scalfariLe nuove povertà che bussano alla nostra porta

IL TEMA che oggi desidero trattare è quello quanto mai attuale della povertà. C’è sempre stata da che esiste il mondo, ma oggi la società globale nella quale viviamo l’ha reso diverso da precedenti epoche ed è appunto questa diversità che dev’essere approfondita. Prima però, come talvolta accade in questo nostro appuntamento domenicale, dedicherò una premessa alla lettera che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha indirizzato ieri al direttore del nostro giornale. Non spetta a me rispondergli ma una breve considerazione personale ritengo debba esser fatta.

Quella lettera mi è piaciuta. Spiega che la sua è una politica di sinistra e lo spiega con dovizia di persuasivi argomenti. Sostiene che la sinistra va cambiata per essere adeguata al mondo moderno ma mantenendo fermi i suoi principi che riassume identificandoli con la difesa dei deboli e degli esclusi. Afferma anche che il Pd non è un suo partito personale e che hanno torto quelli che dicono che lui comanda da solo. Questo lo avevo scritto io domenica scorsa e lui se ne era già pubblicamente risentito. Mi spiace rispondere che io continuo ad esserne convinto, come sono convinto che non basta sostenere d’essere per il cambiamento perché si può cambiar bene ma anche cambiar male. A parte queste due osservazioni critiche confermo che la sua lettera mi è piaciuta e ne condivido il contenuto. Purtroppo però essa corrisponde assai poco alla realtà che il nostro Paese sta vivendo e che la politica del governo non è ancora riuscita a modificare. Renzi fa annunci ai quali finora non sono seguiti fatti. Il solo intervento concreto è stato il bonus degli 80 euro, dieci miliardi purtroppo buttati al vento che graveranno sul bilancio dello Stato fino al 2016 e forse oltre. Avrebbe dovuto utilizzarli per creare nuova domanda e nuova offerta di investimenti. Per il resto nulla abbiamo visto finora. Ora il confronto si sposta in Europa. Molti auguri, caro Matteo, a te e a tutti noi, sperando di non uscirne con le ossa rotte ma anzi con un netto miglioramento delle nostre condizioni.

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Che cos’è la povertà e come si può combattere? Esistono molte ricette, per giudicare la povertà bisogna rivisitare il passato. Papa Francesco ne ha parlato infinite volte e proprio in questi giorni ne ha parlato ancora. Cito una sua frase che risponde con molta chiarezza alla domanda che ho qui posta: “Che cos’è la povertà? Di questo solitamente si tace, si sottolineano molto i soldi che mancano per creare lavoro, per investire in conoscenza, in formazione, per progettare un nuovo welfare e per salvaguardare l’ambiente. È giusto, ma il vero problema non sono i soldi che da soli non creano sviluppo. La loro mancanza è diventata una scusa per non sentire il grido dei poveri e la sofferenza di chi ha perso la dignità di portare a casa il pane perché ha perso il lavoro. Il rischio è che l’indifferenza ci renda ciechi, sordi e muti, presenti solo a noi stessi con lo specchio davanti. Uomini e donne chiusi in se stessi. C’era qualcuno così che si chiamava Narciso. Quella strada no. Noi siamo chiamati ad andare oltre, il che vuol dire allargare, non restringere, creare nuovi spazi e non limitarsi al loro controllo. Andare oltre significa liberare il bene e goderne i frutti”.  Così papa Francesco e “L’Osservatore Romano” che pubblica interamente il suo messaggio e lo intitola appunto “La trappola di Narciso”. Aggiungo a questa del Papa un’altra citazione che traggo da una poesia d’amore di Pablo Neruda. S’intitola “La povertà” e alcuni versi, rivolti alla donna amata, suonano così: “Amore, non amiamo / come vogliono i ricchi / la miseria. Noi / la estirperemo come dente maligno / che finora ha morso il cuore dell’uomo”. “Se non puoi pagare l’affitto / esci al lavoro con passo orgoglioso / e pensa, amore, che ti sto guardando / e uniti siamo la maggior ricchezza / che mai s’è riunita sulla terra”. La “caritas” verso il prossimo di Francesco e l’amore verso la sua donna di Neruda: due modi entrambi fondati sull’amore come unica soluzione per sfuggire la miseria e fare dei poveri e degli esclusi il primo obiettivo della nostra vita.

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Le civiltà antiche avevano come fondamento la schiavitù e questa situazione durò molto a lungo, quasi fino ai tempi moderni cambiando di nome ma restando nella sua essenza sempre presente in gran parte del mondo. Ci furono i servi della gleba, le “anime morte” e i poveri. I ceti dirigenti e possidenti consideravano la povertà come una sorta di schiavitù. I poveri non potevano esprimersi e partecipare alla vita pubblica e alle istituzioni che la guidano. Erano tutt’al più carne da cannone quando c’erano le guerre. I poveri in guerra mettevano a servizio delle classi dirigenti tutta la violenza repressa che gli covava dentro. Ad un certo momento però nacque in alcune zone del mondo la libertà o meglio il diritto di libertà. Quel diritto reclamava, tra le tante altre cose, la lotta contro la povertà poiché la sua presenza avrebbe di fatto limitato ai ceti abbienti la capacità d’esser liberi. Le persone con scarsi redditi sono giuridicamente libere ma non hanno la capacità di esserlo. Se guardiamo, tanto per fare un esempio, all’Egitto di oggi e agli altri Paesi della costiera meridionale del Mediterraneo ci rendiamo conto di che cosa sono state le cosiddette primavere arabe: il tentativo d’una gioventù povera che voleva uscire dalla povertà e conquistare i diritti di libertà che in teoria erano legalmente riconosciuti. Ebbero successo all’inizio, ma poi sono naufragate una dopo l’altra quando la plebe dei poveri è stata chiamata all’appello dal ceto dominante ed ha respinto obbedendo alla consueta e inevitabile servitù. I poveri insomma sono la palla al piede della democrazia. Lo erano nel mondo antico e lo sono ancora oggi.

