travaglio_lettera_santoroL’invasione degli ultracazzulli

Spiace che non abbia avuto il meritato risalto l’unica vera novità del prossimo concertone del Primo Maggio: la presenza sul palco, accanto a musicisti, cantanti, rocker e rapper, di Aldo Cazzullo da Alba (Cuneo), il simpatico e rubicondo inviato ed editorialista del Corriere della sera, nonché scrittore e soprattutto patriota. Noi segnaliamo la notizia perché ultimamente ci è parso di notare attorno a lui un fenomeno fantascientifico, inspiegabile con gli strumenti della ricerca umana: la moltiplicazione dei Cazzulli, tanti piccoli e medi e grandi Cazzulli che spuntano dappertutto e sciamano in ogni dove, infilandosi dove meno te li aspetti. Una sera, per dire, un tg mostrava un filmato di Renzi a passeggio per Firenze, e al suo fianco si materializzava tosto un Cazzullo che, con piglio sicuro e gesti decisi, fendeva la folla e sfollava la gente per aprire la strada al Sindaco facendogli scudo col suo corpo. Un’altra volta, a un solenne ricevimento al Quirinale per celebrare le celebrazioni delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, accanto a Sua Maestà Giorgio I-II troneggiava un Cazzullo addobbato a festa da ministro della Real Casa, ben più credibile di Falcone Lucifero.

Frattanto, in svariati salotti televisivi, altri Cazzulli sfusi con sorriso d’ordinanza promuovevano libri sull’ottimismo obbligatorio e contro il disfattismo dilagante, da Viva l’Italia a L’Italia s’è ridesta a Basta piangere, senza peraltro spiegare cosa ci sarebbe da ridere. Il fenomeno ricorda un film cult del 1956, L’invasione degli ultracorpi, dove la città americana di Santa Mira è invasa da una miriade di replicanti che escono da enormi baccelli e si sostituiscono agli abitanti, eliminandoli nel sonno e copiandoli alla perfezione. Qualcosa di simile temiamo stia accadendo in Italia con l’invasione degli ultracazzulli, anche se il baccellone-madre non è ancora affiorato dal nascondiglio. Forse è il caso di fare qualcosa, anche perché il fenomeno potrebbe innescare, per emulazione o per competizione, un’analoga invasione degli ultrasevergnini, altre creature moleste dedite, al patriottismo forzato e alla ripresa a tutti i costi, capaci di scorgere a ogni ora del giorno e della notte – malgrado la frangetta sugli occhi – misteriose “luci in fondo al tunnel” invisibili agli umani.

Che cosa esattamente farà l’ultracazzullo sul palco del Primo Maggio è ancora un mistero: gli organizzatori affermano che rallegrerà il folto pubblico con la gaia storia di “una partigiana che fu ferita in battaglia e, per non essere di peso, si suicidò, ma poi i nazifascisti trovarono il suo corpo e per spregio la impiccarono due volte”. Non si esclude però la lettura di brani scelti dalle opere di Re Giorgio e di sonetti in rime baciate di Matteo Renzi. E poi via, alla conquista del pianeta. Con la bella stagione, un cazzullino sfilerà tutto piumato e impettito con la fanfara dei bersaglieri alla parata del 2 Giugno. Un clone s’infilerà fra le gambe di Miss Italia e di lì lancerà un messaggio di speranza alle donne. Un altro aldino riuscirà a telefonare a papa Francesco prima che papa Francesco telefoni a lui e farà capolino alle sue spalle durante l’Angelus domenicale pavesato di tricolore per portare al mondo un po’ di sano ottimismo. Un replicante formato mignon darà il calcio d’inizio della finale di Coppa Italia all’Olimpico di Roma, poi s’imbarcherà con la Nazionale alla volta del Brasile per i mondiali di calcio, nom de plume Cazzullao, per raccomandare all’umanità intera di sorridere sempre. Un ennesimo doppione atterrerà dal baccellone a Sanremo per il prossimo Festival della canzone, dove travestito da Cavour interpreterà La bela gigogin in onore del Risorgimento su mandato di Re Giorgio.

