marco-travaglioTutte le stragi portano a Roma
Camera oscuraChi legge il Fatto dal 2009 sa con quanta passione e costanza ci siamo sempre occupati della trattativa Stato-mafia. Non perché siamo dei fissati o “l’organo delle procure”, come scrivono i fessi. Ma perché ce lo impone la nostra linea politica: la Costituzione del 1948. Quella che è stata calpestata – insieme alle tombe dei magistrati, degli agenti di scorta e dei cittadini caduti o feriti a Palermo, Firenze, Milano e Roma fra il 1992 e il ‘93   – da politici traditori e da alti ufficiali felloni. Gentaglia che piangeva ai funerali di Stato e intanto trescava con chi aveva seminato terrore e morte. Fingeva di indagare, e intanto depistava. Fingeva di pretendere tutta la verità, e intanto la nascondeva. La nostra battaglia per informare i cittadini è stata spesso solitaria. Ci siamo beccati querele, cause milionarie per danni, ironie, insulti. Ora che l’audizione del capo dello Stato ha costretto la grande stampa a occuparsi della trattativa col giusto risalto, ci toccano pure le lezioncine dei tuttologi del nulla, i quali ci spiegano che dai, su, in fondo si sapeva tutto, non c’è nessuna novità, siamo uomini di mondo, abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo. La verità, cari professorini, è che non si sapeva un cazzo. O meglio, sapevamo molte cose noi che le cercavamo e le scrivevamo, ma i cosiddetti servitori dello Stato facevano carriera a botte di “non so” e “non ricordo”, almeno finché qualche mafioso (Brusca, Spatuzza, Mutolo) o figlio di mafioso (il famigerato Massimo Ciancimino) non svelava altarini che li obbligavano a ricordare.

Ciancimino dice che il padre Vito pretese “garanzie politiche” prima di trattare con Riina per conto del Ros: non solo dal ministro Mancino, ma anche dall’opposizione tramite Violante. A quel punto Violante si batte una mano sulla fronte inutilmente spaziosa e corre a Palermo a rivelare, con appena 17 anni di ritardo, che nell’estate ‘92 venne da lui Mori a proporgli un incontro top secret con don Vito. E lui, presidente dell’Antimafia, non pensò d’informare i magistrati. Però, del fatto che Ciancimino voleva parlare, avvertì il presidente della Camera Napolitano. Ma questo Violante s’era scordato di dirlo, e pure Napolitano, almeno finché i pm non gliel’han chiesto martedì, nella testimonianza “inutile”. Inutile perché “si sapeva già tutto”. Anche che le stragi del ‘93 erano opera dei corleonesi per ricattare lo Stato sul 41-bis. Peccato che nessuno l’avesse detto, anzi: il Cesis creò un tavolo fra tutte le forze di polizia e di intelligence per partorire un’informativa che ipotizzava, oltre alla pista corleonese, quelle dei poteri occulti, dei palestinesi, dei serbi e dei narcos. Mancavano solo i venusiani. Guardacaso tre mesi dopo il ministro Conso levò il 41-bis non ai detenuti serbi, o palestinesi, o narcotrafficanti, o venusiani: ma a 334 mafiosi. Il Sismi intanto aveva scoperto che il ricatto mafioso passava anche per due progetti di attentato ai presidenti delle Camere, Napolitano e Spadolini, già avvisati dalle bombe contro due basiliche che portavano i loro nomi (San Giorgio e San Giovanni). Scorte rafforzate, misure di sicurezza eccezionali, allarme e riunioni in Parlamento, al Viminale, alla Difesa, ai servizi. Tutti sapevano, dai, su. Però ai pm di Palermo che da anni si spaccano la testa per indagare su quel ricatto allo Stato, nessuno era andato a raccontare nulla. Né Mancino, allora ministro dell’Interno, né il Sismi, né lo stesso Napolitano. Manco una telefonata. Han dovuto scoprirlo da soli, il rapporto del Sismi, ben nascosto in un fascicolo archiviato a Firenze, e andarselo a prendere il 15 ottobre, vigilia della visita al Colle. A quel punto Napolitano s’è battuto una mano sulla fronte inutilmente spaziosa e ha risposto che sì, ora gli tornano alla mente l’allarme di attentato, la visita di Parisi, la scorta rafforzata e tutto il cucuzzaro. D’altronde mica è Pico della Mirandola: di progetti di attentato lui ne subisce due o tre al giorno, non è che possa ricordarseli tutti. E poi, nel giro dei politici, queste cose si dicevano. Ma è meglio che le sappiano solo i politici, che quanto a omertà sono molto più affidabili e impenetrabili dei mafiosi. I magistrati e i cittadini, invece, sono sempre gli ultimi a sapere. Come i cornuti.

