vanity_fair_marco_travaglio2Poldo e la Leopolda
Cazzari di terra, di mare e dell’aria! Camicie Bianche della Rottamazione e delle Regioni! Uomini e Donne della De Filippi, di Porro e della D’Urso, ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra pancia! L’ora dei selfie, degli hashtag, delle slide e delle linee-guida revocabili! La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli scribacchini di Bruxelles e Strasburgo. L’Italia parolaia e renzista è un’altra volta in piedi anzi seduta, forte, fiera e compatta come non mai. La supercazzola è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori da Arcore al Nazareno alla Leopolda: vincere! E twitteremo! Popolo renziano, corri alle poltrone e agli iPhone e dimostra la tua viltà, il tuo servaggio, il tuo sedere!   Diamo ora la parola ai Figli della Leopolda di ultima generazione.   Matteo Orfini: “Basta atteggiamenti provocatori.

Renzi faccia il segretario di partito e la smetta con certe guasconate. L’idea di fare il premier è una follia. Renzi è l’ultimo giapponese di una linea che in tutto il mondo è stata abbandonata. Mi ricorda i Righeira, gli Europe, certe sue scelte estetico-musicali ricordano il mondo dei paninari. C’è un’idea della spettacolarizzazione della politica un po’ figlia di quegli anni”.   Andrea Orlando: “Basta passare con Renzi che si diventa nuovi, anche se non lo si è di curriculum… Il vero apparato, inteso come professionismo politico, è a sostegno di Renzi… Per noi il cambiamento è un governo che provi a ottenere la maggioranza al Senato in base a un progetto, lui preferisce la formula del governissimo, legittima, ma già sperimentata in maniera drammatica visto l’epilogo del governo Monti”.   Dario Franceschini: “Tra la competenza e l’esperienza di Bersani e la rottamazione di Renzi ci possono essere dubbi a chi affidare il Paese? Bersani ragiona, Renzi recita”.   Federica Mogherini: “Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera, non arriva alla sufficienza, temo. Matteo, lascia stare la politica estera e di difesa, Obama ed F-35 compresi. Ti conviene, dai retta. Renzi è un po’ troppo sul passato per essere l’uomo del futuro. Bersani ragiona da premier, Vendola è affidabile, Renzi un po’ fuori fase. Sceglie lo slogan che usò Franceschini alle primarie 2009, ‘Adesso’. Come inizio di rottamazione lascia un po’ a desiderare”.   MariannaMadia: “Bersani è il miglior premier che l’Italia possa avere. Solo lui ha statura da presidente del Consiglio”.   Pina Picierno: “Qualcuno dica a Renzi che l’Onu ha appena stabilito che deve studiare… Bella la supercazzola di Renzi sui diritti… Lo slogan ‘Adesso’ di Renzi l’ha lanciato Franceschini nel 2009, ‘mazza che svolta! M’avanzano un sacco di cappellini della campagna di Renzi, che faccio li spedisco a lui o libero il mio garage? Bersani è l’unico a parlare di lotta alle mafie: mi piacerebbe che Renzi facesse lo stesso… Ma Renzi per chi ci ha preso, per renziani?”.   Alessandra Moretti: “Renzi non sta bene dove può essere messo in discussione, non ama il confronto democratico e si comporta da primadonna, ma ne abbiamo già avuta una e si chiamava Silvio Berlusconi. È egocentrico e anche maschilista. Chi è più bello tra Renzi e Bersani? Bersani tutta la vita! Ma avete visto le foto di Bersani da giovane quando aveva i capelli fluenti? Somiglia a Cary Grant, un possibile attore, e poi è alto e con le spalle larghe. Non c’è paragone con Renzi, che ha pure quel modo di parlare così strano”.   Piero Fassino: “Se il programma di Renzi è ‘tutti a casa’, non è un programma per governare il Paese”.   Ps. Tranquillo, Matteo, nessuno ripeterà nulla di tutto questo: lo dicevano – vedi antologia raccolta dall’Espresso – fino al giorno prima che tu scalassi il partito e il governo. Ma ora è tutto passato. Piuttosto, lascia stare l’incolpevole Leopoldo di Toscana, che era una persona seria. Molto meglio Poldo, quello dei cartoon di Popeye che ingolla i panini interi: rende meglio l’idea.

