Archive for cinema
Grey’s Anatomy 12 dita dei piedi per Ellen Pompeo
Posted by: | CommentsLA STAR DI ‘GREY’S ANATOMY’ HA 12 DITA DEI PIEDI
Anche le star di Hollywood hanno le loro imperfezioni. Quella di Ellen Pompeo, protagonista del telefilm cult Grey’s Anatomy, però, è quanto meno singolare. La 40enne attrice, che nella serie interpreta il personaggio principale, la dottoressa Meredith Grey, ha infatti sei dita per ogni piede: particolare catturato dai paparazzi durante una sua passeggiata a Los Feliz, in California, dove vive col marito Chris Ivery e la figlia Stella.
Le foto sono apparse sul Daily Mail. Recentemente, la Pompeo ha annunciato la sua volontà di lasciare Grey’s Anatomy, per dedicarsi soltanto alla famiglia e, soprattutto, per trasferirsi in Italia.
“Credo che il mondo ne abbia abbastanza di Meredith Grey – ha detto Ellen al magazine Allure – non dico che sto per andare via, ma credo che alla fine della ottava stagione, quando il mio contratto arriverà alla scadenza, non lo rinnoverò. Voglio stare vicina a mia figlia, comprare una casa in Italia e imparare l’italiano per insegnarlo anche a lei”.
da LEGGO.IT
The Pirate Bay documentario
Posted by: | CommentsArriva un documentario su The Pirate Bay, a finanziarlo è il pubblico
Più di trentamila dollari raccolti sul sito Kickstarter, in una manciata di giorni. Il documentario racconterà la storia dei tre fondatori della “baia dei pirati” e verrà completato solo al termine del processo in corso in Svezia nei loro confronti. Gli utenti hanno versato volontariamente fino a cinquecento dollari ciascuno.
LUCA CASTELLI
Tre giorni. E’ quanto è servito al regista svedese Simon Klose per raggranellare i venticinquemila dollari necessari al completamento del suo documentario sui fondatori di The Pirate Bay, la roccaforte internettiana dello smistamento di film, musica, e-book e videogiochi non autorizzati. Nella sua ricerca dell’agognato finanziamento, Klose però ha seguito una via diversa rispetto a quella comune a molti colleghi. Niente incontri con distributori, ipoteche bancarie e tantomeno sale d’attesa negli studi delle major (visto il soggetto del documentario, difficilmente Hollywood si sarebbe mostrata benevolente). Al loro posto, una semplice richiesta di aiuto online.
Klose ha inserito il suo documentario (dal titolo TPB AFK – The Pirate Bay Away From Keyboard) su Kickstarter, uno dei siti più popolari tra quelli che mettono in diretto contatto artisti e pubblico. O forse sarebbe più corretto dire menti vivaci e pubblico, visto che i progetti in cerca di finanziamento possono essere di qualsiasi natura. Documentari, come quello su The Pirate Bay. Contributi per la registrazione di album musicali. Per la stesura del primo grande romanzo del terzo millennio. Per il lancio di una piccola impresa. O anche per realizzare il proprio sogno e fare il giro del mondo in barca (sì, c’è chi è riuscita a raccogliere ottomila dollari dalle folle digitali per questo).
Come richiedono le regole di Kickstarter, il trentacinquenne regista svedese ha fissato un obiettivo da raggiungere nei trenta giorni disponibili per la campagna: venticinquemila dollari. Se allo scoccare della deadline quella cifra non fosse stata raccolta, il progetto sarebbe stato scartato, i soldi sarebbero rimasti nelle carte di credito degli utenti e tutti amici come prima. Dopo appena tre giorni, poco meno di un migliaio di sottoscrizioni avevano già permesso a Klose di stappare la bottiglia di champagne. E al momento della scrittura di questo articolo, quando di giorni ne mancano ancora ventisei, la cifra è già salita fino a trentaduemila dollari (esiste un limite minimo da raggiungere, non uno massimo che non si possa varcare).
Chi sono questi sostenitori paganti del progetto? E quanto hanno deciso di versare? Se la prima risposta è conosciuta solo dal titolare del progetto, ma è facile pensare ai tanti utenti della community pirata, la seconda è invece una via di mezzo tra il prezzo fisso del mondo dell’altroieri e la fluidità estrema del Web. Klose ha scelto otto livelli, lasciando che il singolo finanziatore decidesse se versare dieci dollari (ottenendo in cambio un link per la visione del film: premio simbolico, vista la licenza Creative Commons che dovrebbe permetterne una facile visione a tutti), venticinque dollari (il link più un dvd del film), sessanta dollari (il link più una t-shirt), salendo fino a cinquemila dollari (proiezione domestica del film alla presenza del regista). Finora nessuno è arrivato a selezionare quest’ultima opzione, ma nove sostenitori hanno scelto il pacchetto da cinquecento dollari (link, dvd, t-shirt e ringraziamento nei titoli di coda).