Da Il Fatto Quotidiano del 31/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress,com

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vanity_fair_marco_travaglio3Tutte le lingue del Presidente

Niente da fare, è più forte di loro. Per i corazzieri la lingua è il secondo muscolo involontario: si rizza e scatta da solo, col pilota automatico, e non c’è verso di sedarlo. Un po’ come il braccio teso del dottor Stranamore. Non è bastato il fatto che l’altroieri Giorgio Napolitano abbia risposto per oltre tre ore a una sessantina di domande di magistrati e avvocati nel processo sulla trattativa Stato-mafia, andando ben oltre la striminzita letterina con cui credeva di cavarsela e dimostrando che quelle domande era giusto farle e che di cose interessanti da dire ne aveva parecchie. Non volendo ammettere il ceffone che han preso dall’amato Monarca non appena è riuscito a liberarsi di loro, le cozze appiccicate al suo scoglio fanno di tutto per nascondere ai loro eventuali lettori la parte utile della sua testimonianza: quella in cui, primo esponente delle istituzioni del 1992-’93 a farlo, Napolitano ha rivelato che Scalfaro, Ciampi, Spadolini e lui erano perfettamente consci della matrice corleonese e del movente ricattatorio delle stragi: lo Stato che di lì a poco cominciò a calarsi le brache con la revoca del 41-bis a 334 mafiosi detenuti era sotto ricatto e sapeva benissimo di esserlo.

Chi reputa la testimonianza inutile in quanto “lo sanno tutti che le stragi servivano a quello” non sa cos’è un processo: a parte il fatto che l’ex ministro Conso (indagato per falsa testimonianza) e altri politici ripetono che l’allentamento del 41-bis non fu conseguenza delle stragi perché non se ne conosceva una matrice certa (e Napolitano, come i documenti del Sismi, della Dia e dello Sco, lo smentisce), i processi non si fanno con i “lo sanno tutti”. Se un fatto non viene messo nero su bianco da un testimone del tempo, non esiste. Il dolo, cioè l’intenzione di favorire la mafia nel disegno destabilizzante e ricattatorio contro lo Stato addebitata agli imputati istituzionali (Mannino, Dell’Utri, Mori, Subranni, De Donno), presuppone proprio la consapevolezza sul chi e sul perché di quel progetto. Perciò la testimonianza di Napolitano sull’estate ’93 è ritenuta preziosa dai pm.   Tutt’altra faccenda è il caso D’Ambrosio: lì non si sa se augurarsi che Napolitano abbia detto la verità o abbia mentito. Se ha detto la verità, ne consegue che la lettera del suo collaboratore sugli “indicibili accordi”, parole che lui stesso ora riconosce “drammatiche”, lo lasciò indifferente, infatti non gliene chiese conto nei 40 giorni che precedettero la sua morte per infarto. Se ha mentito, e invece gliene chiese conto ma ha preferito non dirlo ai giudici, ne guadagna la sua personale ansia di verità, ma non la sua sincerità. Nel primo caso sarebbe un ignavo, nel secondo un falso testimone, e francamente non si sa cosa sia peggio. Ma su questo dilemma la stampa corazziera sorvola, al punto di manipolare le parole del presidente (con l’eccezione, una volta tanto, di Repubblica e Corriere, dove i cronisti prevalgono per un giorno sugli aiutanti di campo). Libero: “Re Giorgio smonta la trattativa e pure i magistrati”, “Due righe per una verità: non ci fu alcun accordo”. Il Tempo: “Napolitano fa saltare la trattativa”. Avvenire: “Il limpido stile di Napolitano: ‘Accordi? Mai’”. Manifesto: “Mafia: ‘Nessuna trattativa, ma lo Stato era ricattato’”. Ora, anche nella più scalcinata scuola di giornalismo, lo studente che facesse un titolo così su quanto è accaduto al Quirinale verrebbe cacciato e consigliato di dedicarsi all’agricoltura. Napolitano non ha mai detto “nessuna trattativa”, “nessun accordo”: ma che lui non ne venne a conoscenza, e solo nel 1992-’93. Dal 1996, quando Giovanni Brusca svelò la trattativa Stato-mafia ai giudici di Firenze, subito confermato da Mori e De Donno (che parlano di “trattativa” tout court con Ciancimino, senza l’aggettivo “presunta”), tutti sanno. A maggior ragione Napolitano, all’epoca ministro dell’Interno. Quanto agli “accordi”, per giunta “indicibili”, glieli mise nero su bianco nel 2012 D’Ambrosio. Quindi, con buona pace dei tre quarti della stampa italiana, Napolitano non ha smentito né smontato un bel niente. Anzi, tutto il contrario.