Da Il Fatto Quotidiano del 25/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio1Polli Arena

Da un paio di giorni, in un crescendo direttamente proporzionale all’approssimarsi della testimonianza di Napolitano al processo Trattativa, si moltiplicano gli articoli di giornale su quel bugiardo di Massimo Ciancimino e su quei cialtroni (pm e cronisti) che lo stavano a sentire. Quale sarebbe la notizia, cioè la novità? Che la Procura di Caltanissetta ha ottenuto il suo rinvio a giudizio per calunnia contro Gianni De Gennaro, accostato al “signor Franco” o “Carlo”, cioè l’uomo dei servizi che a suo dire consigliò il padre per 30 anni. Repubblica spara: il misterioso spione è stato finalmente individuato in un barista dei Parioli. E qui parte la risata omerica dei giuristi per caso, che nulla sanno del processo Trattativa, ma ne parlano –appunto –come si fa al bar. In prima fila, il solito mèchato di Libero , il solito Bordin del Foglio , Riccardo Arena de Il Giornale di Sicilia-La Stampa -il Foglio-Panorama , e purtroppo anche Michele Serra. Per Serra, Ciancimino era un’“indiscussa e contesa star dei talk show”: siccome però, a parte Annozero , nessuno l’ha mai conteso né invitato, indovinate con chi ce l’ha Serra.

Per il mèchato, Ciancimino è “il cocco di Travaglio”. E per Arena “la coppia Santoro-Travaglio per anni hanno (sic, ndr) pompato le sue menate”. Ora, siccome c’è un limite a tutto, è bene raccontare come e soprattutto dove nascono le dichiarazioni di Ciancimino jr. sulla trattativa. Nascono il 19-12-2007 da un’intervista a Panorama diretto da Maurizio Belpietro (che ora dirige Libero , infatti il mèchato si guarda bene dal citarlo). E, trattandosi di gravi notizie di reato, i pm Ingroia e Di Matteo lo convocano e interrogano per mesi, facendogli consegnare o sequestrando 55 documenti del padre che la Scientifica perizierà come originali autentici o fotocopie non manipolate. La stampa, talvolta, fa il suo dovere: informa i cittadini delle dichiarazioni di Ciancimino. Francesco La Licata de La Stampa pubblica con lui un libro-intervista (infatti Arena non lo cita e preferisce prendersela con la coppia Santoro-Travaglio: non su La Stampa, dove scrivono lui e La Licata, ma sul Foglio che è più di bocca buona e non butta via niente). Ciò premesso, sempre perché c’è un limite alle balle (specie quelle dei giuristi per caso, che superano ampiamente quelle di Ciancimino), è bene che si sappiano alcune cose. 1) Con buona pace di Arena& C., Ciancimino non è più “il superteste” del processo Trattativa: è imputato per concorso in associazione mafiosa e calunnia ai danni di De Gennaro; e, come tutti gli imputati, può parlare; poi spetta ai magistrati vagliare quali sue parole sono veritiere, quali menzognere e quali impossibili da riscontrare dopo 22 anni. 2) Non è vero che la Procura di Palermo abbia coperto le sue calunnie: appena ne ha scoperta una (finora l’unica: un documento artefatto col Photoshop che metteva De Gennaro in collegamento con la Trattativa), l’ha fatto arrestare e rinviare a giudizio (e anche condannare in primo grado per possesso di esplosivi). 3) Non è vero che Ciancimino si sia presentato ai pm a dire che il signor Franco-Carlo era De Gennaro: il collegamento fra i due lo fece al telefono con alcuni giornalisti e al bar con un agente della Dia che fece rapporto ai pm di Caltanissetta; e lì spiegò che il padre gli aveva dipinto Franco-Carlo come legato a De Gennaro. 4) Non è vero che tutte le carte di Ciancimino, papello di Riina compreso, si siano rivelate false (55 autenticate dalla Scientifica, papello incluso; una falsa, quella su De Gennaro). 5) Non è vero che il signor Franco-Carlo sia un barista dei Parioli (Ciancimino jr. racconta che De Gennaro si interessò nel 2004 per procurare i passaporti alla sua famiglia, tramite una catena di intermediari di cui fa parte tal Franco M., che ha un bar ai Parioli, ma nessuno ha mai indicato come signor Franco-Carlo). 6) La Procura nissena non ha mai detto che Franco- Carlo non esista: la sua presenza accanto a Vito Ciancimino è provata da riscontri diversi dalle parole del figlio, infatti le indagini per identificarlo e scoprire chi suggerì a Massimo di non farne il nome proseguono a Palermo e Caltanissetta. 7) L’informazione italiana, perlopiù, fa ribrezzo.