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La società globale però, in cui da almeno trent’anni viviamo con l’affermarsi delle nuove tecnologie, ha introdotto alcune notevoli differenze la prima delle quali è l’emergere di nuovi Stati poveri verso un benessere prima sconosciuto e contemporaneamente l’aumento della miseria in zone del mondo già povere. Le diseguaglianze si sono accresciute in misura sconvolgente. Questa situazione ha portato le migrazioni ad un livello mai conosciuto prima. Da quando l’uomo è apparso sulla terra il fenomeno delle migrazioni è sempre stato presente e dominante, ma riguardava comunità relativamente piccole. Ora siamo otto miliardi di persone e continueremo ad aumentare secondo tutte le previsioni, ma le enormi diseguaglianze hanno reso le migrazioni un fenomeno che già ora e sempre più in futuro diventerà dominante. Centinaia di milioni di persone vorranno trasferirsi da Paesi in preda alla miseria ed alla barbarie vera e propria verso luoghi più ricchi e più pacifici. L’Europa in particolare è destinata a diventare un paese meticcio, cioè una mescolanza di etnie che in parte già c’è ma il livello del meticciato è destinato a crescere in misura esponenziale. Siamo già entrati in una fase in cui le migrazioni di massa non saranno affatto pacifiche ma scateneranno scontri violenti ed anche mutamenti politici rilevanti. In Italia, in Francia e in altri Paesi d’Europa queste reazioni sono già in atto ma destinate a crescere. Metteranno in discussione la moneta unica e faranno risorgere i nazionalismi come reazione all’ideale dell’unità europea. Spesso questi mutamenti politici non vengono connessi con l’immigrazione ed è invece proprio quella la loro motivazione profonda. L’antidoto non è quello di abolire la diseguaglianza, che entro certi limiti è perfino un elemento di stimolo della produttività del sistema, ma di contenerla entro limiti accettabili. E qui entra in gioco, tra i vari fattori, anche quello religioso come elemento di ulteriore scontro tra le etnie migratorie da un lato e come elemento potenzialmente positivo di fraternità dall’altro. Papa Francesco predica la fraternità tra le religioni perché Dio è ecumenico ed è lo stesso per tutti, non è cristiano, non è musulmano, non è asiatico: è Dio per tutti. “Noi cattolici  –  ha detto più volte  –  parliamo tutte le lingue del mondo, cioè cerchiamo di capire gli altri e di amarli perché questo è il solo modo di amare Dio. Si chiama “agape””. Ecco, “l’agape” è uno dei modi per sconfiggere la povertà e render pacifiche le migrazioni di massa. Concludo con i versi di Neruda dalla poesia che abbiamo già citato: “Ahi, non vuoi, / ti spaventa / la povertà, / non vuoi / andare con scarpe rotte al mercato / e tornare col vecchio vestito (…) se la povertà scaccia / le tue scarpe dorate, / che non scacci il tuo sorriso che è il pane della mia vita”. È questo che tutti vogliamo.

di EUGENIO SCALFARI da repubblica.it

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travaglio_lettera_santoroL’estate del 1993, tra bombe e trattative

Colpo di Stato continuo Quando anche Mancino sospettava degli 007
LA STRANA ESTATE DEL 1993: LE BOMBE A ROMA E MILANO, IL BLACK OUT AI TELEFONI DI PALAZZO CHIGI E LA GRANDE PAURA DEL PRESIDENTE CIAMPI. IL GUARDASIGILLI CONSO CHIEDE SUL “CORRIERE” LA CHIUSURA DI SAN VITTORE E REGINA COELI PASSANO SOLO TRE MESI E FIRMA LA LIBERAZIONE DAL 41 BIS DI 334 BOSS MAFIOSI.
Nell’estate del 1993, una settimana dopo le bombe mafiose a Milano e Roma (cinque morti e decine di feriti), mentre il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il premier Carlo Azeglio Ciampi, i presidenti della Camera Giorgio Napolitano e del Senato Giovanni Spadolini parlavano fra loro del piano destabilizzante di Cosa Nostra per spazzare via il 41-bis approvato dal Parlamento appena undici mesi prima dopo via d’Amelio e temevano un colpo di Stato, il ministro dell’Interno Nicola Mancino ipotizzava trame eversive di pezzi dei vecchi servizi segreti e il ministro della Giustizia Giovanni Conso non trovava di meglio che annunciare pubblicamente la chiusura della carceri di San Vittore e Regina Coeli: guardacaso proprio quelle delle due città appena colpite dalla furia stragista di Cosa Nostra. Tre mesi dopo, Conso avrebbe “liberato” dal 41-bis ben 334 mafiosi detenuti.   È quanto emerge dalla lettura dei giornali di quei giorni. Una lettura molto interessante, perché smentisce platealmente tutte le sciocchezze che si dicono e si scrivono da tre settimane a questa parte, cioè dal giorno (28 ottobre 2014) della deposizione di Giorgio Napolitano davanti alla Corte d’Assise di Palermo al processo sulla trattativa Stato-mafia.

Secondo i commenti politico-giornalistici dominanti, la testimonianza sarebbe stata “inutile”, perché il presidente della Repubblica avrebbe ripetuto soltanto “cose vecchie e risapute”, già “tutte sui giornali dell’epoca”. Ma non è vero niente: che i massimi vertici delle istituzioni fossero a conoscenza della matrice “corleonese” come certa e univoca per le stragi dell’estate ’93 e del movente “eversivo” e “ricattatorio” per “alleggerire il carcere duro ai mafiosi”, è una novità assoluta; e che sapessero di un progetto di attentato per eliminare i presidenti delle due Camere, Napolitano e Giovanni Spadolini, è una notizia assolutamente inedita, che il capo dello Stato ha confermato solo quando il pm Nino Di Matteo gli ha rinfrescato la memoria, dopo aver a sua volta scoperto a metà ottobre in un fascicolo archiviato a Firenze il rapporto del Sismi datato 28 luglio 1993 che lo svelava.   Sillogismo Mancino. All’indomani della testimonianza del presidente, l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino (imputato al processo sulla Trattativa per falsa testimonianza) ha dichiarato al Corriere della sera e a Repubblica: “Se Napolitano non ha saputo niente della trattativa, se non ne hanno saputo niente i presidenti Ciampi e Scalfaro, perché avrei dovuto conoscerla io che non avevo alcuna competenza funzionale sulla questione del carcere duro?”. Ma il sillogismo non regge: il 10 agosto 1993 a firma della Dia (coordinamento interforze degli organi di polizia nella lotta alla mafia) di Gianni De Gennaro e l’11 settembre ’93 a firma dello Sco (Servizio centrale operativo della Polizia) di Antonio Manganelli, Mancino e l’allora presidente dell’Antimafia Luciano Violante furono avvertiti che Cosa Nostra stava mettendo a ferro e a fuoco l’Italia per “cercare una sorta di trattativa con lo Stato sulle questioni che più affliggono Cosa Nostra: il carcerario e il pentitismo”, e che dunque non bisognava cedere di un millimetro sul 41-bis. Che cosa fecero di quegli allarmi? Nulla di nulla. Mancino, poi, era il responsabile politico della Polizia, della Dia, dei servizi segreti e del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica: dunque aveva tutti gli strumenti per sapere quel che accadeva nelle carceri, ed è altamente improbabile che il 5 novembre ’93 gli sia sfuggita la transumanza di 334 mafiosi dal carcere duro al carcere molle. In ogni caso il paragone fra il ministro dell’Interno e i presidenti delle Camere, del Consiglio e della Repubblica non regge.