C i sono poi le genuflessioni dei paggetti e giullari di corte, che gabellano il suo atto normale e doveroso – testimoniare come ogni buon cittadino – per un estremo sacrificio, fra l’eroismo e il martirio. Matteo Orfini, presidente del Pd, dice che “dobbiamo ringraziare Napolitano per l’altissimo senso dello Stato di cui anche oggi ha dato prova. Il suo attaccamento alle istituzioni democratiche e al Paese si riflette pienamente nella decisione di rendere testimonianza spontanea. Ma aver voluto accostare la più alta carica dello Stato a una fase oscura della vita del nostro Paese è fonte di grande disagio e lascia sinceramente interdetti”. Qualcuno, magari in un’altra vita, riuscirà a spiegare al pover’uomo che non c’è nulla di spontaneo nella testimonianza: Napolitano è stato citato dai pm e convocato dalla Corte. Ma soprattutto nessuno l’ha “accostato” ad alcuna “fase oscura”: a parte lui stesso, che si è autoaccostato rispondendo alle richieste indecenti di Mancino e poi divulgando la lettera di D’Ambrosio. Del resto, se uno assiste per strada a un omicidio ed è chiamato a testimoniare al processo, nessuno dirà che lo si vuole accostare all’assassino. Altre lingue felpate riportano con grande enfasi il monito di Napolitano: “Trascrivere e divulgare subito il verbale”. Oh bella, sta’ a vedere che è colpa dei giornalisti, se il Colle ha tenuto la stampa fuori della porta. Bastava consentire il collegamento audio, e le sue parole le conoscerebbero già tutti.   IL GIORNALE, come sempre, vive in un mondo tutto suo. Dopo averla sempre negata, beatifica la trattativa e chi la fece (“Quella zona grigia dove lo Stato scarica i suoi eroi”, cioè i carabinieri felloni che trescavano con Cosa Nostra). Poi si duole del fatto che Napolitano abbia ricevuto i giudici, anziché trincerarsi nelle segrete del Quirinale dietro sacchi di sabbia e cavalli di frisia. Così ha subìto una “umiliazione” che segna la sua “triste fine”: testimoniare davanti ai giudici è come riconoscere politicamente le Brigate rosse. È il mondo alla rovescia di padron Silvio, che paragonò i magistrati alle Br e alla banda della Uno Bianca, poi accusò il giudice spagnolo Baltasar Garzón di essere “colluso con il pool di Milano”.   Il meglio comunque lo danno i commentatori un tanto al chilo, che non hanno mai letto una carta del processo, ma se la tirano da grandi esperti.   Stefano Folli, sul Sòla-24ore, sostiene che “non è riuscita la prova di forza anti-Quirinale” e si lagna perché Napolitano ha “finto di ignorare il carattere pretestuoso dell’interrogatorio, quasi uno “show” mediatico volto a risollevare un processo il cui impianto accusatorio sembra zoppicante”. Di quale show vada cianciando, non è dato sapere, visto che nessuno ha visto né sentito nulla. Fortuna – osserva Folli in trasferta su Marte – che la Corte “ha evitato il rischio che la testimonianza diventasse occasione per qualche strumentalizzazione a favore di telecamera”. Quali telecamere non si sa, visto che erano tutte in strada, a meno che Folli non voglia far credere che è stata la Corte a ostracizzare la stampa: invece la Corte l’aveva ammessa e il Colle l’ha esclusa. Per Folli, comunque, “della testimonianza si poteva fare tranquillamente a meno”. Poveretto, dev’essersi spettinato un po’. Ma ora, prevede, “il teorema verrà smontato un pezzo alla volta” e lui potrà fare la nanna tranquillo.   Sul Messaggero, il giurista per caso Stefano Cappellini non ha dubbi: “L’udienza è stata inutile e dannosa: il suo unico effetto concreto è aver permesso all’avvocato di Riina di fare passerella al Quirinale” (ma tu pensa, ora nei processi fanno entrare persino gli avvocati, dove andremo a finire). Per il resto, se trattativa c’è stata, bisognerebbe processare chi l’ha fatta su “ipotesi di reato chiare, non essendo ancora il reato di trattativa compreso nel Codice penale”. Infatti gli imputati rispondono del reato chiarissimo di “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”, art. 338 del Codice penale. Ma tutto questo Cappellini non lo sa, infatti scrive. Antonella Rampino della Stampa è molto contenta per non aver potuto assistere all’udienza, evitando così “il Grande Circo” (chissà qual era il suo numero). Ed è molto offesa, al posto dell’amato Sovrano, perché il pm Di Matteo l’ha chiamato “il teste”,senza aggiungere Augusto,o Magnifico. Michele Brambilla ci spiega invece che il processo si basa sul “nulla”, quindi se lo dice lui siamo tutti più tranquilli. Purtroppo resta “il fango lasciato sulle istituzioni”. Da chi? Dal Ros che trattò con la mafia, non perquisì il covo di Riina, fece scappare Santapaola e Provenzano? Dai servitori dello Stato che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino e depistarono per vent’anni le indagini? Dai governi che si calarono le brache? No, da “una campagna dissennata”,indovinate di chi.Così ora la stampa estera parla del nostro presidente che testimonia su fatti di mafia, subornati dalla “disinformatia messa in scena qui da noi in Italia”. Con grave nocumento per il Tricolore. Già, perché non è stata la Corte d’assise a convocare Napolitano: è stata la nostra “campagna mediatica” a “portare alla deposizione del Quirinale”. Cioè: Napolitano l’ha fatto testimoniare il Fatto Quotidiano. Peccato sia una balla. Però, dài, sarebbe fantastico.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio1Fortuna che era inutile
La Triade dello Stato sapeva del ricatto: poi il governo sbracò
NAPOLITANO RICORDA LE CONSULTAZIONI CON SCALFARO E SPADOLINI SULLA PISTA CORLEONESE E IL MOVENTE DI ”AUT AUT” ALLE ISTITUZIONI. MA I SERVIZI DEPISTAVANO.
Chissà che cosa scriverà, ora, chi aveva teorizzato che la testimonianza di Napolitano era inutile, superflua, un pretestuoso accanimento dei pm di Palermo a caccia di vendette per il conflitto di attribuzioni, un pretesto per “mascariare” il presidente della Repubblica agli occhi degli italiani e del mondo intero, per trascinarlo nel fango della trattativa Stato-mafia, per spettacolarizzare mediaticamente un processo già morto in partenza sul piano del diritto, naturalmente per violare le sue prerogative autoimmunitarie, e altre scemenze. Quel che è accaduto ieri nella vecchia Sala Oscura del Quirinale è la smentita più plateale e, per certi versi, sorprendente di tutti gli inutili (quelli sì) fiumi d’inchiostro versati per un anno e mezzo da corazzieri, paggi e palafrenieri di complemento che, con l’aria di difendere Giorgio Napolitano, hanno guastato forse irrimediabilmente la sua immagine pubblica, spingendolo a trincerarsi dietro segreti immotivati, privilegi inesistenti, regole riscritte ad (suam) personam e spandendo tutt’intorno a lui una spessa e buia cortina fumogena che ha indotto molti cittadini a sospettare.