Nessun traguardo gli sarà precluso, a parte uno. Quando un cazzullino si affaccerà tutto sorridente in via Solferino 14, alla portineria del Corriere della sera, chiedendo di salire in direzione, un robusto e malmostoso usciere lo metterà alla porta: “No, guardi, signore, non compriamo niente. E qui non c’è niente da ridere”.

Da Il Fatto Quotidiano del 20/04/2014. marco travagli va triskel182.wordpress.com

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scalfari vignettaQuesta volta il premier mi piace ma…

Oggi è Pasqua. Per i cristiani è il giorno dedicato alla Resurrezione, ma il Resurrexit riguarda tutti perché ciascun individuo, ciascun popolo, ciascuna generazione attraversano nel corso della loro vita momenti di pena, di abbattimento, di disperazione e di smarrimento della speranza per il futuro.

Gran parte del mondo, l’Europa e l’Italia in particolare, stanno vivendo un momento di crisi profonda e per questo il Resurrexit, incitando a risorgere, rappresenta uno stimolo che va accolto e seguito.

Papa Francesco l’ha ricordato ed in molte occasioni ne ha anche indicato gli aspetti morali che riassumo con le sue parole da me direttamente ascoltate: “Ama il prossimo tuo più di te stesso”. Questa è l’indicazione, valida per i credenti e per i non credenti. Valida, anzi obbligatoria soprattutto per i Governi, per le istituzioni e per tutti quelli che operano per realizzare una visione del bene comune. Ama il prossimo tuo più di te stesso significa, in politica, aiutare i deboli, i poveri, gli esclusi, i vecchi che trascinano la vita che gli resta e i giovani che debbono costruirla apprendendo e facendo crescere i loro talenti.

Mai come oggi abbiamo bisogno di risorgere e di conquistarci un futuro. Questo è il metro per capire e obiettivamente giudicare quanto avviene nel nostro Paese che è al tempo stesso l’Italia e l’Europa.

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Il Resurrexit dell’altro ieri nella politica italiana ed anche europea ha il nome di Matteo Renzi. A me di solito non piace e l’ho scritto e detto molte volte.

Riconosco le sue doti di comunicatore e di seduttore; da questo punto di vista è il figlio buono di Berlusconi come anche il capo di Forza Italia ha riconosciuto più volte. Buono perché è molto più giovane di lui e soprattutto perché non ha gli scheletri nell’armadio che abbondano invece in quello dell’ex Cavaliere di Arcore.

Ha coraggio ed ama il rischio, ma politicamente improvvisa e spesso le sue improvvisazioni sono fragili, pericolose e preoccupanti.
La sua operazione di taglio del cuneo fiscale è preoccupante: appartiene a quel tipo d’intervento, specie per quanto riguarda le coperture, gran parte delle quali scricchiolano, cartoni appiccicati l’uno all’altro con le spille che spesso saltano via; sicché non è affatto sicuro che convinceranno le autorità europee a dare via libera e concedergli di rinviare a due anni il rientro nel limite del 3 per cento del rapporto tra il Pil e il deficit del debito pubblico.

E poi: la tassa sulle banche è retroattiva e comunque è una una tantum non ripetibile, i tagli della Difesa sono rinviati ma non aboliti; il maggior incasso dell’Iva è un anticipo d’un anno e ce lo troveremo sul gobbo nel 2015; il pagamento dei debiti alle aziende creditrici, che doveva essere almeno di 17 miliardi, è stato ridotto a 7. Infine gli incapienti con redditi inferiori agli 8 mila euro annui e quindi esentati dal pagamento dell’Irpef avrebbero dovuto precedere per evidenti ragioni di equità il bonus in busta paga che premia i redditi superiori. Senza dire dei contributi da parte dei Comuni il cui pagamento però può essere accompagnato dall’aumento delle imposte comunali che potrebbero vanificare o ridurre fortemente il bonus di 80 euro in chi in quei Comuni risiede.

Questi aspetti negativi sono stati ampiamente segnalati nei loro articoli di ieri dai colleghi Boeri, Fubini, Bei, De Marchis, Conte, sul nostro giornale e da Dario Di Vico sul Corriere della Sera, dando un bilancio nettamente negativo dell’operazione.