Con un sistema del genere, non siamo poi così lontani dalla teoria dei mille “veri fan” presentata nel 2008 da Kevin Kelley, quella secondo cui agli artisti del presente e del futuro non converrà più puntare tanto su una massa sconfinata di pubblico anonimo e micropagante (sempre più difficile da raggiungere, vista la concorrenza planetaria, l’intasamento delle reti di distribuzione e comunicazione, l’effetto della “lunga coda” di Chris Anderson, ecc. ecc.), sostituendola invece con la ricerca dei “veri fan”, meno numerosi ma spesso molto più generosi (cinquecento dollari per il proprio nome nei credits di un documentario…) e sempre più a portata di mano grazie ai network digitali che ci collegano tutti come mai in passato. Una teoria che non promette l’acquisto di yacht, la costruzione di ranch fiabeschi e nemmeno l’accumulo di una pensione a cinque stelle, ma che rende probabilmente molto più fattibile – dal punto di vista economico – la realizzazione di progetti creativi/artistici non esageratamente costosi.
Anche su Kickstarter, i miracoli non sono di casa. I soldi non cadono come manna dal cielo e navigando sul sito capita spesso di incappare in idee ben lontane dal raggiungere l’obiettivo prefissato. I trentaduemila dollari (and counting…) del documentario svedese sono più un’eccezione che la regola: le cifre medie sono più basse. Inoltre, ci vuole la lenza giusta per stuzzicare e catturare il pubblico. Nonché la capacità di far conoscere il proprio progetto a chi potrebbe essere interessato a sostenerlo, anche solo per simpatie elettive (in questo, Twitter, Facebook e gli altri social network svolgono un ruolo non indifferente). E’ più facile fare bingo quando i mille fan si hanno già, che non quando li si deve conquistare. Ed è ancora più facile quando un sito assai popolare come The Pirate Bay segnala l’operazione sulla sua homepage, come accaduto al documentario di Klose.
Ci vuole, insomma, la consueta, mitologica e spesso inafferrabile ricetta perfetta a base di talento, intraprendenza e fortuna. Depurata semmai – e non è poco – dalla variabile delle raccomandazioni e della scelta dall’alto. Dal lato del pubblico, invece, si ha spesso l’impressione di muoversi nelle profondità di un suk colorato, chiassoso, disorganizzato, incerto (ogni finanziamento è una simbolica dichiarazione di fiducia: il documentario su The Pirate Bay verterà per esempio sul processo in corso in Svezia contro i fondatori del sito, ancora ben lontano dal concludersi, e chissà quando vedrà la luce…), soggetto comunque a determinate regole (su Kickstarter può presentare un progetto solo chi ha a disposizione un indirizzo e un conto bancario americano), dove non si ragiona sul lungo termine, i pirati non sono tutti romantici come sembrano e per quanto le cose possano andare bene circoleranno sempre pochi spiccioli rispetto ai trilioni di dollari spostati sui tavoli da risiko in cima ai grattacieli dell’alta finanza, degli Avatar o delle Lady Gaga. Eppure, nonostante la distanza siderale da quelle altezze rarefatte, nel suk capita spesso di ritrovarsi a respirare un’aria insolitamente fresca. O quantomeno, umana. Ed è forse anche per questo che sono sempre più numerosi i casi di artisti che seguono una strada simile, magari affiancandola a soluzioni produttive e distributive più tradizionali (in un mondo dove convivono e si intrecciano una dimensione fisica e una digitale, dal punto vista economico e anche filosofico, l’ibrido è spesso la soluzione ottimale).
da LA STAMPA
Zoe Saldana sexy lingerie per Calvin Klein
Posted by: | CommentsZoe, bellezza caraibica
La Saldana testimonial Calvin Klein
Un fisico che non mostra il minimo segno di imperfezione, una bellezza sensuale ed esotica e lo sguardo ammaliante. Zoe Saldana seduce in lingerie per Calvin Klein, di cui è diventata sexy testimonial per la linea Underwear della prossima collezione. La bellissima trentaduenne di origini dominicane, eroina femminile di “Avatar” e coprotagonista dell’ultimo “Star Trek” lascia senza fiato.
Negli scatti in bianco e nero della campagna pubblicitaria l’affascinante Zoe appare in tutta la bruna bellezza caraibica.
Curve e linee perfette, su un volto intenso per un metro e 70 di altezza, l’attrice è entrata a pieno titolo nel fashion system e nella sua scalata verso l’Olimpo del cinema Usa è quasi giunta al traguardo.
da TGCOM
Gianni Letta fischiato dal pubblico alla Mostra del Cinema di Venezia
Posted by: | CommentsVenezia, Mostra del Cinema: Gianni Letta accolto dai fischi del pubblico
La Mostra del cinema di Venezia, ha visto oggi, la sua inaugurazione all’insegna delle contestazioni. Nonostante abbiano evitato il red carpet, le urla di disappunto del pubblico hanno raggiunto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, invitato in maolomdo a “tornare a casa”.