Quando ieri, finalmente, il capo dello Stato s’è trovato di fronte ai giudici e ai giurati della Corte d’Assise, ai quattro pm e ai legali degli imputati (mafiosi, carabinieri e politici) e delle parti civili, è stato lui stesso a dissipare – per quanto possibile – tutto quel fumo. Facendo la cosa più normale: rispondere alle domande dicendo la verità, come ogni testimone che si rispetti. E, finalmente libero dai cattivi consiglieri, ha preso atto che la ricerca della verità è il solo movente che anima i giudici e i pm di questo processo: nessuno vuole incastrare o screditare nessuno, tutti vogliono sapere cos’accadde fra il 1992 e il 1993, mentre Cosa Nostra attaccava il cuore dello Stato e pezzi dello Stato la aiutavano a ricattarlo, scendendo a patti e firmando cambiali in bianco. Insomma, ha detto la verità. E così, consapevolmente o meno, ha fornito un assist insperato alla Procura di Palermo.   L’aut aut. Ripercorrendo i suoi ricordi e anche i suoi appunti di ex presidente della Camera, Napolitano ha fornito un contributo che forse nemmeno i magistrati si aspettavano così nitido e prezioso, confermando in pieno l’ipotesi accusatoria alla base del processo: che, cioè, i vertici dello Stato sapessero benissimo chi e perché metteva le bombe. Per porre le istituzioni dinanzi a quello che Napolitano ha definito un “aut aut”: o lo Stato allentava la pressione e la repressione antimafia, cominciando dall’alleggerimento del 41-bis, oppure si consegnava alla strategia destabilizzante di Cosa Nostra, che avrebbe seguitato ad alzare il tiro dello stragismo per rovesciare l’ordine costituzionale. I fatti – all’epoca sconosciuti a Napolitano, ma persino al premier Carlo Azeglio Ciampi – ci dicono che fra il giugno e il novembre del 1993 quell’allentamento ci fu: prima – all’indomani della bomba in via Fauro a Roma e della strage in via dei Georgofili a Firenze – con la rimozione al vertice delle carceri del “duro” Nicolò Amato, rimpiazzato con il “molle” Adalberto Capriotti e col suo vice operativo Francesco Di Maggio; poi – in seguito all’eccidio di via Palestro a Milano e alle bombe alle basiliche romane di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (Giorgio come il presidente della Camera Napolitano, Giovanni come Spadolini presidente del Senato) – con la revoca del 41-bis a centinaia di mafiosi. Il risultato, in simultanea con gli ultimi preparativi per la nascita di Forza Italia (da un’idea di Marcello Dell’Utri) e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, fu la fine delle stragi. O meglio, la loro sospensione sine die, per dare a chi aveva chiuso la trattativa il tempo e il modo di pagare le cambiali. “Violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”, cioè al governo, anzi ai governi italiani: questa è l’accusa formulata dalla Procura (e confermata dal Gup) agli imputati di mafia e di Stato. Un’accusa che la lunga testimonianza di Napolitano sull’“aut aut” mafioso – tutt’altro che inutile, anzi fra le più utili fin qui raccolte – ha clamorosamente rafforzato.