Eppure a me questi vari e sconnessi cartoni appiccicati con le spille piacciono. Insolitamente lo trovo soddisfacente nonostante le numerose insufficienze che ho appena segnalato.

La ragione è semplice da segnalare: è una sveglia, uno squillo di tromba in un disperato silenzio di sfiducia e di indifferenza. Probabilmente sposterà voti nelle prossime consultazioni europee pescando nell’elettorato dei non votanti, degli indecisi, dei grilli scontenti, dei berlusconiani delusi e tratterrà in favore del Pd tutti gli elettori incerti e critici di una leadership accentratrice e assai poco sensibile ad un lavoro di squadra che non sia ristretta al cerchio magico degli yes man che restano intorno al giovane fiorentino.

Si è detto da molte parti che l’operazione del bonus in busta paga non è un programma organico ma uno spot elettoralistico. È esattamente così e venerdì sera nella trasmissione Otto e mezzo l’ha ammesso lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, che del cerchio magico è indiscutibilmente il capo. Concordo con lui: è uno spot elettorale che forse, speriamolo, diventerà un programma pensato e strutturato nel 2015.

Ma se, come i sondaggi indicano, il risultato elettorale del 25 maggio vedrà il Pd al primo posto, largamente davanti a Forza Italia e a Grillo, quel risultato non sarà soltanto un effimero successo di Renzi che certamente soddisferà il suo amor proprio; ma cambierà anche i rapporti di forza nella politica italiana e la posizione del nostro paese nella politica europea; aumenterà il nostro prestigio all’interno del Partito socialista europeo; rafforzerà la posizione di Schulz che corre proprio in quei giorni per conquistare la poltrona di presidente della Commissione di Bruxelles; rafforzerà il baluardo contro i populismi anti-europei o euroscettici opponendo ad essi un altro tipo di populismo che in questo caso è costruttivo; relegherà i berluscones ad un ruolo marginale incoraggiando uno schieramento liberal-moderato attorno al centrodestra di Alfano, Lupi, Cicchitto, Quagliariello.

Se vogliamo dire tutto dobbiamo anche aggiungere che il percorso di cui Renzi si è servito per costruire il suo spot era già stato avviato e in molti settori anche portato a termine e contabilizzato in appositi atti legislativi dal governo di Enrico Letta. Di questo ci si scorda spesso ed è un grave errore perché Letta è stato e rimane una delle figure importanti della politica italiana ed europea. Gli si può rimproverare di non aver fatto squillare la tromba per risvegliare i dormienti, ma la ragione c’è: Letta non è un uomo da spot. Preparava un programma che, se fosse rimasto in sella, avrebbe trovato piena applicazione durante il semestre di presidenza europea assegnato all’Italia, anche se alcuni segnali di ripresa si erano già verificati con l’aumento della produzione industriale e la diminuzione del fabbisogno di bilancio di 5 miliardi rispetto all’anno precedente. Del resto è stato proprio Delrio a dirci che lo spot renziano diventerà un programma strutturato nel 2015. Le date oltreché i contenuti coincidono con quelli di Letta, ma la sveglia non ha squillato. La differenza è questa, determinata dalle diversità caratteriali di quelle due personalità.

C’è un terzo uomo che in qualche modo le riassume tutte e due nei loro aspetti positivi ed è Walter Veltroni. E ce n’è un quarto che non va dimenticato e si chiama Romano Prodi. Un quartetto niente male per risvegliare gli animi del Bel Paese, specie se troveranno tra loro un modus vivendi che eviti esiziali lotte intestine.
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Penso d’aver spiegato finora le prime quattro righe del titolo di quest’articolo; resta però il “ma” dell’ultima riga ed è quello che ora debbo chiarire ai miei lettori. Quel “ma” riguarda le riforme istituzionali e in particolare quella del Senato. Ne ho già parlato domenica scorsa ma ritengo opportuno tornarci di nuovo poiché tra pochi giorni dovrà essere votata in prima lettura al Senato e la sua importanza è essenziale.
Quella del Senato non è un riforma importante ma limitata ad un settore specifico della vita sociale. Quella del Senato riguarda l’architettura costituzionale che sorregge lo Stato di diritto e cioè il rapporto e la separata autonomia dei poteri costituzionali: il Legislativo, l’Esecutivo, il Giudiziario. La Corte costituzionale tutela il principio sul quale si fonda lo Stato di diritto e la Costituzione che lo accoglie nei suoi principi e ne articola gli effetti. Il Legislativo approva le leggi proposte dal Governo o dai propri membri o direttamente dall’iniziativa dei cittadini ed è l’espressione del popolo sovrano; controlla l’efficienza e il coretto esercizio del potere Esecutivo. Il potere Giudiziario dirime sulle basi della legislazione esistente i conflitti tra i cittadini ed anche tra essi e la pubblica amministrazione. Il Capo dello Stato non fa parte di alcun potere ma valuta nel momento della promulgazione da lui firmata la conformità delle leggi alla Costituzione e coordina la leale collaborazione tra governo e Parlamento, fermo restando il potere definitivo della Corte.