Mancino racconta che quella del 27 luglio 1993 – con le bombe in via Palestro a Milano e alle basiliche di San Giorgio al Velabro a Roma, ma anche con il black out del centralino di Palazzo Chigi che isolò per quasi tre ore il premier Ciampi – fu “una notte terribile, ma non avemmo alcun sospetto di infedeltà all’interno delle istituzioni, tanto che per quelle nostre verifiche così delicate ci affidammo senza alcuna riserva alle forze che avevamo a disposizione, nell’ambito delle polizie e degli apparati di sicurezza”. Ma la lettura dei giornali di quei giorni convulsi racconta una storia tutt’affatto diversa. Prendiamo, per comodità e autorevolezza, il Corriere della sera, il quotidiano più diffuso in Italia, allora diretto da Paolo Mieli.   QUEI FILI TAGLIATI. Nel 2010, nel suo libro di memorie scritto alla fine del suo settennato presidenziale, 17 anni dopo quei fatti, Carlo Azeglio Ciampi ricorda che il black out nella notte delle bombe, fra il 27 e il 28 luglio 1993, gli fece temere un “colpo di Stato”. E “colpo di Stato” è anche l’espressione usata da Napolitano, in quei giorni in costante contratto con il resto della “triade istituzionale”, formata da Scalfaro, Spadolini e lui. A svelare per prima il black out è, proprio sul Corriere, la giornalista Maria Antonietta Calabrò il 5 agosto 1993. Titolo di prima pagina: “Palazzo Chigi, il giallo del black out”: quella notte – scrive la Calabrò – “per ben due ore e mezzo Palazzo Chigi è rimasto isolato telefonicamente. La rete Sip che collega il centralino della sede del governo alla più vasta rete urbana, nazionale e internazionale, in passato controllata dal Sismi, è rimasta muta. E così pure tutti i numeri interni che uniscono fra loro, come si dice in gergo, punto-punto, i vari uffici. Funzionava solo la linea diretta con la batteria del Viminale, che è il centralino del governo gestito dal ministero dell’Interno”. Infatti il premier Ciampi, che era al mare a Santa Severa e si precipitò subito a Roma, e i suoi più stretti collaboratori, “per comunicare e dare le prime direttive sul da farsi, hanno dovuto utilizzare un telefonino cellulare privato”. La giornalista è molto informata, da fonti dettagliate e di primissima mano, tant’è che rivela la prima scoperta delle indagini in corso da parte dei servizi segreti: “Il ‘guasto’ non è dipeso dalla centralina interna al Palazzo. Il black out ‘proveniva’ dall’esterno”. Ed è stato questo episodio a indurre Ciampi a cambiare la sua agenda e a partecipare, il 2 agosto a Bologna, alla commemorazione della strage della stazione, facendo espliciti riferimenti alla loggia P2. Ma anche a “far cadere la sua scure sui servizi segreti”, rimuovendo da capo del Sisde – il servizio segreto civile di pertinenza del Viminale – prefetto Angelo Finocchiaro; e sollecitando una rapida riforma dei servizi, come se non se ne fidasse per nulla e volesse riprenderne il controllo troppo a lungo delegato al Viminale.   LE TRAME DEGLI SPIONI. Lo stesso giorno il Corriere pubblica un’ampia intervista al ministro Mancino, che si dice tutt’altro che fiducioso – diversamente da oggi – sulla lealtà del mondo dei servizi. Il titolo parla da sé: “Ex agenti dei servizi segreti tramano contro lo Stato”. Le parole esatte sono queste: “La Falange Armata (la sigla che ha rivendicato tutte le stragi e anche altri episodi criminali in quei mesi, ndr) merita maggiore attenzione. Non escluderei l’ipotesi di strutture autonome che si sono realizzate, sotto questa sigla, grazie all’apporto di uomini che in passato hanno fatto parte dei servizi segreti… Quanto ai servizi, non posso rispondere di eventuali deviazioni che risalgono a un periodo in cui ero un semplice parlamentare”. Poi parla di “infiltrazioni massoniche” fra “pochi uomini delle forze dell’ordine”. Infine minimizza il black out a Palazzo Chigi: “Potrebbe essersi trattato di un black out tecnico, ma prima di esprimermi in via definitiva attendo l’esito di questa indagine. Io comunque non ho mai parlato di golpe”. E manifesta un certo fastidio per il governo tecnico di Ciampi, di cui lui è praticamente l’unico ministro politico sopravvissuto: i giornali scrivono che Ciampi s’è ripreso il controllo sui servizi segreti e lui non gradisce: “L’attuale normativa riconduce in ogni caso, con o senza delega, la responsabilità dell’attività dei servizi al presidente del Consiglio. Quindi cosa si sia ripreso non si capisce”. Anzi “ci potrebbe essere una strategia diretta a colpire la parte del governo non ancora ‘tecnicizzata”, mentre “non è immaginabile che il Paese possa essere governato solo dai tecnici”. Oggi Mancino assicura che fu lui per primo, in quell’estate, a puntare il dito sull’unica matrice possibile delle bombe: quella del ricatto mafioso. Ma in quell’intervista, accanto alla pista mafiosa, ipotizzava fumosi “collegamenti interni e internazionali”. Interni con “forze occulte non ancora scoperte, ad esempio le deviazioni della massoneria” e con “quell’area, non facilmente definibile, che congloba forze che di fronte alla crisi del sistema tentano di occupare spazi politici. Internazionali legati ai “flussi finanziari sporchi”.   PISTE E DEPISTAGGI. Lo stesso guazzabuglio di piste che uscirà proprio l’indomani, il 6 agosto, da un vertice convocato al Cesis (il comitato che coordinava Sisde e Sismi) con i capi dell’intelligence, ma anche il capo della Polizia Parisi, il capo della Dia De Gennaro, il vicecomandante del Ros Mori e il vicecapo e uomo forte del Dap Francesco Di Maggio: una confusa relazione sulle bombe della settimana precedente, piena di indicazioni fasulle – alternative a quella mafiosa – al limite del depistaggio come quelle del terrorismo serbo o palestinese e del narcotraffico internazionale. Piste talmente assurde da indurre quattro giorni dopo la Dia (e un mese dopo lo Sco) a prenderne le distanze con una nota sulla mafia che vuole trattare sul 41-bis. Per ancor maggiore chiarezza, il 13 agosto De Gennaro si fa intervistare dal Tg2 e dice cose – sulla tridimensionalità della strategia stragista di Cosa Nostra & C. – che vent’anni dopo, sentito nell’inchiesta Trattativa, sembrerà aver in gran parte dimenticato: “L’ipotesi che questa strategia del terrore sia stata messa in atto dalla mafia è l’unica, allo stato, che trova dei riscontri indiziari o probatori”, anche se “non è un fatto nuovo che la mafia possa associarsi con altri diversi centri di potere e anche con centri di potere occulti. Noi pensiamo che la mafia, e soprattutto la sua parte siciliana non sia soltanto costituita da una sorta di forte e organizzatissimo apparato militare. Ci sono anche delle menti all’interno dell’organizzazione mafiosa”. E ancora, sul 41-bis: “La sicurezza della pena, le modalità detentive, l’isolamento dei mafiosi all’interno del carcere ci hanno consentito di indebolire profondamente l’organizzazione criminale”.   