La lettera. Il contributo meno interessante Napolitano l’ha fornito a proposito di un passo della lettera di dimissioni che gli inviò il 18 giugno 2012 il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, nel pieno delle polemiche per le sue telefonate con Nicola Mancino: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere…”. Napolitano sostiene che D’Ambrosio non gli disse nulla, anche se riconosce che poi nel libro della Falcone quegli episodi non li raccontò. Ha trovato anche la lettera dattiloscritta che il consigliere inviò alla Falcone, ma assicura ai pm che il testo è identico a quello poi pubblicato. “… (episodi) che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi – di cui ho detto anche ad altri…”. Quell’“anche ad altri” fa pensare, per la seconda volta, che ne abbia parlato anche con Napolitano. Il quale però nega. “…quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Il presidente riconosce che si tratta di frasi “drammatiche”. Perché allora non ne chiese conto al suo collaboratore dopo averle lette? La risposta è evasiva: quando, l’indomani, parlò con D’Ambrosio, lo fece soltanto per convincerlo a ritirare le dimissioni e non affrontò con lui il tema degli “indicibili accordi”. Ora, visto che D’Ambrosio è morto e gli “altri” destinatari delle sue confidenze sono ignoti, il giallo rimane insoluto.   Il 1992. Anche sul 1992 – quando inizia l’attacco ricattatorio di Cosa Nostra allo Stato dopo la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso, con il delitto Lima, la strage di Capaci, l’inizio della trattativa del Ros con Vito Ciancimino (intermediario prima con Riina poi con Provenzano), la mattanza di via D’Amelio, l’accantonamento di Ciancimino e le trame di Provenzano per consegnare Riina ai carabinieri – Napolitano ha poco da dire. Se non che ricorda bene come, alla Camera da lui presieduta, il decreto Scotti-Martelli sul 41-bis, varato il 6 giugno subito dopo Capaci, si arenò e occorse l’omicidio di Borsellino perché il Parlamento lo convertisse in legge il 1° agosto. E che, stranamente, il neopresidente dell’Antimafia Luciano Violante, suo compagno di partito, rivelò anche a lui che Ciancimino voleva esser convocato e sentito in commissione (cosa che Violante promise di fare, e poi misteriosamente non fece mai). Per la verità, a raccomandare don Vito per un incontro a tu per tu con Violante, era stato proprio il colonnello Mario Mori, ma questo il compagno Luciano non lo disse al compagno Giorgio. Perché il presidente dell’Antimafia avvertì proprio il presidente della Camera di quella richiesta di Ciancimino? Napolitano non sa spiegarselo.   Il 1993. Dopo la cattura pilotata di Riina, Cosa Nostra si rifà sotto a suon di bombe per costringere lo Stato a piegarsi. Roma e Firenze a maggio. Poi Milano e di nuovo Roma nella notte fra il 27 e il 28 luglio. Il presidente ricorda che subito, fin dal 29 luglio, “la Triade” Scalfaro-Spadolini-Napolitano, cioè i massimi vertici dello Stato che condividevano tutte le conoscenze (mutuate dall’intelligence e dalle forze investigative) su quel che stava accadendo, erano certi che anche quelle stragi avevano una matrice mafiosa (“corleonese”, specifica il presidente) e un movente ricattatorio, estorsivo. Napolitano ricorda di averne parlato col presidente Scalfaro e forse, ma non lo ricorda con precisione, col premier Ciampi. Il quale, dopo il black out dei centralini di Palazzo Chigi nella notte delle bombe, dirà di aver temuto un colpo di Stato e tirerà in ballo la P2. Non solo Cosa Nostra voleva ricattare lo Stato: ma i massimi esponenti dello Stato si sentivano sotto ricatto di Cosa Nostra. Napolitano ricorda una imprecisata “pubblicistica” che già all’epoca avrebbe riferito di due correnti divergenti fra i corleonesi: l’ala guerrafondaia e un’ala più morbida (quella di Provenzano). In realtà nessuno allora scrisse mai nulla del genere: lo disse il ministro dell’Interno Mancino, nel dicembre ’92, poco prima della cattura di Riina, in un’incredibile intervista al Giornale di Sicilia. Poi si giustificò con i pm sostenendo di averlo saputo da Pino Arlacchi, consulente della Dia. Ma l’allora capo della Dia, Gianni De Gennaro, ha smentito: in quei mesi riiniani e provenzaniani risultavano una cosa sola, anzi si pensava che Provenzano fosse addirittura morto. Solo chi trattava con Ciancimino, e dunque con Provenzano, sapeva che quest’ultimo era vivo e si era smarcato dall’ala stragista. Ma su questi fatti Napolitano non ha nulla di utile da riferire.   