Queste sono le premesse che fanno del Senato uno degli organi del potere Legislativo previsto dalla Costituzione del 1947 ma esistente anche nello Statuto Albertino, composto da senatori a vita di nomina regia.

La Costituzione repubblicana che prevede un Senato eletto dal popolo, con in più i presidenti della Repubblica che hanno terminato il loro mandato e cinque senatori a vita nominati dal Capo dello Stato sulla base di meriti culturali da lui valutati, può certamente esser modificato nelle sue attuali competenze, ma non credo possa essere abolito o privato di competenze che di fatto equivalgano all’abolizione. Una decisione del genere sulla base dell’articolo 38 metterebbe infatti in crisi l’intera architettura costituzionale e dovrebbe essere quindi accompagnata da una serie di contrappesi tali da modificare l’intera struttura su cui poggia la Repubblica.

Il progetto Renzi-Berlusconi prevede in realtà proprio questo: la riduzione del Senato ad organo competente soltanto ad intervenire sui poteri, gli interessi e la legislazione degli Enti locali. Il rapporto tra tali Enti e lo Stato sono invece rimessi alle Conferenze Stato-Regioni e Stato-Comuni per cui un’eventuale competenza del Senato nella sua nuova configurazione sarebbe soltanto un inutile duplicato.

Come se non bastasse a questa diminutio, un’altra se ne aggiunge: i membri del Senato, ridotti di numero come opportunamente dovrebbe avvenire anche per la Camera dei deputati, sarebbero composti dai governatori di alcune Regioni e dai sindaci di alcuni Comuni nonché dai presidenti dei Consigli regionali e comunali, conservando le loro cariche originarie e assumendo anche la nuova senza alcun compenso aggiuntivo. Ma con un effetto politico rilevante: poiché attualmente Regioni e Comuni sono in larghissima prevalenza guidati dal Pd, il nuovo Senato sarebbe di fatto dominato dal Pd e una formazione politica che allo stato attuale non ha nessun governatore e quasi nessun sindaco, e cioè il Movimento 5 Stelle che raccolse nelle ultime elezioni politiche dello scorso febbraio il 29 per cento dei voti e che i sondaggi attuali per le Europee collocano al secondo posto dopo il Pd, risulterebbe escluso dal futuro Senato. Non sarebbe una gran perdita, visto che si tratta di una scatoletta vuota, ma comunque non sopportabile e probabilmente incostituzionale perché modificherebbe totalmente il criterio della rappresentanza che è un requisito di pari importanza (se non addirittura superiore) a quello della governabilità.

Siamo tutti d’accordo di modificare il Bicameralismo perfetto, riservando alla sola Camera dei deputati il potere di accordare o togliere la fiducia parlamentare ai Governi. Ma non siamo per niente d’accordo di ridurre il Senato a una scatola semivuota, tanto più in una fase in cui si parla di instaurare un “premierato” che accresca fortemente i poteri dell’Esecutivo. Ipotesi a mio avviso valida ma che ha bisogno di veder rafforzati i poteri di controllo del Legislativo e in particolare del Senato proprio perché questa Camera alta debitamente eletta dal popolo sovrano non dà la fiducia al Governo e quindi è la più idonea a controllare la pubblica amministrazione.