Eppure ancora il 27 agosto il Corriere, citando fonti investigative impegnate sulle stragi di Firenze, Milano e Roma, allinea accanto alla pista mafiosa una serie di piste alternative a quella prettamente mafiosa: “Gli investigatori della Dia ritengono che dietro alla nuova strategia del terrore ci sarebbero i boss di Cosa Nostra. Lo dicono alcuni pentiti, che parlano di un piano della mafia suddiviso in tre fasi: la prima, quella attuale, con autobombe che dovrebbero esplodere senza far vittime; poi dovrebbe essere la volta di attentati contro caserme di polizia e carabinieri; infine una vera e propria colombizzazione, con il rischio di stragi per distogliere l’ attenzione delle inchieste dagli interessi illeciti. I recenti attentati sarebbero stati affidati a frange esterne. A Milano potrebbero essere entrati in azione gruppi di slavi che, grazie ai loro contatti con serbi e croati, non hanno difficoltà a procurarsi l’esplosivo”. C’è addirittura l’identikit ancora segreto di una misteriosa “ragazza bionda, sui 27 anni, alta e magra”, segnalata in via Palestro da “due ragazzi sorpresi la sera stessa dalla polizia mentre fumavano hashish”: “in auto a poche decine di metri dal Pac (il padiglione di arte contemporanea, ndr), e avrebbero visto la presunta terrorista verso le 22.30”. Inutile dire che negli anni successivi nessun killer mafioso pentito, ricostruendo quegli attentati, parlerà di una donna sui luoghi delle bombe. Insomma: fra piste slave, serbe o croate, è come se pezzi di intelligence non si rassegnassero a puntare il mirino direttamente su Cosa Nostra.   LA GUERRA CIAMPI-MANCINO. Ma l’impressione che si trae leggendo il Corriere di quei giorni è anche un’altra: quella di una sorda guerra fra Palazzo Chigi (dove siede Ciampi, il supertecnico, sganciato dal vecchio sistema di potere) e il Vi-minale (dove troneggia l’ennesimo ministro dell’Interno democristiano, orgoglioso della sua appartenenza al vecchio sistema politico e insofferente verso i tecnici). Come se Ciampi e le fonti a lui vicine che hanno informato il Corriere sul black out sospettassero una manovra dei servizi del Vi-minale di aver tentato di ostruire il canale di comunicazione autonomo del capo del governo per obbligarlo a passare per la “batteria”, cioè per il centralino controllato dai vertici della Polizia e del Sisde.   Sempre il 5 agosto il Corriere dà conto di un vertice al Palazzo di giustizia di Milano presieduto dal procuratore nazionale antimafia Bruno Siclari per fare il punto delle indagini sulla strage di via Palestro. E sorprendentemente Siclari sembra collegare l’attentato più alle indagini milanesi su Tangentopoli che alle esigenze di Cosa Nostra: “Non è da trascurare – afferma – l’ipotesi del coinvolgimento di una certa finanza spregiudicata. La mafia non dovrebbe avere raffinatezze come quella di andare a colpire chiese o monumenti di valore storico, tuttavia è presumibile che possa fornire il suo contributo di manovalanza in termini di uomini. E non c’è soltanto la mafia, ci sono l’affarismo internazionale e le frange della P2 che continuano a svolgere la loro attività con schegge dei servizi segreti”. Anche lui, insomma, sembra sapere molto più di quel che dice, infatti punta il dito sulla Falange armata, che “rivendica tutto a posteriori e per ora è qualcosa che sfugge”.   IL CONTROLLORE OCCULTO. Il 6 agosto il Corriere “apre” con questo titolone: “Blackout, ancora mistero. Saverio Vertone, nel commento, si domanda “che cosa voleva” chi ha “tagliato i fili a Palazzo Chigi proprio la notte delle bombe a Roma e a Milano”. Risposta: “Mandare un messaggio a Ciampi, fargli capire che c’è un potere più potente del potere, uno Stato più Stato dello Stato, un’autorità più forte dell’autorità, insomma qualcosa che può togliere la spina al governo quando e come vuole? Questa ipotesi è più plausibile… Esiste da qualche parte un Controllore occulto, in grado di dosare e correggere il corso e il ritmo del mutamento”. Cioè “della cosiddetta rivoluzione italiana” innescata da Mani Pulite con le ultime scoperte su Tangentopoli, che con la maxitangente Enimont hanno appena portato alla sbarra tutti i leader dei partiti di governo. Intanto la Sip fa sapere che “la rete telefonica era perfettamente funzionante, il problema era interno a Palazzo Chigi”. La Presidenza del Consiglio conferma ufficialmente il black out, durato 2 ore e 40 minuti, dalle 00,22 alle 3,02 del 28 luglio: cioè è iniziato un’ora e 7 minuti dopo l’esplosione in via Palestro (alle 23,15) e un quarto d’ora dopo quelle di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (rispettivamente alle 00,04 e alle 00.08). Il guasto avrebbe colpito due computer che assicurano l’autorigenerazione automatica del sistema, rendendo impossibile per quel lungo periodo le operazioni manuali di riattivazione, che di solito permettono il ritorno del sistema all’operatività in pochissimo tempo. Sempre più improbabile il guasto tecnico, anche perché di solito la rete “crolla” quando c’è un sovraccarico di chiamate: cioè in pieno giorno, non certo la notte. La Calabrò fa poi notare un particolare che avvalora le tensioni fortissime fra Presidenza del Consiglio e Viminale: “Solo le linee passanti da centralino – tanto più se si tratta di centrali complesse dotate di standard di affidabilità richiesti dalle procedure e dai codici della Nato per gli organi di governo – sono relativamente sicure e al riparo da possibili intercettazioni”. Qualcuno voleva costringere Ciampi a usare, proprio in quelle ore cruciali, apparecchi o linee intercettate? Gian Antonio Stella riferisce di un “acceso dibattito alla Camera”, anche perché “Mancino si rifiuta di riferire in aula”.   