Tutti sapevano. In una nota del Sismi appena scoperta e depositata dai pm, datata 29 luglio ’93 (il giorno dopo le stragi di Milano e Roma), si legge: “Tra il 16 ed il 20 agosto ci sarà un attentato che non sarà portato a monumenti o a teatri, ma a persone. A livello grosso. Una strage. Poi si faranno ad uno grosso (inteso in senso di personalità politica). Spadolini e Napolitano, uno vale l’altro. Gli autori sono sempre i soliti: quelli là (riferito ai corleonesi?) d’accordo coi grossi (riferito ai politici) e coi massoni”. Parole che fanno scopa con quelle pronunciate ieri da Napolitano, che fra l’altro ha ricordato il rafforzamento delle misure di sicurezza sulla sua persona proprio in quei giorni. Perché è così importante, per la pubblica accusa, la testimonianza del presidente sulla matrice corleonese e sulla finalità ricattatoria delle stragi dell’estate ’93 come consapevolezza comune e unitaria fin da subito presso i massimi vertici dello Stato? 1) Perché, della “triade”, Napolitano è l’unico superstite: Scalfaro e Spadolini sono morti, e così l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi, uomo-chiave di quella stagione, anche per il suo filo diretto con Scalfaro. 2) Perché nessun altro uomo delle istituzioni di allora è mai stato così chiaro ed esplicito sul livello di consapevolezza dei rappresentanti dello Stato sul significato dell’offensiva stragista di Cosa Nostra: una lunga sfilza di politici smemorati e/o reticenti.   3) Perché, se già il 29 luglio ’93 si sapeva che le bombe in via Palestro e contro le basiliche erano roba di mafia per piegare lo Stato, non si comprende quel che accadde subito dopo.   Piste e depistaggi. Il 6 agosto ’93, attorno a un tavolo del Cesis (il comitato che coordinava i servizi segreti militare e civile), si riunirono i capi dell’intelligence, ma anche il capo della Polizia Parisi, il capo della Dia De Gennaro, il vicecomandante del Ros Mori e il vicecapo e uomo forte del Dap Francesco Di Maggio. E se ne uscirono con una fumosa relazione, sulle bombe della settimana precedente, piena di piste fasulle al limite del depistaggio: oltre all’eventuale matrice mafiosa, ipotizzarono quella del terrorismo serbo, o palestinese, o del narcotraffico internazionale. Del resto, se gli apparati e i servizi avessero davvero avuto dubbi sulla pista mafiosa per strappare allo Stato un cedimento sul 41-bis, cioè sul trattamento dei boss detenuti, perché mai invitare a quel tavolo un estraneo come il vicecapo delle carceri Di Maggio? Fin da giugno, il suo superiore Capriotti aveva scritto al ministro Conso sollecitando un taglio lineare dei 41-bis per “dare un segnale di distensione nelle carceri”. E proprio per accelerarlo Cosa Nostra aveva seminato morte e terrore in quella primavera-estate. Infatti appena quattro giorno dopo il vertice al Cesis, il 10 agosto, De Gennaro firmò un rapporto della Dia, destinato a Mancino e a Violante, che metteva nero su bianco la pista mafioso-trattativista delle bombe e invitava il governo a non cedere sul 41-bis: “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale… del 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”. Un modo per smarcarsi dal fumoso e depistante rapporto del Cesis, che pure lo stesso De Gennaro aveva siglato? Un mese dopo, 11 settembre, lo Sco della Polizia, guidato da Antonio Manganelli, fu ancora più esplicito, usando per la prima volta il termine “trattativa” in una nota inviata all’Antimafia di Violante: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con loStato per la soluzione dei principali problemi che affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’… Creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”. Più chiaro di così…   Lo sbraco. Anche questo allarme, come i precedenti, viene ignorato sia da Mancino sia da Violante. E il 5 novembre il ministro Conso non rinnova il 41-bis in scadenza a 334 mafiosi detenuti, contro il parere negativo della Procura di Palermo. Ma in ossequio alla sollecitazione che gli veniva dal nuovo capo del Dap fin da giugno. Per negare l’evidente cedimento al ricatto mafioso, Conso s’è trincerato dietro il rapporto del Cesis che ipotizzava matrici diverse da quella di Cosa Nostra per le stragi dell’estate. Ma, oltre ai rapporti Dia e Sco, a smentirlo ora c’è anche la parola di Napolitano: i vertici dello Stato sapevano fin da subito che era stata Cosa Nostra per ricattarlo. E lo Stato sbracò.