La senatrice a vita Elena Cattaneo ha già presentato uno studio molto accurato e ricco di proposte in merito. Andrebbe esaminato, eventualmente integrato con altri suggerimenti e messo in discussione nell’imminente esame dello stesso Senato sul disegno di legge Renzi-Berlusconi che personalmente mi permetto di definire una “porcata” così come la Corte costituzionale definì la legge elettorale di Calderoli finalmente abolita.

Il Presidente della Repubblica di solito non interviene in questioni di leggi elettorali, salvo quando si tratta di riformarle per non lasciare il Parlamento in una situazione anomala. Personalmente credo che sia competente ad esprimere le sue idee su una vera e propria decapitazione del Senato, organo sostanziale nell’architettura costituzionale e credo anche che possa e debba intervenire sul modo di reclutamento dei senatori. Già si espresse evidenziando la necessità di modificare il Bicameralismo perfetto ma nulla ha ancora detto sulla scatola vuota e sull’elezione di secondo grado inflitte alla Camera alta che diventerà non bassa ma bassissima e duplicata dalla Conferenza tra Stato ed Enti locali. Una sua opinione sarebbe di essenziale importanza.

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Giorgia meloniIl mistero della cozza con la perla

Ma Giorgia Meloni è una cozza o una perla? Non so se i Fratelli d’Italia faranno le primarie per pronunciarsi sul quesito che la stessa Meloni ha spiritosamente sollevato.

Il dubbio sorge dai poster strafighi di Giorgia che cozzano, è il caso di dire, con l’immagine militante di vispa ranocchia della Garbatella. Come spiegare questa radicale ambiguità di Giorgia? La chiave potrebbe essere nella variazione degli occhi: a volte sono fari abbaglianti nel loro celeste spalancarsi, ma in posizione da anabbaglianti si notano le borse come parafanghi.

Si può spiegare il mistero di Giorgia ricorrendo al fantasy. A lei, magari, piacerebbe sentirsi la Signora degli Anelli, fidanzata di Frodo, che non è un pescatore abusivo ma l’hobbit di Tolkien. O la Bambina Imperatrice, sponsor di Atreju, protagonista de La storia infinita di Ende.

Ma è più calzante per lei il paragone con Puffetta di cui condivide statura e biondezza. Nella saga di Hanna&Barbera, Puffetta è dapprima bruttina e si sospetta che sia mandata da Gargamella per creare scompiglio tra i puffi. Poi, con l’aiuto di Grande Puffo, diventa carina e simpatica.

È arduo pensare che Grande Puffo sia Crosetto o La Russa, ma la storia sembra calzare. La speranza è che non si tratti solo di un’opera di facciata ma qualcosa di sostanziale. Nel tempo di Matteo e di altri cartoni animati, Puffetta Meloni non sfigura, è grintosa come un chihuahua. Anche per Giorgia come per Puffetta il problema resta però la statura: supererà coi Fratelli Puffi il 4 per cento? Mistero puffo.

Marcello Veneziani via ilgiornale.it

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stefano feltri 2Austerità mascherata inseguendo la crescita

IL PREMIER PENSA ALLE ELEZIONI MA L’EFFETTO NEGATIVO DEI TAGLI COMPENSERÀ LA SPINTA POSITIVA DELL’INTERVENTO SULL’IRPEF.

Ora che il provvedimento dei famosi 80 euro in più in busta paga è arrivato, la domanda obbligata è: a che cosa serve? Basterà a consolidare quella “ripresa che già c’è ed è fragile”, come dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan?

È chiaro che il taglio dell’Irpef ha ragioni elettorali prima che economiche. Lo ha confermato di fatto lo stesso premier Matteo Renzi: piuttosto che rimettere in discussione la cifra tonda promessa, abbassandola di poco, ha bocciato l’ipotesi di allargare la platea dei beneficiari agli “incapienti”, cioè a chi guadagna così poco da non pagare le tasse e quindi da non trarre alcuna utilità da un calo dell’Irpef.

