Andrea ScanziSallusti, Formigoni e i “renziani” dell’altra sponda
SallustiUn fantasma si aggira per gli studi televisivi: si chiama Alessandro Sallusti e somiglia all’uomo che ricordavamo, ma non sembra più lui. È stanco e spento. Per nulla convinto di quello che dice. Per carità, gli capitava anche prima, ma la passione nel difendere posizioni improponibili era – se non proprio autentica – vibrante. Ora che si trova non più a supportare Berlusconi ma a incensare Renzi, come un Menichini qualsiasi, ne soffre. Comprensibilmente. Lo si è visto giovedì a Servizio Pubblico e lunedì a Piazzapulita. Quando gli dicono che è ormai più renziano dei renziani, non prova neanche più a difendersi: prende, incarta e porta a casa, da persona (quando vuole) intelligente e arguta qual è.   LUNEDÌ SERA, ospite di Corrado Formigli, ha implorato gli elettori di votare Forza Italia, non perché ci sia ancora qualcuno che creda in Berlusconi (neanche Sallusti arriva a tanto) ma per un imprecisato “bisogno di rendere il centrodestra abbastanza forte da condizionare Renzi e liberarlo dal ricatto dei D’Alema”.

Sallusti è il primo a sapere che la realtà è esattamente opposta, sia perché D’Alema ormai non conta nulla (anzi: più attacca Renzi, più lo rafforza) e sia perché il Pd è pressoché perfettamente coincidente con il centrodestra. Berlusconi o Verdini non hanno bisogno di “condizionarlo”, perché la sintonia è totale o quasi. Siamo ben dentro i Sepolcri: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi”. Berlusconi è Renzi e Renzi è Berlusconi. Infiniti i punti di contatto, dal programma (legge elettorale, riforma del lavoro, non-riforma della giustizia,   distruzione della Costituzione) alla tecnica elettorale (slogan, promesse, bugie, circondarsi di yesmen e vestali, insistere sul “quasi 41 percento che ci ha votato”). Sallusti è conscio che, al momento, di lui non c’è bisogno. E ne soffre. Sempre a Piazzapulita , il sindaco di Firenze Nardella ha sostenuto che, finora, la sinistra italiana ha avuto una grande colpa: quella di essere stata troppo di sinistra. Doppio delirio, perché la sinistra questo dovrebbe fare e perché in Italia non lo ha fatto quasi mai. Mentre Nardella parlava, esponenti di Forza Italia e imprenditori ieri berlusconiani e oggi renziani ribadivano che “la rivoluzione culturale di Renzi” (stessa immagine usata nel ’94 con Berlusconi) è stata quella di appropriarsi di quasi tutto il programma del centrodestra. Ecco perché non c’è più bisogno di Berlusconi: perché ce n’è già uno più   efficace e giovane di lui. I renziani fanno bene a rivendicare la capacità attrattiva che esercitano sull’elettorato altrui: il problema non è calamitare i voti degli ex berlusconiani, ma come li si calamita. Se si è disposti a copiarne il programma, ci si trova davanti al paradosso attuale: non la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, ma la coincidenza di due centrodestra. E – come unica alternativa – un movimento di opposizione che combatte battaglie giuste ma non sa comunicare quello che fa (M5S).   Ormai i più grandi sostenitori di Renzi sono i Sallusti e i Formigoni, e c’è da capirli: Renzi, godendo dei favori di quasi tutta l’informazione italiana perché non indossa la maglia dei “cattivi” ma dei “buoni”, può ottenere tutto quello che non ha ottenuto Berlusconi. Nanni Moretti gridò che “con questa classe dirigente non vinceremo mai”: ora che ha vinto, sarebbe bello domandargli come si sente (e se ne è valsa la pena).   L’ULTERIORE PARADOSSO è che questa “sinistra” più a destra della destra, al punto che ormai la Fornero in confronto pare il subcomandante Marcos, imbarazza più i berlusconiani dei piddini. I secondi, al di là di qualche bizza irrilevante civatiana, tutto ingoiano. Di contro i primi, se per certi versi godono, avvertono comunque il loro essere periferici. Il Capo è all’angolo e i sondaggi piangono: i berluscones si trovano così costretti ad accucciarsi ai piedi dei renziani, scodinzolando a comando delle Picierno. Un contrappasso spietato, che non si augura a nessuno. Gli siamo vicini.