Da Il Fatto Quotidiano del 29/10/2014. marco travaglio va triskel182.wordpress.com

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marco-travaglioAl cittadino non far sapere

L’altro giorno anche i giornali italiani hanno celebrato Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post scomparso a 93 anni che era entrato nella storia del giornalismo e della politica pubblicando i Pentagon Papers sulla sporca guerra in Vietnam e poi l’inchiesta di Bernstein & Woodward che scoperchiò lo scandalo Watergate e abbatté il presidente Nixon, sempre in barba alla ragion di Stato e in nome della ragion di cronaca. Sono gli stessi giornali che da due anni tacciono su uno scandalo che fa impallidire il Watergate e riguarda non la Casa Bianca, ma il Quirinale a proposito della trattativa fra lo Stato e la mafia. Hanno nascosto il ruolo di Giorgio Napolitano nelle manovre del consigliere D’Ambrosio per sottrarre l’inchiesta alla Procura di Palermo. Hanno ribaltato la verità, trasformando i pm da vittime in aggressori del Colle.

Hanno chiesto a gran voce la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino, onde evitare il rischio di inciampare in una notizia e di doverla pubblicare. Hanno sorvolato sulla vergogna di uno Stato che, tramite i suoi massimi rappresentanti, non ha mai solidarizzato con i pm condannati a morte da Riina, depistati e minacciati con pizzini e strane visite in case e uffici da uomini di servizi e apparati (deviati, si fa per dire). Si sono arrampicati sugli specchi per sostenere l’insostenibile esclusione degli imputati dall’udienza al Quirinale per la testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise, ai pm e ai legali degli imputati. E ora non dicono una parola sull’ultima vergogna: il divieto di accesso e di ascolto in quell’udienza imposto dal Quirinale alla stampa (cioè ai cittadini).   Solo il Corriere e solo ieri è intervenuto per chiedere che i giornalisti possano assistere alla scena, mai accaduta prima, di un capo dello Stato italiano sentito come teste in un processo di mafia. Una richiesta di trasparenza condivisibile, ma supportata da motivazioni assurde: “conviene alla massima istituzione del Paese” per evitare “interpretazioni strumentali, illazioni fuorvianti, inquinamenti della realtà, suggeriti da una campagna culminata nella morte per infarto di D’Ambrosio e in una sfida tra poteri… in grado di ledere il prestigio e l’autorevolezza del supremo organo costituzionale”. Cioè: la stampa dev’essere presente non per informare i cittadini di ciò che dirà o non dirà il Presidente sulla pagina più nera della storia recente, ma per salvargli la faccia dalla “spettacolarizzazione del processo” (che peraltro, per legge, sarebbe pubblico), da “letture manipolate e virali” dei “professionisti della controinformazione a caccia di scandali, a costo di inventarli”. Come se ci fosse bisogno di inventarli, gli scandali. Come se la stampa più serva del mondo (in fondo alle classifiche della libertà d’informazione) si divertisse a mettere in cattiva luce il Presidente (ma quando mai). Come se il compito dei giornali fosse di surrogare l’ufficio stampa del Colle.   Naturalmente il Corriere ce l’ha col Fatto, che ha il brutto vizio di scrivere quello che gli altri occultano e financo “accostare la testimonianza del presidente perfino al caso Clinton-Lewinsky”. Già: il paragone è azzardato. Infatti Clinton doveva rispondere dei suoi rapporti orali con una stagista, non degli “indicibili accordi” fra Stato e mafia (orali e scritti in un papello) che il suo consigliere afferma di aver confidato a Napolitano. Il video dell’interrogatorio di Clinton dinanzi al procuratore Starr fece il giro del mondo, su tutte le tv e i siti Internet, e qualche miliardo di persone poté farsi un’idea della sincerità del presidente Usa da ogni smorfia e piega del suo volto. Invece la deposizione di Napolitano non la vedrà nessuno, perché non sarà neppure filmata. Far notare questo sconcio, per il Corriere, è roba da “quarto potere che gioca sul vittimismo” e “deraglia dalle regole base della deontologia”. Chissà come avrebbe reagito il vecchio Ben Bradlee se i nostri maestrini di deontologia gli avessero spiegato il giornalismo come manutenzione al monumento equestre di un presidente.

Da Il Fatto Quotidiano del 28/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio3MA MI FACCIA IL PIACERE
TotoÈ solo l’inizio. “Renzi: ‘Troppe bugie su Napolitano’” ( repubblica.it  , 26-10). E non ha ancora sentito le sue.   Paesi suoi. “Basta tessere, ormai siamo il partito del paese” (Giorgio Tonini, Pd, La   Stampa,   23-10).   Nel senso   di Pontassieve o Rignano sull’Arno?   Villa Arzilla/1. “Napolitano contro i   ‘vecchi assetti di potere’” (Corriere della sera, 24-10). Pussa via, brutti vecchiacci zozzi!   Villa Arzilla/2. “Basta zavorre, è ora di crescere” (Giorgio Napolitano, La Stampa, 24-10). Io per esempio faccio del mio meglio: sto per compiere 90 anni.   Di Meglio in peggio. “Processo escort, Vanessa Di Meglio: ‘Ma con Silvio ci furono soltanto delle effusioni, non ci fu sesso” (la Repubblica, 24-10). Non sapevo che Silvio fosse maggiorenne.   Di corsa. “Di Pietro corre a Milano? Magari anch’io” (Stefania Craxi, Corriere della sera, 20-10). Dal padre che scappa alla figlia che corre. Solitudini. “Tronchetti Pro-vera vuol provare in aula che De Benedetti è un fallito” (Nicola Porro, il Giornale, 23-10).