Da Il Fatto Quotidiano del 24/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio3Bravo Renzi (forse)
RenziFinalmente, dopo 20 votazioni a vuoto e quattro mesi di paralisi parlamentare, la Troiketta Napolitano-Renzi-Berlusconi che dal 2011 ha subcommissariato il Paese per conto della Troika d’oltre confine ha capito che non può fare sempre il bello e il cattivo tempo. S’è arresa all’evidenza dei numeri, che han continuato a bocciare i candidati quirinal-nazareni alla Consulta: Violante per il Pd; Catricalà, Indagato Bruno e Caramazza per FI. E, per non coprirsi vieppiù di ridicolo, pare abbia finalmente accettato l’idea – peraltro espressamente prevista dalla Costituzione – di eleggere a giudici costituzionali due giuristi indipendenti. Le gazzette governative esaltano la mossa di Renzi come un colpo di genio che inchioda i 5Stelle. In realtà è la prima bruciante sconfitta del premier e del suo socio pregiudicato che si credevano onnipotenti e invece sono stati costretti dal Parlamento a rinunciare alla pretesa egemonica di mettere (ancor di più) le mani sul Giudice delle Leggi.

Erano stati i 5Stelle, oltre un mese fa, a proporre al Pd di azzerare tutto e convergere su candidati super partes: bastava dar loro retta e si sarebbe risparmiato un mese di vergogna. Se è davvero questa la proposta del Pd, Renzi arriva secondo, non primo. In ogni caso, meglio tardi che mai. Vedremo ora se e come verrà formalizzata, e soprattutto con quale metodo verranno scelti i due “indipendenti”. Se il leader del partito più votato (per un soffio) nel febbraio 2013 vuole davvero concordarli con la seconda forza politica, non può certo sceglierli con la terza e poi chiedere alla seconda di votarli, magari con un tweet. Deve invitare i 5Stelle a un incontro trasparente (con lo streaming o con altri sistemi), in cui ciascuno porti un nome o una rosa di nomi e tutti insieme decidano i più adatti al ruolo. Si tratta di due nomine affidate al Parlamento, dunque è la cosa più naturale di questo mondo che a sceglierle siano le due forze più rappresentative degli elettori. Ma è chiaro a tutti che, seguendo questo schema, il Patto del Nazareno andrà in frantumi e B. finirà nell’angolo, proprio mentre s’avvicina ben altra elezione a Camere riunite: quella del nuovo presidente della Repubblica, visto che l’attuale potrebbe andarsene a fine anno o al massimo il 29 giugno, giorno del suo 90° compleanno. A quel che si sa, Renzi s’è già impegnato a sceglierlo con B. Se non lo scarica, è escluso che possa coinvolgere i 5Stelle: questi hanno molti difetti, ma non quello di prestarsi a inciuci. E, se lo scarica, abbiamo come la sensazione che B. non la prenderebbe bene.   Insomma la partita per la Consulta, se dovesse seguire la via maestra dell’intesa Pd-M5S, avrebbe conseguenze su quella per il Colle. E pure su quella per la legge elettorale. Che, come Renzi ha appena dimostrato stravolgendo l’Italicum con l’idea di dare il premio di maggioranza al primo partito e non alla prima coalizione, non è affatto chiusa. E non si vede perché non si possa ridiscutere anche l’altra pietra miliare del Nazareno: le liste bloccate che, oltre a essere incostituzionali e già bocciate dalla Consulta, impediscono agli elettori di scegliersi i propri rappresentanti. I 5Stelle, tardivamente, s’erano detti disponibili al dialogo e l’avevano avviato in un buon incontro con Renzi. Poi, proprio quando le loro aperture facevano presagire (o temere?) un’intesa, magari sulla via più semplice – quella del ritorno al Mattarellum con il 75% di uninominale e il 25 di proporzionale – avevano trovato dinanzi a sé una sedia vuota. Se ora si riparte daccapo, non ha senso insistere sul porcellesco Italicum anziché fare una legge gradita a tutto il Pd, ai 5Stelle e a Sel, magari anche a Ncd, Lega e FdI, ma soprattutto agli italiani. Se l’offerta di Renzi sulla Consulta è seria, se il metodo è quello giusto e se i 5Stelle non si avvitano in tentazioni autodistruttive, è l’ora di un nuovo Patto del Nazareno fra i due partiti maggiori, cioè senza B. Stavolta limpido e pubblico. E non sulle scelte di governo, che devono lasciare il Pd e il M5S su fronti opposti. Ma sulle regole del gioco. Sempreché Renzi sia libero di dire di no a B. Sempreché non ci sia qualcosa che ancora non sappiamo nel polsino del Caimano.

