. Ciò detto e senza ulteriori indugi Ciampi prese la penna e firmò passando i tre documenti a Berlusconi per la controfirma.
A quel punto il premier si alzò e con tono infuriato disse che non avrebbe mai firmato non perché avesse antipatia per i nomi dei giudici ma perché nessuno poteva obbligarlo a sottoporsi ad una scelta che non derivava da lui, fonte unica di sovranità perché derivante dal popolo sovrano.
La risposta di Ciampi fu gelida: “I documenti ti verranno trasmessi tra un’ora a Palazzo Chigi. Li ho firmati in tua presenza e in presenza di due testimoni qualificati. Se non li riavrò immediatamente indietro da te controfirmati sarò costretto a sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale. “Ti saluto” rispose altrettanto gelidamente Berlusconi e uscì dalla Vetrata seguito da Letta. In serata i tre atti di nomina tornarono a Ciampi debitamente controfirmati.
Il secondo episodio avvenne nel corso di una colazione al Quirinale, sempre alla presenza di Gifuni e di Letta. Il Parlamento aveva votato la legge Gasparri e l’aveva trasmessa a Ciampi per la firma di promulgazione. Presentava, agli occhi del Capo dello Stato, svariati e seri motivi di incostituzionalità e mortificava quel pluralismo dell’informazione che è un requisito essenziale in una democrazia e sul quale, appena qualche mese prima, Ciampi aveva inviato al Parlamento un suo messaggio.
La colazione era da poco iniziata quando Ciampi informò il suo ospite del suo proposito di rinviare la legge alle Camere, come la Costituzione lo autorizza a fare motivando le ragioni del rinvio e i punti della legge da modificare. Berlusconi non si aspettava quel rinvio. Si alzò con impeto e alzò la voce dicendo che quella era una vera e propria pugnalata alla schiena. Ciampi (così il suo racconto) restò seduto continuando a mangiare ma ripeté che avrebbe rinviato la legge al Parlamento. L’altro gli gridò che la legge sarebbe stata comunque approvata tal quale e rinviata al Quirinale e aggiunse: “Ti rendi conto che tu stai danneggiando Mediaset e che Mediaset è una cosa mia? Tu stai danneggiando una cosa mia”.
A quel punto si alzò anche Ciampi e gli disse: “Questo che hai appena detto è molto grave. Stai confessando che Mediaset è cosa tua, cioè stai sottolineando a me un conflitto di interessi plateale. Se avessi avuto un dubbio a rinviare la legge, adesso ne ho addirittura l’obbligo”. “Allora tra noi sarà guerra e sei tu che l’hai voluta. Non metterò più piede in questo palazzo”.
Uscì con il fido Letta. Ciampi rinviò la legge. Il premier per sei mesi non mise più piedi al Quirinale.
Venerdì scorso ho rivisto su Sky un bellissimo film prodotto da George Clooney. Si intitola “Good Night and Good Luck”, Buona notte e buona fortuna, e racconta di una società televisiva che guidò la protesta dei democratici americani contro la campagna di intimidazione con la quale il senatore McCarthy, presidente d’una commissione di inchiesta del Senato, aveva intimidito e colpito giornalisti, docenti universitari, produttori ed attori, uomini d’affari, sindacalisti, scienziati e tutta la classe dirigente con l’accusa di essere comunisti o loro fiancheggiatori.
Quella società televisiva, guidata da un giornalista coraggioso, mise McCarthy sotto accusa, ne documentò la faziosità e suscitò un tale movimento di opinione pubblica che il Senato aprì un’indagine e destituì McCarthy da tutti i suoi incarichi.
Sky l’ha rimesso in onda l’altro ieri ed ha fatto a mio avviso un’ottima scelta: la sua attualità è stupefacente.
Citerò le parole con le quali il protagonista conclude: “La televisione è uno strumento che può e deve contribuire a rendere le persone più consapevoli, più responsabili e più libere. Se mancano questi presupposti e questi obiettivi la televisione è soltanto una scatola piena di fili elettrici e di valvole”.
Aggiungo io: una scatola, ma a volte molto pericolosa se qualcuno se ne impadronisce e la controlla a proprio uso e consumo.
Good Night, and Good Luck.
Eugenio Scalfari da repubblica via vivicentro.org