NESSUN GOLPE, PAROLA DI PARISI. Il 7 agosto il Corriere titola a tutta prima pagina: “Parisi dà le dimissioni, respinte”. La guerra fra Palazzo Chigi e Viminale è sempre più accesa, tant’è che – come informa Stefano Folli – “Scalfaro si affanna a ricucire tra Ciampi e i ministri politici”. Ciampi sale al Quirinale, lì raggiunto più tardi da Mancino e dal capogruppo socialista Fabio Fabbri. Poi riceve a colazione a Palazzo Chigi i presidenti dei due rami del Parlamento, Napolitano e Spadolini. La Dc difende Mancino a spada tratta e minaccia sfracelli sul governo se dovesse saltare. Dunque, scrive Folli, “Ciampi non può liberarsi di Mancino e neanche di Parisi”. Già, il capo della Polizia, fedelissimo del presidente Scalfaro: il 6 agosto ha rivelato di aver offerto il 3 agosto le dimissioni a Mancino, e fa pubblicare la sua lettera, in cui garantisce per “la piena affidabilità delle forze dell’ordine, garanzia piena per il sistema di libertà vigente, sicuro baluardo contro tentazioni d’ogni genere o prevaricazioni illiberali da chiunque praticate”. Una risposta alle mosse di Ciampi, frutto di timori su infedeltà istituzionali, ma anche alle parole di Mancino sugli ex 007 che potrebbero tramare contro lo Stato. Intervistato dalla Calabrò, Parisi spiega di aver voluto soltanto “chiedere una valutazione sul mio operato” e verificare che su di lui “l’atto di fiducia di Mancino fosse condiviso da tutto il governo”. Cioè anche dal fronte ciampiano, tecnico, dell’esecutivo, che invece preme per una forte azione di discontinuità. Respinta: Ciampi deve abbozzare e accontentarsi della testa del capo del Sisde Finocchiaro. Grazie anche al pressing di Scalfaro, al quale Parisi esterna tutta la sua “riconoscenza”. Poi assicura di avere “la certezza matematica che di golpe in Italia non ce ne potranno essere” perché le forze armate “sono a modello di una società integralmente e direi irreversibilmente democratica. Non di meno bisogna essere vigilanti non contro il pericolo del golpe, ma di atti destabilizzanti che possano incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”. E così, di punto in bianco, il capo della polizia sente il bisogno di rassicurare – con un’excusatio non petita – che le forze armate, quelle di Polizia e dell’ordine e quelle d’intelligence non faranno un golpe: la riprova che, nei vorticosi colloqui ai vertici delle istituzioni, di questo si sta parlando espressamente in quei giorni drammatici, ed evidentemente più d’uno ai massimi livelli delle istituzioni diffida della lealtà degli apparati di sicurezza. Le diffidenze provengono dall’area tecnica che fa capo a Ciampi, e anche dalle opposizioni di sinistra: infatti Mancino, nell’intervista al Corriere di due giorni prima, ha tenuto a precisare che “io comunque non ho mai parlato di golpe”. Altra excusatio non petita, fatta perché suocera intenda. Lo scambio dei messaggi in codice ai vertici dello Stato prosegue, con i giornali a fare da postini più o meno inconsapevoli.   LA MAFIA UCCIDE, CHIUDIAMO LE GALERE. L’8 agosto è domenica e sulla prima pagina del Corriere appare un titolo di taglio basso, a sinistra: “Conso dice basta: chiudere San Vittore e Regina Coeli”. L’articoletto, anonimo, riferisce che il guardasigilli, in visita al carcere di Volterra (Pisa) per uno spettacolo teatrale allestito da un gruppo di detenuti, ha parlato del sovraffollamento carcerario e della vetustà di alcuni penitenziari: “Le strutture esistenti sono fatiscenti, inadeguate, Regina Coeli e San Vittore continuano a essere al centro di polemiche legate alle condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti. Ma il governo, ha detto Conso, si sta muovendo”, anche assicurando “misure alternative più ampie” alla detenzione. È una notizia clamorosa, che meriterebbe ben altro spazio e collocazione: il ministro della Giustizia, mentre i boss e i parenti dei carcerati mafiosi continuano a inviare lettere e messaggi più o meno trasversali allo Stato contro il 41-bis e l’isolamento dei detenuti, vuole chiudere le carceri più grandi, popolose e famose di Milano e di Roma appena dieci giorni dopo la strage di Milano e le bombe di Roma. Che cosa salta in mente al guardasigilli di dare un simile segnale di cedimento a così breve distanza dalle ultime mattanze? Eppure la notizia è tutta lì, in poche righe sulla prima pagina del Corriere, senza rimandi ad alcun servizio più ampio nelle pagine interne e non suscitano la benché minima reazione politica. Somiglia molto a quei messaggi in codice dei servizi segreti, camuffati da inserzioni nelle pagine degli annunci commerciali. È come se il doppio avvertimento della notte del 27 luglio, a suon di bombe e di black out, fosse giunto immediatamente a destinazione e fosse stato recepito dal ministro che ha la responsabilità della politica carceraria e anche dei decreti di 41-bis.   IL GOLPE BIANCO, ANZI INVISIBILE. Nessuno in quei giorni, fuori dal Palazzo, può ancora sapere ciò che scopriranno 18 anni dopo i pm di Palermo: e cioè che il nuovo capo della Direzione amministrazione penitenziaria Adalberto Capriotti, imposto il 4 giugno da Scalfaro, Parisi e Conso al posto del troppo “rigoroso” Niccolò Amato (bersaglio di varie lettere di boss detenuti e di loro parenti che lo considerano un boia e un torturatore per la sua linea dura sul 41-bis), il 26 giugno – un mese dopo la strage di via dei Georgofili a Firenze   – ha scritto proprio a Conso un appunto con tre proposte operative: un taglio lineare del 10 per cento dei 41-bis; la riduzione della loro durata da un anno a soli sei mesi; il mancato rinnovo del carcere duro a 373 boss detenuti. Il tutto – ha messo nero su bianco – per dare “un segnale positivo di distensione” nelle carceri. Il 7 agosto Conso lancia un primo segnale di distensione, annunciando la chiusura di San Vittore e Regina Coeli. Poi il 5 novembre, di nascosto, seguirà l’amorevole consiglio di Capriotti, non rinnovando il 41-bis a 334 mafiosi detenuti, infischiandosene del parere contrario della Procura di Palermo. Salvo poi, si capisce, negare – come Napolitano e Mancino, come tutti – qualsiasi trattativa, e financo qualunque cedimento dello Stato al ricatto di Cosa Nostra. E spalancare la strada a B., che proprio in quei giorni sta dando gli ultimi ritocchi a Forza Italia in vista delle elezioni anticipate del marzo ’94, amorevolmente assistito dall’amico (suo e di Cosa Nostra) Marcello Dell’Utri (in stretto contatto con il boss Vittorio Mangano). Il perfetto Gattopardo incaricato di fingere di cambiare tutto per non cambiare nulla e bloccare ogni vagito di possibile rinnovamento.   Saverio Vertone l’aveva scritto, profeticamente, sul Corriere del 6 agosto: “La cosiddetta soluzione politica (su Tangentopoli, ndr) non dev’essere confusa con un’inchiesta dimezzata; che invece può essere proprio un obiettivo dei misteriosi segnali inviati al governo attraverso la temporanea sospensione dei suoi telefoni. L’altro possibile obiettivo è ancora più preoccupante, e ricorda la favola di Barbablù. Il quale proibiva a ogni nuova moglie di aprire la stanza dove conservava i segreti delle precedenti. Di golpe in Italia si parla ormai da trent’anni, senza che se ne sia mai visto uno. Ma non è escluso che un golpe ci sia stato: lungo, interminabile e non percepito. E che si sia ridotto il sentiero tortuoso nel quale ci ha costretti a procedere la mano invisibile che ancora vorrebbe guidarci”.