Da Il Fatto Quotidiano del 01/10/2014. Andrea Scanzi via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio2L’asineria al potere

Per dire come siamo ridotti, ci tocca pure dar ragione a D’Alema: Renzi parla di cose che non conosce, confidando nel fatto che non le conosca nessuno, grazie alla collaborazione straordinaria dei tg e dei giornali. Sulla giustizia dice che in “20 anni di derby ideologico fra berlusconiani e antiberlusconiani” non s’è fatta una sola riforma: invece se ne sono fatte 120, con i bei risultati a tutti noti; e lui prepara la 121esima, degno coronamento delle altre 120. Sull’abolizione delle elezioni per il Senato dice che “se ne parla da trent’anni”, mentre nessuno – a parte Gelli nel Piano di Rinascita del 1976 – ne aveva mai parlato né sentito il bisogno. Sulle Province dice “le abbiamo abolite”, invece s’è limitato a cambiare loro il nome, ad abolire le elezioni e a moltiplicare le poltrone. Sull’articolo 18 dice che è “vecchio di 44 anni”: invece è stato riformato due anni fa, quando lui era contrario. Dice pure che “D’Alema ha avuto la fortuna di governare quando c’era la crescita: è allora che bisognava riformare il mercato del lavoro”. Infatti fu riformato con la legge Treu del 1997, con la Maroni-Sacconi del 2003 e con la Fornero del 2012: col risultato di moltiplicare i precari e i disoccupati che lui, perseverando sulla stessa strada, vorrebbe ridurre. La cialtroneria, il pressappochismo, l’ignoranza crassa e la menzogna sistematica per nascondere le tracce sono i tratti distintivi di questa “nuova” classe politica che dà lezioni alla “vecchia guardia”.

E, come diceva Goethe, “nulla è più terribile dell’ignoranza attiva” tipica di chi vuol dimostrare ogni giorno di essere giovane e nuovo.   Per dirne una: lo sapevano e lo scrivevano tutti che l’avvocatessa Teresa Bene non aveva i titoli per entrare al Csm: non è docente ordinario e non ha 15 anni di professione forense. Ma l’han votata lo stesso: ieri è stata cacciata perché ineleggibile. Un figurone. Renzi, almeno, conserva un punto a suo favore: quando la vecchia guardia faceva danni, lui non c’era. Ma i nove decimi dei suoi renzini, riciclati dell’ultima o penultima ora, c’erano e facevano danni anche loro. Eppure fanno i bulli con la stessa sua protervia nuovista, manco fossero nati ieri. Sentite questa: “Non credo che un dirigente del Pd dovrebbe provare imbarazzo a stare vicino a metalmeccanici che difendono il proprio lavoro e i propri diritti solo perché qualche estremista passa di lì”. È di Matteo Orfini quand’era ancora dalemiano e spiegava “perché sarò in piazza con la Fiom”. Era il 22 febbraio 2012 e la Fornero si accingeva a una riforma dell’art. 18 molto più blanda di quella annunciata da Renzi col consenso di Orfini (ma non della Fornero, che li scavalca entrambi a sinistra). Oggi Orfini annuncia: “Se ci sarà una manifestazione della Cgil, la guarderò in tv, il sindacato ha la colpa di essersi voltato dall’altra parte”. Lui invece ha cambiato verso, ma soprattutto poltrona: presiede il Pd renziano. Nel 2002 Cofferati portò 3 milioni di lavoratori al Circo Massimo contro B. che voleva levare l’articolo 18. E a spellarsi le mani c’era Piero Fassino: “Sull’articolo 18 il governo ha fatto una sciocchezza” urlava, eccitatissimo per la “manifestazione serena e compatta di un grande movimento di opposizione”. Per Paolo Gentiloni, “la straordinaria manifestazione di Roma non è in contrasto col nuovo riformismo”. Non poteva mancare Enrico Morando, ora viceministro dell’Economia e gran tifoso di Renzi contro l’articolo 18, come pure Gentiloni e Fassino. Ieri Roberto Giachetti contava quanti giorni han governato Bersani, D’Alema, Bindi e altri antirenziani, dimenticando quanti giorni han governato i neorenziani: “Sono stati al governo migliaia di giorni e ancora pontificano e propongono soluzioni miracolose come se non avessero mai potuto mettere alla prova i loro messaggi salvifici”. Vuoi vedere che Giachetti è appena atterrato da Marte? Può essere, sempreché sia solo omonimo del Giachetti che dal ‘93 al 2001 fu il braccio destro di Rutelli al Comune di Roma, poi 13 anni fa entrò alla Camera per non uscirne più: prima Margherita, poi Ulivo, infine Pd. E ancora pontifica. Perché Renzi è come il Dash: lava più bianco.