Traduzione politica: Renzi vuole i voti dei lavoratori dipendenti che guadagnano tra gli 8 e i 26mila euro lordi all’anno, la parte bassa della classe media che il Pd deve riconquistare. Lavoratori autonomi, precari e pensionati restano esclusi. Per i dipendenti ad alto reddito, specie se pubblici o parapubblici, ci sono solo cattive sorprese, con decurtazioni molto pesanti (se mantenute) per tutti quelli che superano i 239mila euro del nuovo tetto massimo fissato per gli stipendi statali. Per intercettare i consensi di chi non riceverà gli 80 euro, Renzi prova a sedurre tagliando gli “sprechi”: dalle auto blu ai contributi pubblici ai giornali per la pubblicità legale ai trasferimenti alla Rai. Il 25 maggio ci sarà l’unico bilancio che interessa a Renzi, quello dei risultati elettorali del Pd.

MA LA STIMA DEGLI EFFETTI di queste misure sulla crescita italiana è già nota, nel Documento di economia e finanza presentato dal governo appena approvato dal Parlamento. Il bonus Irpef produrrà un aumento dello 0,1 per cento del Pil nel 2014 e dello 0,3 per cento nel 2015 (ammesso che sia confermato) e dello 0,4 nel 2016. I tagli alla spesa pubblica necessari per trovare le risorse, 6,9 miliardi nel 2014 e ben 14 nel 2015, avranno ovviamente un effetto recessivo, meno soldi spende lo Stato, meno si cresce. E l’impatto sul Pil della spending review sarà -0,1 nel 2014, -0,2 nel 2015 e -0,3 nel 2016. Come si vede il saldo finale è praticamente zero. Tradotto: se si misura esclusivamente l’effetto sulla crescita nel suo complesso, tagliare la spesa per abbassare le tasse è inutile, anche se politicamente può avere un senso. Anzi, rischia addirittura di essere dannoso se chi riceve i famosi 80 euro ha l’impressione che si tratti di un bonus concesso una tantum invece che di una riduzione delle tasse permanente. Perché invece di spenderli li terrà da parte per tempi peggiori. E che ci siano i soldi per confermare il taglio dell’Irpef anche nel 2015 è tutto da dimostrare, visto che Renzi ha in parte rinviato la questione alla legge di Stabilità che si discute in autunno. Si può notare, en passant, che il grosso della spinta alla crescita nei prossimi due anni nei piani del governo doveva venire dalla riforma del mercato del lavoro (+0,2 nel 2014 e +0,3 nel 2015), ma in Parlamento gli emendamenti anche di maggioranza ne stanno già smussando gli aspetti più caratterizzanti, cosa che, si suppone, ne ridurrà anche l’impatto economico.

IL PRIMO BILANCIO dell’operato di Renzi finora è quello di una politica di austerità mascherata che allenta un po’ la gabbia dei vincoli, quel tanto che basta da ricavare degli spazi di movimento politico, ma senza scardinarla. Il premier ha rinunciato, per ora, a usare la leva del deficit, che resta al 2,6 per cento del 2014, ben al di sotto del tetto del 3 per cento. Ma al contempo nel Def ha indicato che il pareggio di bilancio strutturale (cioè il deficit corretto per gli effetti della recessione) viene rinviato dal 2015 al 2016, nessun taglio nel 2014 e tutto rimandato al 2015. La Commissione ci chiedeva tagli duraturi per 4-5 miliardi all’anno che il governo non ha intenzione di fare. In Francia il nuovo premier Manuel Valls ha visto in Renzi un compagno di lotta contro l’austerità richiesta da Bruxelles e dal Fiscal Compact.

Ma il premier sta dimostrando di non essere un ribelle, o forse il ministro Padoan è stato efficace nel contenerne le intemperanze. La scelta di esautorare il commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli si sta dimostrando strategica: è lo stesso Renzi a decidere cosa annunciare e come, niente fredde tabelle tecniche ma un approccio totus politicus. I tagli agli statali? Non un sopruso ai danni dello Stato, ma un sano riequilibrio (neanche Silvio Berlusconi sarebbe stato così convincente nel motivare la riduzione dello stipendio dei magistrati). La riduzione dei trasferimenti alle Regioni, l’insostenibile decurtazione dei trasferimenti alla Rai? Non tagli lineari, ma la richiesta che “ciascuno dia il suo contributo”.