Da Il Fatto Quotidiano del 23/10/2014.

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vanity_fair_marco_travaglio3Verba votant

ParoleDavvero avvincente questa regressione alla tradizione orale, a prima di Gutenberg, anzi a prima dell’invenzione della scrittura, a prima dei Sumeri e dei caratteri cuneiformi, per giunta spacciata per modernità o postmodernità. Mentre Casaleggio ricorda a giornali e giornalisti che devono morire (mo’ me lo segno), mentre tutti presenziano in gramaglie ai funerali del talk show politico, mentre il pie’ veloce Renzi è già oltre con il selfie a bordo dei labbroni alla pummarola della D’Urso, l’Italia tutta discute per sei giorni di una manovra che non c’è: o meglio, che fino a ieri esisteva solo nelle conferenze stampa, nelle slide, nelle interviste di Renzi & Padoan e nelle “reazioni” di maggioranza ed eventuali opposizioni, nell’“ira delle Regioni” e nel “gelo dei sindacati”. La sua versione scritta è arrivata al Quirinale per la firma solo a metà pomeriggio, e lì s’è scoperto che non era neppure quella buona: anziché quella uscita dal Consiglio dei ministri del 15 ottobre (in forma orale), poi peraltro modificata nei giorni successivi dal Tesoro (sempre in forma orale), era quella entrata nel Cdm medesimo (pure quella orale), addirittura priva delle modifiche apportate in Cdm (sempre oralmente) dai vari membri del governo, e a maggior ragione sprovvista dei ritocchi (anch’essi orali) del Tesoro.

Ragion per cui era sguarnita della “bollinatura” della Ragioneria, antiquata e polverosa istituzione che pretende testi scritti per fare le somme e controllare che i conti tornino. Un po’ come l’Ue, anch’essa tristemente ancorata alla tradizione cartacea. Ora sul Colle si registra una certa “irritazione”, perché il presidente non sa dove e cosa firmerà.   E dire che già venerdì 17, due giorni dopo il Cdm, Napolitano era parso convertirsi alla postmodernità renziana con uno sperticato elogio della manovra che nessuno aveva letto per la semplice ragione che nessuno l’aveva scritta: “Ci sono misure importanti per la crescita, sia direttamente per quel che riguarda le politiche di investimenti, sia indirettamente per quello che riguarda la riduzione della pressione fiscale”. Parole così definitive da far supporre che almeno lui avesse avuto il privilegio di leggere qualcosa. Invece niente: era la versione orale della firma in bianco. Sulla fiducia. Con Renzi basta la parola, anzi il pensiero. L’idea platonica di Manovra, che non richiede fastidiosi e defatiganti passaggi dalla forma alla materia. Del resto, Lui non ha tempo da perdere: mentre i vecchi gufi si attardano nella vana attesa di un testo scritto, il Pie’ Veloce già galoppa nell’iperuranio di nuove Idee: tipo gli 80 euro a chi fa un figlio nel 2015 e poi – come ha scritto Daniela Ranieri – i 160 a chi lo chiama Matteo. Seguiranno la tassa sui single, l’oro alla patria e magari – mi voglio rovinare – la ribonifica delle paludi pontine e la ribattaglia del grano, per chiudere in bellezza con il ripartito unico della Nazione.   Se la tradizione orale la usa il governo, figurarsi le opposizioni che non possono nemmeno far nulla di concreto. Salvini, l’altro Matteo, spaccia a una piazza Duomo gremitissima l’infallibile ricetta della Lega contro gli immigrati: non spiega perché, in 11 anni di governo su 20, la Lega non sia mai riuscita ad applicarla. E tutti i giornali elogiano la sua grande abilità di nuovo leader del centrodestra, sorvolando sulla presenza al suo fianco dei razzisti-fascisti di Casa Pound che inneggiano al Duce. Grillo, sempre nella tradizione orale, prima dice al Circo Massimo “ben vengano i dissidenti”, poi il presentatore ne fa salire quattro sul palco, infine Grillo sul blog ne annuncia l’espulsione (dimenticando di farla votare dalla mitica Rete) perché avrebbero “approfittato del loro ruolo di responsabili della sicurezza per occupare il palco”. Sui giornali il post demenziale finisce mischiato a quello stra-ovvio che chiede l’espulsione dei clandestini e le visite mediche per chiunque arrivi dall’Africa: è esattamente quel che prevedono le leggi italiane ed europee, ma se lo dice uno che non si chiama Matteo (forse perché sguarnito del supporto di Casa Pound) diventa fascismo. È il bello della tradizione orale: verba volant. E votant.