Marco Travsglio da il Fatto Quotidiano via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio1Ignoro, ergo riformo

L’altra sera da Fazio, Matteo Supercazzola ha voluto mostrare a tutti come sono ridotte le facoltà di Giurisprudenza, o forse rincuorare i somari: se han dato la laurea a lui, c’è speranza per tutti. Purtroppo però il dottore in Legge Matteo Renzi, che non distingue la sospensione feriale dei termini processuali dalle ferie dei magistrati e degli avvocati, fa il presidente del Consiglio e sta riformando la Giustizia. Come se uno che non conosce la differenza fra un bisturi e un paracarro riformasse la chirurgia, o se la Boschi riformasse la Costituzione. La sospensione feriale dei termini dal 1° agosto al 15 settembre non c’entra nulla con le ferie dei magistrati, semmai con quelle degli avvocati: che, se dovessero depositare i loro atti e ricorsi (scadenza 30 giorni) pure d’estate, non andrebbero mai in vacanza. Ora il governo l’ha ridotta dal 6 al 31 agosto. Ergo “giudici e avvocati lavoreranno di più”, come ha detto il premier da Fazio? Neanche per sogno.

L’idea che per un mese e mezzo si facciano solo i processi urgenti (quelli di criminalità organizzata, con imputati detenuti o a rischio prescrizione) e gli atti investigativi senza termini (il pm che interroga i testi ecc.) risponde a un’esigenza concreta: d’estate le notifiche vanno a vuoto, perché testimoni, imputati e avvocati sono fuori casa e fuori studio, ed essendo impossibile inseguirli per mari e monti si limita l’attività allo stretto necessario per non perdere energie e soldi invano. La riduzione della sospensione feriale produrrà montagne di udienze deserte e rinviate. Se di solito le ferie di avvocati e magistrati (a parte quelli di turno) coincidono con la sospensione feriale è perché, nel resto dell’anno, creerebbero intoppi. E se finora le toghe avevano 45 giorni di ferie (come peraltro i carabinieri dal grado di maresciallo anziano in su) era perché i giorni erano “lordi”: comprese due settimane di lavoro fuori ufficio. Per loro i termini non si fermano mai, neppure d’estate. Se un giudice concludeva un processo il 31 luglio e doveva depositare le motivazioni in 15 o 30 giorni, le scriveva in ferie, sennò finiva sotto processo disciplinare. Idem se tornava il 15 settembre e il 16 aveva un processo: lo studiava in ferie.   Ora il Genio di Rignano, affiancato da quell’altro scienziato di Orlando, ha ridotto le ferie togate da 45 a 30 giorni, però “netti”. Risultato: per farsi 30 giorni netti, i giudici smetteranno di emettere sentenze 15 giorni prima di andare in ferie e rifisseranno udienze una-due settimane dopo il rientro. E la produttività della macchina giudiziaria, anziché aumentare, diminuirà. Bravo Renzi. La verità è che anche questa “riforma”, come per il Senato e l’art. 18, nasce da un’ignoranza sesquipedale dei problemi che dovrebbe risolvere. Sulla giustizia c’è la stessa idea demagogica di Brunetta, che pensava di aumentare la produttività dei magistrati con i tornelli ai tribunali, ignorando che: l’Italia ha i magistrati più produttivi di tutti i paesi Ocse; l’enorme cumulo di processi dipende da un eccesso patologico non di fannulloneria, ma di contenzioso; e l’attività del giudice è di per sé incoercibile. Quale sarebbe il tempo giusto per decidere se uno è colpevole o innocente, ha torto o ragione? A volte bastano poche ore, altre occorrono mesi di studio. Ora questi ciucci che vogliono toghe più laboriose le mandano in pensione a 70 anni anziché a 75. Così a fine 2015 perderemo 450 magistrati esperti senza sostituirli: già oggi gli organici sono scoperti e i concorsi per i famosi “giovani” non si bandiscono perché non c’è un euro. Anzi l’effetto-risparmio sarà neutralizzato dai costi aggiuntivi per l’Inps e per lo Stato, che dovrà anticipare i Tfr. Ma soprattutto questi asini vorrebbero aumentare l’offerta di giustizia senza scoraggiare la domanda. Pura follia: se anche riuscissero ad accrescere ancora la produttività, chi ora non denuncia perché ha perso le speranze nella giustizia si aggiungerebbe a tutti gli altri. E il sistema imploderebbe. È questa la differenza fra i governi B. e il governo Renzi: i delinquenti ogni tanto si riposano, i cretini mai.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/09/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio2Ma mi faccia il piacere
TotoComma 22. “Io meglio di Berlusconi” (Corrado Passera, 22-9). Senza passera?   Serie A. “La sfida di Renzi: il reintegro crea lavoratori di serie B” (La Stampa, 27-9). Meglio tutti disoccupati, ma di serie A. Signora mia. “Passa il   reato di depistaggio.   Brunetta: ‘Regalo   ai pm’” (Libero,   25-9). “Reato di depistaggio: adesso i democratici armano le Procure” (il Giornale, 25-9). Ora   manca soltanto che non si possa più neanche più depistare. Dove andremo a finire.   Piccino mio. “Vescovo in gattabuia, una première. Linea dura. Custodia cautelare di un reo non ancora processato. Arresto, condanno ma non giudico. Chi sono io per imprigionare? Decidetevi, padre santo e cattolici” (Giuliano Ferrara, il Foglio, 25-9). Ora manca soltanto che in Vaticano non si possano più nemmeno inchiappettare i bambini. Non c’è più religione. Cambia verso alla vocale. “Cosa mi accomuna a Marchionne? Spero il finale” (Matteo Renzi, il Foglio, 27-9). Voleva dire “il fanale”.