I tagli sono recessivi e pesanti come quelli di tutti gli ultimi governi, ma Renzi chiede (e per ora ottiene) che gli italiani esultino per la riduzione della spesa invece che indignarsi come al solito. Nella speranza che la forza del suo ottimismo produca un effetto leva: datemi 80 euro e vi solleverò un Paese decotto. In economia la psicologia conta. Ma non sempre basta.

Da Il Fatto Quotidiano del 19/04/2014. stefano feltri via triskel182.wordpress.com

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Andrea ScanziTra “stato di paralisi” e “concentrica pressione”

Rutilante: è l’aggettivo più indicato per fotografare la lettera del Presidente della Repubblica al Corriere della Sera. La guizzantezza, del resto, è da sempre la cifra di Giorgio Napolitano, che in questa missiva si mostra persino più brioso dei già sfavillanti moniti. Tutt’altro che contorta e involuta, la sua prosa ammalia qui per lucidità e chiarezza. Tutto parte da un’analisi certosina dell’anno appena trascorso: il 2013? “Positivo”. E già questa è una notizia, perché evidentemente le aspettative di Napolitano contemplavano la Terza Guerra Mondiale, l’invasione delle cavallette e un nuovo disco di Povia. Napolitano non nega che vi siano state asperità. Parla di “stato di paralisi istituzionale” e “concentrica pressione”, alludendo poi – con ardita modernità – a “sperimentati quirinalisti”. Non mancano accenni accorati a quella odiosa deriva di disfattisti beceri che hanno “rimosso” e “distorto” la “verità”, di cui – va da sé – Napolitano è depositario unico. Superfluo però indugiare su dietrologie: “Non intendo soffermarmi su fatti, atteggiamenti, intrighi che hanno concorso a gettare ombre e discredito – ben al di là di ogni legittima critica e riserva – sulla mia persona e sull’istituzione che rappresento”.

Al Presidente preme azzardare (anzi “abbozzare”) una “riflessione oggettiva” come “premessa per il bilancio”. Esistono intenti nobili, che “s’impongono in via temporanea fuori delle naturali affinità e della dialettica dell’alternanza”.

NON TUTTI HANNO PERÒ compreso l’agire quasi messianico di Napolitano: “Dal non riconoscimento di quest’obbligo, di questa necessità, sono scaturite nel corso dell’ultimo anno reazioni virulente che hanno contagiato, sorprendentemente, ambienti molto diversi”. È stato un “compito faticoso e ingrato”, ma per fortuna il “processo” si è “messo in moto, e di recente decisamente accelerato”. Sfortunatamente “lo spirito di fazione” ha imposto “un prezzo nei consensi convenzionalmente misurabili”, ma ciò “non mi fa dubitare della giustezza della strada seguita”.

Napolitano, forte dell’ottimismo della volontà, sa che “i nodi dovranno sciogliersi”. Urge dunque un “chiarificatore esercizio del semestre italiano di presidenza europea” per un governo che “opera nella pienezza della sua responsabilità politica e delle sue prerogative costituzionali, e con l’apporto di un arco di forze politiche che vada decisamente oltre i confini dell’attuale maggioranza di governo”. Tali forze (del bene) saranno “sorrette dall’eccellente retroterra di analisi e proposte offerto da un’autorevole e imparziale Commissione di studiosi ed esperti”. Il Presidente prosegue con cipiglio spumeggiante, esortando a “rapporti di stima reciproca e di consuetudine amichevole”. Confida in “condizioni di maggior sicurezza nel cambiamento” che gli consentano “un distacco comprensibile e costruttivo dalle responsabilità che un anno fa mi risolsi ad assumere entro chiari limiti di necessità istituzionale e di sostenibilità personale”. Fino a quel giorno, nessuno osi dubitarne, l’impegno sarà “irrinunciabile” affinché si possa “rimotivare e riaffermare con la necessaria apertura a fondate istanze di rinnovamento e con concreta capacità persuasiva”. Prima di congedarsi, Re Giorgio chiede scusa “per la lunghezza di questa mia risposta”. L’autocritica è lodevole e la lunghezza perdonabile. Se poi la lettera fosse stata anche solo minimamente comprensibile, sarebbe quasi sorta nei sudditi la voglia insana di partire con la ola.

Da Il Fatto Quotidiano del 19/04/2014. andrea scanzi via triskel182.wordpress.com

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