Da Il Fatto Quotidiano del 22/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio3Pantani, ma quale complotto

4 ANNI PRIMA DEL TEST DEL 1999 A MADONNA DI CAMPIGLIO IL “PIRATA” AVEVA EMATOCRITI ABNORMI.

Da quando la Procura di Forlì ha aperto un’inchiesta sul controllo antidoping che, il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, scoprì l’“ematocrito” fuori norma di Marco Pantani e lo squalificò dal Giro d’Italia quand’era maglia rosa e dunque favoritissimo a due tappe dal traguardo finale, è ripartita la rumba del grande complotto contro il Pirata. La stessa rumba che si ripropone periodicamente da quando, il 14 febbraio 2004, il campione del ciclismo tricolore fu trovato morto in uno squallido residence di Rimini per un’overdose da cocaina. Da allora i genitori e i fan non si rassegnano alla triste storia di un atleta che fece carriera barando con il doping – come peraltro gran parte dei suoi colleghi del tempo – passando poi, una volta uscito di scena, alle droghe pesanti. Così evocano mirabolanti congiure ed escogitano fantasiose quanto disperate spiegazioni alternative alla prosaica realtà, spalleggiati da una stampa smemorata e sempre a caccia di notizie sensazionali.
Ora, per carità: il procuratore di Forlì Sergio Sottani, magistrato serio e onesto, fa benissimo a verificare i sospetti di mamma Tonina Belletti e le rivelazioni del bandito Renato Vallanzasca (l’inchiesta è aperta contro ignoti per le ipotesi di reato di associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva e alla truffa). La signora ha raccolto le confidenze di Vittorio Savini, vicesindaco di Cesenatico e capo dei Fan Club del Pirata, il quale ricorda di aver ricevuto, il 6 giugno 1999, la telefonata anonima di un tizio con forte accento meridionale che invitava i tifosi a non fare tanto casino, perché “tanto Marco non sarebbe comunque arrivato a Milano”, traguardo dell’ultima tappa del Giro. Il bel Renè invece racconta che un malavitoso suo compagno di cella nel carcere di Opera gli suggerì di non puntare soldi sulla vittoria del Pirata, perché il racket delle scommesse clandestine gestito dalla camorra avrebbe fatto in modo di levare di mezzo Pantani prima della fine del Giro d’Italia per non uscirne “sbancato”. Dunque – è l’ipotesi al vaglio degli inquirenti – l’esame antidoping a tutela dei corridori del Giro (la famosa campagna del Coni “Io non rischio la salute”, cui aderiva anche la federazione ciclismo Uci, per fermare gli atleti dopati che si giocavano la pelle correndo col sangue ridotto a marmellata) sarebbe stato truccato, con uno scambio o un riscaldamento delle provette, per alzargli l’ematocrito (cioè la percentuale di globuli rossi nel sangue) oltre la soglia massima consentita del 50% (addirittura a 51,9) ed eliminarlo da una gara praticamente già vinta.
Sarà molto difficile dimostrare una congiura così gigantesca, che dovrebbe coinvolgere decine di persone, nessuna delle quali avrebbe aperto bocca per 15 anni. Anche perché i medici che effettuarono quel controllo sono tutti vivi, e sono fior di esperti e professori del ramo: Michelangelo Partenope, ora dirigente di Ematologia dell’ospedale Sant’Anna di Como, e i suoi collaboratori Eugenio Sala e Mario Spinelli. I quali hanno già ricordato alcuni dettagli di quel test: nella stanza del prelievo, all’Hotel Turing di Madonna di Campiglio, c’erano ben 7 testimoni; la fiala fu portata nella camera d’albergo del medico-capo e subito analizzata insieme a quelle del secondo classificato, Paolo Savoldelli, e di altri 8 corridori davanti ad altri 4 testimoni; l’ematocrito di Pantani risultò “fuori norma”, a un livello di 51,8. La macchina fu ri-tarata per un secondo esame: ancora fuori norma. Furono subito convocati Pantani, il direttore sportivo e il medico della sua squadra, la Mercatone Uno. Pantani non andò, il ds e il dottore invece sì: e assistettero ad altri due controlli, sempre con lo stesso esito. Il campione e il materiale analitico furono subito sequestrati dalla Guardia di Finanza che li sottopose a perizia per conto della Procura di Trento: perizia che, al processo, confermò l’assoluta regolarità delle analisi.