Insieme a lui, è stato preso a fischi anche l’altro esponente del governo, il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione.
Oltre ai fischi per i politici, il Coisp (Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia) ha manifestato il suo malcontento contro i tagli del governo Berlusconi nei confronti della sicurezza del Paese,dando vita a una sfilata fatta di una quindicina di sagome di poliziotti pugnalati alle spalle.
Il Coisp, conta 7.800 iscritti e la protesta fatta in occasione del Festival, non è la prima organizzata dal coordinamento sindacale che lamenta un taglio sulle risorse del 30%.
La 67esima Mostra del cinema però, non è stata solo questo: applausi per il regista Quentin Tarantino, per l’occasione giurato della Mostra, che ha ricevuto molti consensi sul red carpet. Con lui tra gli applausi Valerio Mastandrea, Carlo Verdone, Emanuela Arcuri, Gabriel Garko, Carla Fracci e il marito.
Una buona accoglienza è stata riservata anche al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dalla signora Clio: per lui e la sua consorte, un lunghissimo applauso.
Nicoletta Diella
da BARIMIA.INFO
Black Swan, Natalie Portman a Venezia
Posted by: | CommentsBlack Swan
Aronofsky torna in Concorso con una rilettura personale del mito di Pigmalione: non nuova, ma eccessiva e furiosa. Cast da applausi, Natalie Portman da Coppa Volpi
Dopo anni di gavetta, Nina (Natalie Portman), una giovane ballerina di una compagnia di New York, ottiene la parte principale nella trasposizione del celebre Lago dei cigni di Čajkovskij, rimpiazzando la ormai “usurata” Beth Maclntyre (Wynona Ryder). Nel ruolo della regina, Nina dovrà però sdoppiarsi ed essere contemporaneamente l’innocente Cigno Bianco e e il malefico e conturbante Cigno Nero. Quest’ultimo diventerà la sua ossessione, perché per una ragazza ingenua e casta come lei, castrata da una madre iperprotettiva (Barbara Hershey), tramutarsi in una seduttrice diabolica non è cosa da poco. Di più: sulla sua inadeguatezza pigia il tasto il cinico direttore artistico della compagnia, Thomas Leroy (Cassel), spingendola a tirare fuori il lato oscuro di se stessa, mentre l’arrivo di una nuova ballerina, la spregiudicata Lily (Mila Kunis), aumenterà le sue incertezze portandola lentamente alla pazzia…
Chi pensava che l’apertura data ad Aronofsky fosse frutto di uno scambio di cortesie con un regista affezionato come pochi alla Mostra – terza partecipazione in Concorso, Leone d’oro due anni fa con The Wrestler – si sbagliava. Il suo Black Swan è un buon film e il modo giusto di iniziare un festival. Una storia intrigante, che non dovrebbe dispiacere al grande pubblico (non a caso sarà la Fox a distribuire la pellicola in Italia), un cast di sicuro appeal (Natalie Portman, Vincent Cassel, Barbara Hershey e la rising star Mila Kunis), un autore di talento che ha saputo correggere negli anni pulsioni ombelicali e artifici stilistici. Prova ne sia che da un soggetto poco originale – libera variazione sul mito di Pigmalione, scritto da Mark Heyman, Andres Heinz e John McLaughlin – Aronofsky ha saputo trarre un’opera che difficilmente annoierà, e dalla commistione di stilemi e motivi (che combina con disinvoltura melò, thriller psicologico, horror, trash e musical) un film che rischia sempre di debordare senza sfuggirgli mai di mano. Se un difetto si può imputare semmai all’ultima prova del regista americano è proprio un eccesso di zelo, l’impressione che ci sia sempre qualcosa di troppo calcolato, freddo e un tantino prevedibile.
D’altra parte il tema – il tema del doppio, l’ossessione artistica, le crudeltà da palcoscenico, la metamorfosi – non è nuovo, ma Aronofsky ha il
merito di farlo suo, piegandolo alla propria poetica personale e squilibrata. E se da un lato il regista porta avanti la riflessione sul cinema già avviata con The Wrestler (cinema come morte al lavoro sul corpo dell’attore), dall’altra si conferma abile nella direzione degli interpreti – tutti superbi, ma la palma del migliore va alla Portman, prima seria candidata alla Coppa Volpi – persino perfido nell’assegnazione dei ruoli, come quando decide di assegnare alla Ryder la parte della diva sul viale del tramonto, inesorabilmente messa da parte. Poi è chiaro, la sua sensibilità stravagante e un tantino kitsch può anche non piacere a tutti, ma di fronte a un film così palpitante, vorticoso, eccessivo, è difficile restare indifferenti.
Contrariamente alla sua ballerina, Aronofsky non è “perfetto”, nemmeno vuole esserlo. Il suo è semmai un cinema senza centro, instabile, infetto, stravagante e furioso. Balla paurosamente. Sta a noi decidere di ballare con lui.
Gianluca Arnone – cinematografo.it

















