Nov
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Bernardo Caprotti della Esselunga vado in pensione a 88 anni

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bernardo caprottiCaprotti: vado in pensione
deciso il futuro dell’azienda
Il leader di Esselunga: dopo molti mesi di assenza ho deciso di terminare la mia attività di lavoratore dipendente

Cinque giorni fa a Limito di Pioltello (Milano) nella sala riunioni al sesto piano della sede di Esselunga, Bernardo Caprotti, conversando con un ristrettissimo gruppo di persone, ha detto cose di importanza fondamentale per la sua vita e per l’azienda, notizie che nessuno ancora sapeva. E di altro, ripercorrendo alcune tappe decisive della sua vita, ha parlato in questi ultimi giorni con interlocutori a lui molto vicini.
Dopo aver dato conto ieri della pioggia di donazioni (il Corriere ha visionato tutti gli atti direttamente all’Archivio notarile di Milano), ecco la ricostruzione di questi colloqui.

«Lascio le cariche»
La prima notizia è oggetto anche di una lettera firmata da Caprotti e indirizzata ai suoi collaboratori più stretti: l’imprenditore il 23 dicembre lascerà tutte le deleghe operative in Esselunga, tutti i poteri di firma e i compensi. E smetterà di essere dipendente della sua azienda dopo 62 anni di lavoro continuativo (i primi anni alla Manifattura Caprotti, azienda tessile di famiglia). Insomma, in un certo senso va in pensione, a 88 anni.
Quando nel 1965 prese la direzione della Supermarkets (poi Esselunga) c’erano 15 supermercati, oggi sono 144 con 6,8 miliardi di fatturato, 20mila dipendenti e bilanci ampiamente in utile (238 milioni nel 2012). Una cavalcata imprenditoriale che ha pochi paragoni in Italia.
«Dopo molti mesi di assenza – scrive nella lettera – a seguito dell’infortunio occorsomi il 28 aprile, ho deciso da tempo di terminare, col 23 dicembre, la mia attività come lavoratore dipendente. Lascerò deleghe, poteri, compensi. Forse mi sentirò più leggero». È una svolta, sebbene rappresentare la proprietà, cioè sé stesso, abbia un certo peso (è e resta presidente della holding Supermarkets italiani). «A Dio piacendo – aggiunge – ci sarò e forse sarò anche più libero di fare quello che mi era sempre piaciuto: di andare per negozi e cantieri… Di non essere più subissato da montagne di carte e pratiche che mi imprigionano e mi impediscono. Forse ci vedremo di più e più liberamente». Ha confessato di non reggere più il ritmo del tempo pieno da mattina a sera, nonostante il vigore e la lucidità che anche i nemici (dentro e fuori la famiglia) gli riconoscono. Stessa «pasta» – si dice – di don Luigi Verzé, che conosceva bene. Uno più vicino alla fede, l’altro ai bilanci.

Il testamento dal notaio
La seconda notizia è stata sussurrata a chi gli chiedeva del futuro del gruppo e del contenzioso in tribunale con i due figli maggiori, Giuseppe e Violetta, che rivendicano la proprietà della maggioranza di Supermarkets Italiani.
La successione è risolta, ha detto con tono deciso Caprotti. Come? C’è un testamento – queste le parole dell’imprenditore, secondo una ricostruzione attendibile -, tutto è sigillato in una busta custodita dal notaio Carlo Marchetti. Insomma, le sue volontà sono formalizzate. Succederà come nei film: apriranno la busta e… Il vecchio industriale, dicendolo, aveva l’aria di chi pagherebbe per esserci quel giorno lontano. Ma che cosa contiene la busta? Ovviamente è un mistero. Tuttavia, da quel che trapela, il patron di Esselunga avrebbe previsto nei dettagli la suddivisione patrimoniale: tutta la famiglia e tutti i figli (due dal primo matrimonio e Marina dal secondo) succedono. «Poi si arrangeranno…», avrebbe aggiunto con una certa rassegnazione, convinto di aver fatto il possibile per garantire l’integrità, la salute e il futuro del suo quarto figlio: Esselunga. L’azienda, secondo Caprotti, ha già una struttura di manager e governance che è una garanzia. E le voci di vendita che ogni tanto tornano? Non è in vendita, rimane in famiglia. Al momento. Se fosse in vendita – ha argomentato – lo sarebbe soltanto perché in Italia non si può più fare impresa.

Le colpe di Violetta
Certo sullo sfondo rimane l’incognita sull’azione giudiziaria civile promossa dai due figli. Uno snodo della vicenda, la miccia della guerra dei Caprotti, restava in ombra: perché nel febbraio 2011 il capofamiglia smontò il contratto fiduciario sul 100% di Supermarkets Italiani, «riprendendosi» il controllo? Lui l’avrebbe spiegata così: la governance era a rischio e con essa era a rischio l’azienda con i suoi 20mila dipendenti, per questo ha riafferrato le redini del gruppo, sebbene nessuno si fosse mai accorto che le avesse mollate. Sembra un’accusa ai figli, in particolare a Violetta, che avrebbero tramato con alcuni manager per cambiare l’assetto di vertice (si veda la lettera a fianco). Violetta, dal canto suo, non ha mai parlato.
Chi silenziosamente ha scalato, gradino su gradino, il potere aziendale è la ex segretaria diventata dirigente Germana Chiodi, cui Caprotti ha donato 10 milioni in contanti. Si danno del «lei» da 40 anni, è una sorta di memoria storica del gruppo, una persona molto intelligente – l’ha descritta il «capo» con i suoi interlocutori – che conosce come pochissimi l’azienda in cui lavora e ha potere, certo, ma in senso positivo e attivo. Comunque sia, in Esselunga sta cominciando l’era Dc. Dopo Caprotti.
 
Mario Gerevinimgerevini  da corriere.it

Categories : economia, social, società

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