Ora l’ex medico della Mercatone, Roberto Rempi, obietta che la sera prima aveva testato l’ematocrito di Pantani, che era risultato di 48 e aggiunge: “Se non fosse stato nei limiti, l’avremmo potuto correggere”. Cioè: Pantani e il suo staff si portavano appresso una sofisticata apparecchiatura per le analisi del sangue detta “centrifuga”, dunque temevano i controlli antidoping: altrimenti perché mai un atleta sano, il cui ematocrito medio – come vedremo – era 45, ben 5 punti sotto la soglia massima consentita dal protocollo Coni e Uci, dovrebbe controllarselo continuamente? Un elemento già emerso – come vedremo – al processo di Forlì, ritenuto dal giudice uno degli elementi più indizianti sull’abitudine di Pantani a doparsi, probabilmente all’insaputa dei sanitari della sua squadra e ricorrendo a medici “esterni”.   In ogni caso, anche nell’eventualità che l’inchiesta accerti un interesse della malavita a penalizzare Pantani al Giro d’Italia del ’99, o addirittura un’alterazione delle provette nel test del 5 giugno di quell’anno, ben difficilmente riuscirebbe a dimostrare che il Pirata era “pulito”. Cioè estraneo al doping. Giornali e tifosi così eccitati dall’inchiesta di Forlì dimenticano che, purtroppo, non fu quella l’unica volta in cui Pantani fu beccato con un ematocrito abnorme che, insieme ad altri valori ematici coerenti, non si spiega se non con un abuso di Ertropoietina (la famigerata Epo) in dosi da cavallo.   L’ANDAMENTO a zigzag del sangue ballerino del Pirata è raccontato per filo e per segno dalle carte dell’inchiesta aperta 15 anni fa dal procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello sul mega-ematocrito riscontrato a Pantani durante il suo ricovero all’ospedale Cto dopo un rovinoso incidente durante la Milano-Torino il 18 ottobre 1995. Il processo si tenne nel 2000 a Forlì, dove la Cassazione aveva trasferito il caso per competenza in quanto il campione risiedeva a Cesenatico. E si concluse in primo grado con la condanna di Pantani a 3 mesi per frode sportiva; e in appello nel 2001 con l’assoluzione, ma non per una diversa valutazione dei fatti (il doping fu confermato), bensì per una diversa interpretazione della legge nata nel 1989 dopo i primi scandali delle scommesse e scritta con i piedi (i giudici ritennero che la frode sportiva fosse imputabile solo ai dirigenti e ai medici che “dopano” l’atleta, e non all’“autodoping” di quest’ultimo, che in Italia è punibile solo dal 2000: dunque, nel 1995, “il fatto non era previsto dalla legge come reato”).   L’indagine e il processo ruotavano attorno alla consulenza tecnica disposta da Guariniello e affidata ai professori Gianmartino Benzi dell’Università di Pavia e Adriana Ceci dell’Università di Genova, due luminari in ematologia nonché consulenti della commissione scientifica antidoping del Coni: un dossier di 58 pagine che ricostruiva minuto per minuto la storia clinica ed ematologica di Pantani. Già nel ’95, quattro anni prima di Madonna di Campiglio, travolto da un’auto mentre correva la Milano-Torino con i colleghi Dall’Oglio e Secchiari e trasportato al Cto del capoluogo piemontese con una gamba fratturata, Pantani aveva   – scrivono i due consulenti – “valori ematologici abnormi”: ematocrito al 60.1%, 20,8 gr. per 100 millilitri di emoglobina, 6.690.000 di globuli rossi per millimetro cubo e ferritinemia (quantità di ferro nel sangue) a 1.500 cioè fuori controllo. Valori“anomali e tutti