Cerca compagnia? Captatio benevolentiae. “Consulta. A caccia dei voti di Grillo. Spunta il nome di Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, benvoluta dal Cavaliere” (La Stampa, 24-10). È per ingolosire i grillini.   La rosa. “Consulta, anche Forza Italia per le donne” (Corriere della sera, 24-10). Peccato che Dudù sia maschio.   Prima lecco, poi leggo. “Mi pare che nella legge di stabilità ci siano misure rilevanti per la crescita. Mi auguro che questo sia riconosciuto” (Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, 17-10). “Adesso il testo della legge di Stabilità sarà oggetto di un attento esame, essendo per sua natura un provvedimento molto complesso” (Napolitano, 22-10). La prima volta se l’era sognato la notte.   Il negoziante. “Non parlerà più di valori non negoziabili” (cardinale Camillo Ruini, Corriere della sera, 22-10). Anche perchè poi mi scappa la voglia di negoziare.   La lista. “Premio alla lista, Berlusconi prende tempo” (La Stampa, 23-10). Deve ancora capire quale lista.

Blocca-Genova. “A Genova non sono andato per non fare la passerella. Mi è preso un senso di rispetto per questa gente e chi è andato lì cercando di fare campagna elettorale ha sbagliato e alla fine è stato contestato. Vado a Genova quando son partiti i lavori e non le chiacchiere” (Matteo Renzi, Pomeriggio5, 19-10). “Sì allo Sblocca-Italia, dimezzati i fondi per Genova” (Corriere della sera, 24-10). Se no poi dicono che il governo a Genova fa campagna elettorale.   Allarme rosso. “Due le proposte arrivate finora e tutte e due da un ex magistrato, Stefano Dambruoso (Sc), esperto di terrorismo islamico, che oggi ricopre il delicato incarico di questore di Montecitorio. L’ex magistrato propone di rafforzare i controlli attorno al Palazzo e di predisporre corsi sulla sicurezza per i commessi ora pronti a fronteggiare risse tra deputati in Aula” (il Giornale, 25-10). Saggia precauzione: pare che alla Camera si aggiri un questore che mena le deputate dei 5Stelle.   Tempismo. “Consulta: ‘Le vittime del nazismo potranno chiedere risarcimenti’” (la Repubblica, 23-10). Tanto sono quasi tutte morte.   Dica trentatrè. “M5S, parte la fronda dei   33. Ma è pronta la repressione” (la Repubblica, 23-10). Grillo li terrà fermi tutti insieme e Casaleggio li decapiterà personalmente.   Caso strano. “Lo strano caso del pensionato che non ha mai lavorato” (La Stampa, 21-10). La stranezza sta nel fatto che è un minatore e non un politico.   Causa-effetto/1. “L’origine della crisi è Mani Pulite: troppe norme uccidono l’impresa” (Giorgio Oldoini, Libero, 22-10). Giusto, è scandaloso che non si possa nemmeno rubare in pace.   Causa-effetto/2. “L’autoriciclaggio è figlio del giustizialismo” (Francesco Forte, il Giornale, 12-10). Giusto, è scandaloso che quando uno ruba non possa nemmeno riciclarsi la refurtiva in santa pace.   Leggi estremiste. “Un estremista come Grillo che vuole cacciare i clandestini” (Massimo Gramellini, La Stampa, 21-20). “Grillo: ‘Via i clandestini’. Una non meglio precisata soluzione finale in stile di Grillo, uno che ha abituato i suoi alle improvvise strambate, ai cambi di segno e di senso politico che impone al M5S. Solo che sul tema della migrazione c’è già una corposa giurisprudenza interna al Movimento che il diarca genovese, in tre righe, ha stravolto” (Francesco Maesano, La Stampa, 21-10). “Com’è noto la base di M5S non condivide affatto le idee xenofobe di Grillo sui clandestini… con toni che avranno commosso il vecchio Borghezio” (Marco Imarisio, Corriere, 21-10). “Grillo cavalca l’onda della destra” (Corrado Augias, la Repubblica, 23-10). Ma alla Stampa, al Corriere e a Repubblica sono informati che l’espulsione dei clandestini è prevista non dalle strambate dello xenofobo Grillo, ma da tutte le leggi degli ultimi trent’anni in Italia e in Europa?

Da Il Fatto Quotidiano del 27/10/2014 marco travaglio  via triskel182.wordpress.com

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