L’alfa e l’omega. “Renzi negli Usa comincia da Twitter” (Repubblica, 22-9). E lì finisce.   Mission impossible. “Bruno e l’inchiesta penale: ‘Non mollo. Vogliono sporcare la mia moralità’” (La Stampa, 21-9). Tranqui, Donato: anche volendo sarebbe impossibile.   Cronoprogramma. “Padoan: la recessione finirà nel 2015” (La Stampa, 21-9). Se sai pure il giorno preciso, me lo segno.   Il testimonial. “Salvini: dopo la Scozia tocca al Veneto” (Corriere della sera, 22-9). Il Veneto: grazie del pensiero, ma ci basta la sfiga che hai portato alla Scozia.   Poteri fotti. “‘Non temo i poteri forti’. Renzi va da Marchionne” (Repubblica,27-9).Quinientebattuta: è già incorporata nel titolo. Proprietà transitiva. “Verdini a giudizio per finanziamento illecito: anche lui vittima della giustizia anti-Renzi” (il Giornale, 23-9). Vedi sopra.   Coscienza. “Sull’articolo 18, nel Pd non può esserci libertà di coscienza” (Matteo Orfini, presidente Pd, Repubblica, 23-9). Non so più dove ho messo la mia.   Obtorto Colle/1. “Bimbo autistico non poteva andare al Quirinale. Escluso dalla scuola: mancava l’accompagnatore. Proteste, poi la soluzione: incontrerà anche lui Napolitano” (Repubblica, 23-9). Povero ragazzo, l’aveva quasi sfangata. Obtorto Colle/2. “Deposizione di Napolitano, la mossa di Riina: ‘Voglio esserci anch’io’. Bagarella e Ciancimino si accodano alla richiesta di assistere all’udienza” (Repubblica, 27-9). Purchè non si sappia troppo in giro, chè hanno una reputazione da difendere.