coerenti fra loro”, giustificabili con “un’unica spiegazione: l’assunzione di sostanze atte a sollecitare l’eritropoiesi”. Vale a dire: eritropoietina, l’ormone vietatissimo agli atleti perché ne altera le prestazioni sportive. Dal dossier, che raccoglie centinaia di documenti fra test ed esami clinici dal 1994 al 1999, per lo più condotti dagli stessi medici di Pantani, confrontati con le statistiche e le medie degli altri corridori italiani, emerge un’autentica “prassi del doping”. Dimostrata anche dai valori ematici contenuti nelle cartelle cliniche di un altro ricovero di poco precedente a quello torinese: il 1° maggio 1995 il Pirata era stato investito da un’auto a Rimini mentre si allenava per il Giro d’Italia e gli fu riscontrato unematocrito del 57%. Poi, quattro anni dopo, il famoso test di Madonna di Campiglio che gli costò l’ultima maglia rosa della sua carriera e ne segnò l’irreversibile declino.   I suoi avvocati, Fernando Santoni e Bruno Guazzaloca, assistiti dall’ematologo bolognese Sante Tura come consulente di parte, spiegarono i suoi clamorosi sbalzi ematici dopo l’incidente alla Milano-Torino con quattro cause “lecite”: 1) le caratteristiche congenite del sangue di Pantani; 2) la sua partecipazione ai Mondiali in Colombia, in altura, dieci giorni prima, l’8 ottobre ’95; 3) la disidratazione dei corridori a fine corsa, cioè al momento dello scontro con l’auto; 4) la scarsa attendibilità degli esami del sangue effettuati al Cto. Ma i consulenti del pm Benzi e Ceci smontarono tutti e quattro i punti. 1) Dal ’94 al ’99 l’ematocrito medio di Pantani era al 45%, solo leggermente più alto di quello medio (44%) degli altri corridori ciclisti, come risulta dai dati ufficiali del Coni e dell’Uci. 2) Dagli studi sui possibili effetti dell’altura, risulta che l’ematocrito può aumentare al massimo di 3 punti, non certo 15, e che gli effetti durano al massimo 4-5 giorni, non 10.   E POI, nell’incidente di cinque mesi prima a Rimini, Pantani aveva già un incredibile 57: senz’aver ancora mai visto la Colombia. Dopodiché saltò il Giro d’Italia e a giugno i suoi medici gli riscontrarono un normalissimo 45. 3) L’effetto-disidratazione è smentito sia dai dati ematochimici (sodio, potassio e calcio nel sangue) di Pantani il giorno del ricovero, sia dagli “ematocriti del tutto normali” degli altri due ciclisti coinvolti nello stesso incidente: 40,3 per Dall’Oglio, 46,1 per Secchiari. 4) I due professori, dopo aver interrogato insieme al pm i medici e gli infermieri del Cto, e aver esaminato i macchinari utilizzati dall’ospedale torinese, conclusero che “prelievi e analisi furono effettuati a regola d’arte”. E comunque il   Cto poteva aver nulla a che fare con gli sbalzi riscontrati prima a Rimini e poi a Campiglio.   La conclusione dei professori Benzi e Ceci era dunque impietosa: anche gli altri valori ematologici, “globuli rossi, emoglobina e ferritinemia, sono assolutamente anomali sia per una persona normale, sia per un atleta di alto livello, sia per lo stesso Pantani” con la sua media di 45%. Anche l’overdose di ferro era un altro “elemento coerente”: la spia di un trattamento ripetuto per compensare gli effetti dell’Epo, che aumenta l’emoglobina, ma necessita di robuste quantità di quella sostanza minerale.   Al processo di Rimini, poi, testimoniò il primario ortopedico del Cto di Torino, professor Massimo Cartasegna. La giudice Luisa Del Bianco gli domandò: “È ipotizzabile che qualcuno abbia somministrato Epo a Pantani a insaputa della struttura ospedaliera?”