Da Il Fatto Quotidiano del 23/11/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio3Fondata sulla prescrizione

Siccome non tutte le prescrizioni vengono per nuocere, è molto divertente (si fa per dire) vedere giornali, tg, talk show e politici dare addosso al patron dell’Eternit salvato in Cassazione con la solita prescrizione. Da destra a sinistra lo dipingono tutti (e giustamente) come un colpevole che l’ha fatta franca (solo Repubblica è riuscita a titolare “Nessun colpevole”, come se la sentenza non affermasse che il reato c’è e l’ha commesso l’imputato). Sono gli stessi che, quando noi scrivevamo le stesse cose di Andreotti, o di   B. o di un altro a caso nella miriade di colletti bianchi miracolati da Santa Prescrizione, ci tacciavano di “giustizialisti” secondo la tripla equazione “prescritto uguale assolto”-“assolto uguale innocente”-“innocente uguale vittima dei magistrati”. Ora è comprensibile che, dinanzi al responsabile di quasi 3mila morti (per ora) d’amianto, abbiano qualche problemino a trattarlo come una vittima della malagiustizia: infatti, quando lui prova ad atteggiarsi ad agnello sacrificale, gliele cantano e gliele suonano tutti di santa ragione.

Non rischiano nulla (a parte incontrare il parente incazzato di una delle vittime): Schmidheiny è un barone svizzero, non ha in mano la carriera di nessuno dei pennivendoli cantori dell’Andreotti e del B. vergini e martiri, dunque si può finalmente dire che la prescrizione – specie dopo una o due condanne – non significa assoluzione dell’innocente, ma impunità del colpevole. Bisogna approfittare del momento favorevole per affermare altri due principi.1)Anziché alleviare la già lievissima legge Severino per risparmiare la decadenza agli amministratori locali condannati in primo grado, si dovrebbe estenderla a chi acchiappa al volo la prescrizione anziché rinunciarvi (esclusi i reati di opinione e bagatellari): l’art. 54 della Costituzione impone di esercitare le pubbliche funzioni “con disciplina e onore”, due concetti incompatibili con la condotta di chi si prende, e magari si procura, la prescrizione per un reato contro la stessa PA. 2) Anziché blaterare di tecnicismi e avventurarsi in complicati calcoli sui tempi dei processi e sulle proposte per allungare la prescrizione di qualche mese (come fa l’inutile ddl dell’inutile ministro Orlando), bisogna avere il coraggio di dire fino in fondo la verità. Nella Prima Repubblica la classe dirigente più marcia d’Europa (la nostra) si assicurava l’impunità a suon di colpi di spugna: uno in media ogni anno e mezzo (35 amnistie e/o indulti dal 1946 al 1990). Poi, nel 1992, per arginare la vergogna e il discredito, il Parlamento portò a due terzi la maggioranza parlamentare per il “liberi tutti”, e riuscì a ottenerla una sola volta in 22 anni: nel 2006. Nella Seconda Repubblica il posto dell’amnistia/indulto l’ha preso la prescrizione, che se possibile è ancor più odiosa: perché non è un colpo di spugna per tutti, ma selettivo, censitario, razziale. Salva ricchi e potenti, quasi mai i poveracci. Il bottino dei potenti supera di gran lunga quello dei poveracci. Ma i potenti, diversamente dai poveracci, non possono finire in galera: mandano in Parlamento i loro avvocati e burattini a legiferare per la propria impunità. Che coincide con la stabilità del sistema. Basta immaginare come sarebbero il Parlamento, il governo, gli enti locali e regionali, la pubblica amministrazione, i Cda di aziende e banche, l’assemblea di Confindustria e i vertici delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza se non esistesse la prescrizione, o almeno si fermasse al rinvio a giudizio come nei paesi civili. Sarebbe un’ecatombe. L’Italia, un tempo Repubblica fondata sul lavoro, è diventata una Repubblica fondata sulla prescrizione. Infatti vedrete: neppure stavolta, passata la buriana del caso Eternit, non si farà nulla di serio contro quest’amnistia per ricchi. Un potente italiano senza prescrizione è un paracadutista senza paracadute, un equilibrista senza rete. Un fatto eversivo, destabilizzante, golpista. Come diceva Flaiano, “in Italia la rivoluzione sarebbe una legge uguale per tutti”. Non ce la possiamo, anzi non se la possono permettere.