Dal Vangelo secondo Matteo. “Quella di Renzi per qualcuno sarà pure retorica, ma non possiamo non condividere la verità di questa affermazione sulla scuola… Siamo sempre pronti a criticare tutto e a non vedere quel poco o tanto di buono che ci circonda… più a distruggere che a costruire. Ben venga la retorica, se ci rende più attenti alle cose belle che avvengono tutti i giorni e che a volte diamo per scontate” (Alfonso Signorini, Chi, 21-9). Chi? Signorini. Ah ecco.   Dal Vangelo secondo Giorgio. “Napolitano ha già spiegato di non avere niente da dire. Ma evidentemente al tribunale palermitano, la parola del capo dello Stato non basta” (il Foglio, 26-9). Strano, è lo stesso che esaltò la missione di pace dell’Armata Rossa sovietica che soffocava nel sangue la rivolta di Budapest, poi si fece rieleggere dopo aver giurato mille volte che non l’avrebbe fatto mai e poi mai. Possibile che ci sia ancora qualcuno che non gli crede?   Senti chi parla/1. “Non si usi il tema del lavoro come ariete per cambiare i rapporti interni al Pd” (Lorenzo Guerini, vicesegretario renziano Pd, La Stampa, 22-9). Con chi ce l’hai? Dici a noi?   Senti chi parla/2. “Sul lavoro ci vuole più coraggio, basta conservatorismi, l’Italia deve rinnovarsi” (Giorgio Napolitano, 22-9). Prendete me, che a 89 anni ancora lavoro e nessuno mi licenzia.   Renzullo. “L’Italia di oggi è un Paese ingiusto. Cambiarlo è necessario. Ma costa fatica. Siamo disponibili a provarci? Vogliamo davvero smettere di piangere?” (Aldo Cazzullo , Sette, 26-9). Subito, anche perchè fai scompisciare dal ridere.   Quote Giorgio. “Il presidente lamenta l’‘esigua minoranza’ delle donne al vertice della magistratura” (Corriere, 26-9). Lui infatti, quando nominò i suoi 10 saggi, non ne inserì neanche una.   Giorgio da Volpedo. “La modernità di un signore di novant’anni. Scavalcàti in modernità, coraggio e gioventù da un signore che tra novemesicompirà90anni.Unsignore,Giorgio Napolitano, che nella vita in questione, per altro, può esser considerato davvero al di sopra di ogni sospetto, avendo intrecciato per quasi due terzi di secolo la propria vita con le lotte per il lavoro e le speranze del movimento operaio” (Federico Geremicca, La Stampa, 23-9). Uahahahahahahahah.   Nostradamus. “Quando Craxi prevedeva la videocrazia e la Repubblica dei giudici” (La Stampa, 23-9). Se prevedeva pure le condanne e la fuga, era a cavallo.   Il fischio del Falco. “Il capitano de Falco rimosso dal settore operativo della Capitaneria di Porto: ‘Schettino in cattedra e io spedito in ufficio. Questo Paese storto punisce i suoi servitori’” (Repubblica, 25-9). Resta in poltrona, cazzo.   Il fischio del Merlo. “Denunzia la persecuzione dei giudici il sindaco che, secondo la sentenza di primo grado, da giudice non perseguiva ma perseguitava i politici: abuso d’ufficio per le illegittime intercettazioni (tabulati) a strascico a Rutelli, Mastella, Minniti, Gozzi, Prodi..” (Francesco Merlo, Repubblica, 27-9). Quindi, ad avviso del Merlo, intercettazioni (con il contenuto delle telefonate) e tabulati (senza) sono sinonimi. È come dare a Merlo del giornalista.