. E lui rispose: “Sì, anche se mi spiace ammetterlo”. Raccontò che due uomini si erano presentati come medici sociali della squadra di Pantani e giusto, ma gli ordini sono questi. FUORI UNO. Lo sprint l’ha vinto Corini. È il primo allenatore esonerato della Serie A. Il Chievo l’ha scaricato dopo il k.o. di Roma. Al suo posto, Maran. Che, la scorsa stagione a Catania, venne licenziato due volte. Corini, lui, aveva avvicendato Sannino, nel novembre 2013, proprio al Chievo. L’ex isola felice di Luca Campedelli, sempre più isola e semseguirono minuto per minuto la sua degenza. Dopo l’intervento chirurgico alla gamba, il campione evidenziava “problemi di sangue strani”: dopo il super-ematocrito a 60,1 al momento del ricovero e dell’operazione, nei giorni seguenti Pantani iniziò a manifestare una progressiva anemizzazione. Cioè un crollo verticale dei globuli rossi e dunque dell’ematocrito, che il 22 ottobre (al quarto giorno in ospedale) era sceso a 20, e il giorno 25 era precipitato a 16. Il valore era talmente preoccupante che Cartasegna domandò ai due medici sociali se Pantani avesse fatto uso di Epo. I due “tergiversarono, non dissero né sì, né no”.   LA STESSA domanda pose a Pantani. E anche lui “non disse né sì né no”. Il 25 ottobre gli fu praticata una trasfusione di due sacche ematiche e “dal giorno dopo migliorò”. Anche perché “qualcuno”, quasi a compensare una sorta di astinenza da Epo, gliene somministrò una dose di nascosto dai medici del Cto.   Come se tutto ciò non bastasse, nell’estate del 2013 la commissione d’inchiesta del Senato francese sulla lotta al doping ha pubblicato la sua relazione finale, con una rivelazione sconvolgente: molti ciclisti di vari paesi, concorrenti al Tour de France del 1998, fecero uso di Epo. Compresi i primi tre classificati: la maglia gialla Marco Pantani, il tedesco Jan Ullrich e lo statunitense Bobby Julich. Il dato risulta dai “test retroattivi” svolti nel 2004 dai laboratori di Chatenay-Malabry su campioni di sangue prelevati nel 1998. Eppure, diversamente dal caso di Lance Armstrong e di altri ciclisti dopati, Pantani non s’è mai visto cancellare dagli Albi d’Oro né revocare uno solo dei titoli sportivi conquistati negli anni dell’Epo sospettata e accertata: né dalla federazione ciclistica internazionale, né da quella italiana. Forse, anziché inseguire improbabili complotti e impossibili riabilitazioni, varrebbe la pena di seguire il consiglio di Stefano Garzelli, storico gregario del Pirata: “Lasciamo che Marco riposi in pace”.   pre meno felice.   FORMICA. Il Toro di Quagliarella e Amauri ha un punto in meno del Toro di Immobile e Cerci. Ventura ha adeguato gli schemi all’addio dei gemelli. Meno caviale, più noccioline. E Quagliarella. Ha firmato ben quattro dei cinque gol aziendali, tutti preziosi meno uno (a Napoli). Tra gli scalpi, l’Udinese: dura lex sed “l’ex”.   SU E GIÙ. La parabola del Parma ha del romanzesco. A maggio si piazzò sesto, e solo beghe amministrative gli tolsero l’Europa League. Oggi è ultimo. Ha perso anche a Bergamo, su papera di Mirante. Mercato e infortuni ne hanno spolpato la rosa. Cassano non basta, la difesa è la peggiore della Serie A, Donadoni rischia. Eppure resta un signor tecnico (e un tecnico signore).

Da Il Fatto Quotidiano del 21/10/2014.

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