Da Il Fatto Quotidiano del 22/11/2014. marco travaglio via triskel182 .wordpress.com

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travaglio_santoro_vauro_annozeroMors tua, prescrizione mea
Infamia di Stato

Diciamo subito che la Cassazione non era affatto obbligata dalla legge a dichiarare prescritto il reato di disastro colposo per il patron dell’Eternit Stephan Schmidheiny, condannato in primo e secondo grado per la morte da amianto di 2154 persone (bilancio parziale). Anziché allinearsi alla richiesta del Pg Jacoviello, noto annullatore di processi eccellenti, e dell’avvocato Coppi, sempre molto fortunato al Palazzaccio quando fa certi incontri, la Corte poteva sposare l’interpretazione alternativa data dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Torino, che con due sentenze molto ben motivate avevano spiegato come il disastro provocato dall’amianto, rimasto a lungo latente e poi esploso con effetti che semineranno malati e morti per tanti decenni ancora, non può cristallizzarsi – come invece ritiene la Cassazione – all’istante in cui le fibre del minerale-killer smisero di depositarsi sul terreno con la chiusura della fabbrica di Casale nel lontano 1986 (ragion per cui il reato, pur accertato, si sarebbe estinto addirittura prima del processo, che dunque non avrebbe dovuto neppure cominciare).

Insomma, come scrive Vladimiro Zagrebelsky su La Stampa, c’era un’altra “scelta, ragionata e seriamente argomentabile, tra un’interpretazione che metteva d’accordo diritto e giustizia e un’altra che proclamava summus jus summa injuria”. I giudici hanno imboccato la via più facile, e anche più comoda dinanzi al potente di turno. E, trattandosi della Cassazione, non c’è rimedio al loro eventuale errore: per convenzione, l’ultimo giudice che si alza è quello che ha ragione. Ma c’è qualcosa di ancor più odioso della sentenza Eternit: il commento furbastro di Matteo Renzi: “Cambieremo le regole della prescrizione e faremo in modo che i processi siano più veloci”. Intanto denota un’ignoranza sesquipedale del caso Eternit: se la Cassazione ritiene che il processo non sarebbe dovuto neppure iniziare, la sua durata non c’entra nulla. E poi il tempo dei “faremo” è scaduto da nove mesi: da quando Renzi smise di essere outsider e diventò premier. Che la prescrizione non rientri fra le sue priorità fu chiaro fin da subito, anzi da prima che entrasse a Palazzo Chigi: precisamente dal 18 gennaio 2014, quando siglò il Patto del Nazareno con il recordman mondiale delle prescrizioni. Poi quando accettò che Napolitano gli depennasse il nome di Gratteri dal ministero della Giustizia. Quando rinviò a settembre la riforma della giustizia promessa per giugno. E infine quando firmò due decreti per altrettante scemenze, cioè le ferie delle toghe e alcune regolette inutili del processo civile, avviando invece le cose serie (prescrizione, anticorruzione, autoriciclaggio ecc.) sul binario morto dei disegni di legge. Che, come tutti sanno, non passeranno mai perché B. non vuole. Come spiega Davigo sull’ultimo Micromega ( pag. 3  ), la prescrizione non è l’effetto dei processi lunghi: ne è la causa principale, perché incoraggia i ricorsi dilatori e le perdite di tempo degli imputati ricchi e dei loro avvocati specialisti in criminalità & impunità. Un pilastro della Costituzione materiale di quest’Italia marcia, che consente a centinaia di politici, amministratori, imprenditori e finanzieri di riunirsi in Parlamento e nei Cda anziché nell’ora d’aria. Il timidissimo ddl Orlando, ove mai fosse approvato, non cambierebbe una virgola dello sconcio, che dipende da due fattori nemmeno sfiorati dal ministro della Giustizia: in Italia la prescrizione parte quando il delitto viene commesso, non quando viene scoperto; e – caso unico al mondo – non si ferma mai, nemmeno dopo due condanne di merito alla vigilia del giudizio di legittimità in Cassazione, e neppure quando uno patteggia la pena (e poi fa ricorso contro la sanzione da lui stesso concordata). Quindi le chiacchiere stanno a zero: se Renzi vuole avere titoli per parlare, faccia subito un decreto per bloccare la mannaia della prescrizione al momento del rinvio a giudizio, come in tutti i paesi civili. Se il Pd è una cosa seria, troverà in Parlamento i voti dei 5Stelle e di Sel per convertirlo in legge. I requisiti di necessità e urgenza, se non li capisce da sé, se li faccia spiegare dai parenti dei morti ammazzati dall’Eternit.