Da Il Fatto Quotidiano del 29/09/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio1Il talento va premiato
Nel film Totò a colori, il presunto musicista Antonio Scannagatti càpita in una casa di esistenzialisti a Capri. Alla vista di un’immonda crosta di “pittura moderna” alla parete, rischia l’infarto. E s’informa presso l’autore. Che risponde: “C’est un’imitation de Picassò!”. E lui: “Imitation de Picassò? E l’hai fatta tutta tu con le tue mani? Ma veramòn? Il talento va premiato”. Fa sedere il sedicente artista su una sedia da barbiere, gli avvolge una tovaglia al collo, lo prega di coprirsi un occhio con la mano e di dilatare con due dita (“pimice e pomice”) le palpebre dell’altro. Poi, al colmo della suspence, ci sputa dentro. Ecco, il generalissimo Mario Mori, fra le varie fortune che hanno costellato la sua carriera, deve aggiungere anche questa: non aver mai incontrato qualcuno che premiasse il suo impareggiabile talento: non c’era bisogno di arrestarlo, bastava sputargli in un occhio. Ricapitoliamo il curriculum con l’ausilio della memoria depositata dai Pg Scarpinato e Patronaggio al processo d’appello a Palermo per la mancata cattura di Provenzano.

Nato a Postumia nel 1939, Mori diventa tenente dei Carabinieri nel 1965. Dopo un primo periodo in Veneto, nel 1972 entra nel Sid, il servizio segreto civile comandato dal generale Maletti (P2), crocevia di trame e deviazioni assortite. Lì, secondo un ex colonnello, Mori recluta adepti per la loggia di Gelli, intercetta abusivamente Maletti e fabbrica anonimi con Pecorelli (P2). Ragion per cui viene cacciato dal Sid e restituito all’Arma, ma col divieto di operare a Roma: uno così è troppo persino per Maletti. Infatti lo spediscono a Napoli, ma lo promuovono capitano. Il talento va premiato. A Roma torna il 16 marzo ’78, giorno del sequestro Moro, per guidare la sezione anticrimine del Reparto operativo e occuparsi di terrorismo: le indagini sul sequestro e l’omicidio Moro passeranno alla storia come un capolavoro di cialtroneria, tant’è che a tutt’oggi non sappiamo quanti spararono in via Fani e quanti carcerieri ebbe Moro. Nel 1986, promosso tenente colonnello (il talento va premiato), Mori è in Sicilia a comandare il Gruppo Carabinieri Palermo 1. Sua l’idea, nel ’90, di fondare il Ros, di cui è vicecomandante con delega sulla mafia. Infatti, nel giugno ’92, dopo la strage di Capaci, inizia a trattare col mafioso corleonese Ciancimino, in tandem col fedelissimo De Don-no, senza informare il comando dell’Arma né la Procura (come sarebbe suo dovere di ufficiale di polizia giudiziaria). Ad agosto diventa colonnello: il talento va premiato. Il 15 gennaio ’93 coordina la cattura di Riina, ma si guarda bene dal perquisire il covo: meglio lasciarlo svuotare dai mafiosi, all’insaputa della Procura. Nel ’93 viene intercettato Nitto Santapaola: è in una villa, basta andarlo a prendere. Sventuratamente il Ros irrompe nella villa sbagliata, a 50 metri da quella giusta, a sirene spiegate, con tanto di conflitto a fuoco con uno che non c’entra nulla: così Santapaola sente e vede tutto dalla finestra, e si dà. Nel ’95 la scena si ripete con Provenzano: si sa che sta per arrivare in una masseria di Mezzojuso, basta andarci e catturarlo. Troppo facile. “Osservazione a distanza”. Così a distanza che Zu Binnu arriva, tiene una riunione e se ne va indisturbato. Ce n’è abbastanza per promuovere Mori generale e comandante del Ros (è il ’98, Ulivo al governo). Il talento va premiato. E pure insegnato, perché le nuove leve prendano esempio e imparino: comandante della Scuola allievi ufficiali carabinieri. Manca qualcosa? Ah, sì: nel 2001 il governo B. lo promuove direttore del Sisde. L’uomo giusto al posto giusto. Infatti il Sisde inizia a trafficare coi boss in carcere, sempre all’insaputa dei pm. Nel 2006, finalmente, arriva la pensione. Ma può lo Stato privarsi di un simile genio? No che non può. Consulente per la sicurezza del sindaco di Roma Alemanno. Poi controllore, nominato da Formigoni, sulla regolarità degli appalti Expo contro le tangenti e le infiltrazioni mafiose. Risultato: tutti a San Vittore. Ma hai fatto proprio tutto tu, con le tue mani? Ma veramòn? Il talento va premiato.

Da Il Fatto Quotidiano del 28/09/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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