Da Il Fatto Quotidiano del 21/11/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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marco-travaglioFiandaca Maxima

Il professor Giovanni Fiandaca, docente palermitano di Diritto penale, autore di un pregevole manuale scritto a quattro mani con il collega Enzo Musco, già leader del “movimento dei professori” (la risposta in salsa siciliana ai girotondi nei primi anni 2000), già aspirante eurodeputato del Pd appena trombato alle elezioni europee, già candidato al Csm e alla Consulta con il medesimo esito, è molto agitato contro i magistrati di Palermo che sostengono l’accusa nei due processi che hanno come imputato, fra gli altri, il generale Mario Mori, difeso dal suo coautore Enzo Musco: quello sulla trattativa Stato-mafia (primo grado) e quello sulla mancata cattura di Provenzano nel ’95 (appello). Due anni fa, l’agitato Fiandaca scrisse un ponderoso saggio ripreso dal Foglio di Berlusconi & Ferrara con il titolo “La trattativa è una boiata pazzesca”. L’anno scorso pubblicò per Laterza, con lo storico Salvatore Lupo, un libro dal titolo La mafia non ha vinto che, siccome la mafia non ha neppure perso, faceva pensare che avesse pareggiato.

Poi si è prodigato, purtroppo invano, per far trasferire il processo Trattativa da Palermo a Roma, dove tradizionalmente i casi eccellenti riposano in pace in saecula saeculorum. Ultimamente s’è dato molto da fare, con risultati miserrimi, per scongiurare il supremo affronto della testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise di Palermo col decisivo argomento che era “inutile”: sventuratamente Napolitano, con le sue tre ore di deposizione piena di fatti nuovi, s’incaricò di dimostrare che era utilissima. Ora, indomito, si sta molto accaldando per far punire dal Csm il Pg Roberto Scarpinato, reo di avere scritto un saggio su Micromega, a suo dire pericolosamente infestato da “residui vetero-marxisti misti ed empiti egualitario-punitivi nei confronti dei colletti bianchi”, insomma da un vero e proprio “progetto simil-rivoluzionario”. Roba da chiamare l’antiterrorismo, i caschi blu e le teste di cuoio, o almeno da sanzionare con pene esemplari, anche corporali, perché “in un Paese diverso dal nostro il fenomeno di un Pg che sollecita a rinverdire ideologie radicali con ogni probabilità risulterebbe, oltre che strano, oltremodo preoccupante”.   Ora, a parte il fatto che i magistrati sono cittadini tutelati dall’articolo 21 della Costituzione che garantisce piena libertà di pensiero ed espressione, chiunque leggerà il saggio di Scarpinato su Micromega (esercizio, oltre che utile, oltremodo opportuno anche per il professor Fiandaca, che all’evidenza non l’ha letto o non l’ha capito) scoprirà che di progetti vetero-marxisti e simil-rivoluzionari non c’è traccia alcuna. Scarpinato, in un’ampia e argomentata digressione storica sulle deviazioni delle classi dirigenti e sui loro “sistemi criminali” integrati, difende i principi della Costituzione tuttora vigente (con buona pace dei fiandachi) e dello “Stato liberaldemocratico di diritto” (roba non proprio da bombaroli terzinternazionalisti) contro i cosiddetti “realisti” della “Costituzione materiale”, che in nome di interessi criminali nazionali e internazionali fanno pagare la crisi ai cittadini onesti per mantenere i ladri, i corrotti, gli evasori fiscali e i mafiosi e, non contenti dell’impunità garantita ai colletti bianchi con l’“inefficienza programmata” della Giustizia, tentano l’ultimo tradimento della Carta costituzionale mettendo progressivamente e surrettiziamente sotto controllo l’unica variabile ancora indipendente del sistema: la magistratura, o almeno quella parte di essa che ancora si ostina a obbedire alla Costituzione del 1948 in nome del “ripristino della legalità” e del “principio di responsabilità”. Tutti valori squisitamente liberali, non certo marxisti, né vetero né neo. Ma di questi dettagli il Fiandaca non si occupa: nel solco del più vieto (e, questo sì, vetero) maccartismo fuori tempo massimo, l’insigne cattedratico s’improvvisa prefetto di disciplina e lacrima perchè “la magistratura odierna è attraversata da un pluralismo e una frammentazione di orientamenti” (il pluralismo delle idee: orrore, roba da gulag).

Poi manipola a suo uso e consumo, senza uno straccio di argomentazione, il pensiero di Scarpinato, accusandolo di far parte di un’imprecisata “frangia magistratuale politicamente antagonista” (al confronto Berlusconi, con le sue toghe rosse, era un dilettante) che vuole esercitare un fantomatico “controllo di virtù dei ceti dirigenti (politici, imprenditori, professionisti ecc.)”. E, per rendere più credibile la sua critica, la fa dalle colonne del Mattino (gruppo Caltagirone, ci siamo capiti). Che aspetta dunque il Csm a istruire un Tribunale Speciale delle Idee, un Sant’Uffizio Togato, una bella Inquisizione con tanto di Indice dei libri e delle riviste proibiti prima che le idee di Scarpinato inquinino le menti deboli dei “giudici più giovani”, già affetti da “un moralismo giuridico al quanto ingenuo”, e alimentino vieppiù “la grande ignoranza del cittadino medio in materia di giustizia”? Si dia dunque fuoco alle pire, come sembra chiedere il caporale di giornata. Se invece il problema è soltanto che alcuni magistrati stanno processando alcuni clienti illustri del suo coautore, lo dica (si potrebbe sempre abolire quei processi per decreto). E possibilmente eviti di coprirsi di ridicolo agitando il drappo rosso, ormai deposto perfino da B. L’unico rosso appropriato a questa storia tragicomica è quello di cui dovrebbero avvampare il professor Fiandaca e tutti gli “intellettuali” come lui. Per la vergogna.

Da Il Fatto Quotidiano del 20/11/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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