aldo grasso 2«Blog Notes» spiega la forza
dei reportage

È un pugno allo stomaco «Blog Notes», l’antologia di reportage a cura di Mimmo Lombezzi e Lorena Bari in onda su Italia 1 (martedì, ore 23.55). Forse per questo va in onda in tardissima serata, come se ci fosse bisogno della quiete notturna per poter meditare sulla crudezza delle immagini, sull’intensità delle storie che racconta.
Non si tratta di un reportage tradizionale, ma più di una collezione di appunti presi durante il viaggio, di ricordi che vengono incorniciati seguendo un filo che conduce da uno all’altro. Lombezzi ha anche realizzato una serie di tavole grafiche, disegni che, accompagnati da passi letterari e citazioni, funzionano come punteggiatura del racconto. Nell’ultima puntata andata in onda, intitolata «Fame chimica», si parlava di droga e le telecamere di «Blog Notes» hanno scandagliato quattro ambienti molto diversi tra loro, per mostrare come la dipendenza mieta molte vittime, ma anche come uscirne sia possibile: dalle porte di Roma dove sono al lavoro gli operatori di Villa Maraini, alle baraccopoli del Brasile, dalla comunità di San Patrignano al Sudan massacrato dalla guerra civile. Vicino e lontano da noi, cambia la società ma la disperazione resta identica.
Il reportage ha scelto un tono più poetico che di denuncia, ma non si è tirato indietro dal sollevare con decisione il problema dell’eroina nelle periferie (ma anche nei centri) delle grandi città italiane, Roma soprattutto. La sostanza non è affatto un ricordo degli anni Ottanta, «il suo funerale è stato celebrato troppo in fretta», ha ricordato «Blog Notes». Quello che più colpisce sono le testimonianze dei sopravvissuti: lontano da ogni tentazione da tv del dolore, la telecamera ha la delicatezza giusta per raccogliere le loro storie di caduta e palingenesi, che risuonano come moniti difficili da ignorare.

di Aldo Grasso da corriere.it

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giuseppe de ritaRIFORME, ILLUSIONI, PROCESSI REALI
Non si cresce di soli slanci

Per uscire dal suo più grave lutto personale Benedetto Croce scrisse, con chiara semplicità, che «solo la vita cura la vita». Ed è una frase su cui può lavorare utilmente chi deve affrontare il luttuoso sperdimento che contraddistingue da qualche tempo la società italiana.
Anche a prescindere dalla umiliante retrocessione dell’Italia calcistica nei recenti campionati mondiali, la nostra reputazione complessiva tende pericolosamente al basso, spinta dalle valutazioni critiche delle agenzie di rating ; dalle tante classifiche e comparazioni internazionali in cui occupiamo gli ultimi posti; dalla oggettiva distanza rispetto ai parametri di rigore dei più virtuosi partner europei; dalla calante attrattività per investitori e imprese internazionali; dall’affanno verso i giudizi negativi (ironici o crudeli, poco importa) che circolano su di noi nell’opinione pubblica europea e mondiale; e dai ricorrenti catastrofici annunci di regressione (di redditi, imprese, consumi, ecc.) da parte dei diversi centri di statistica e ricerca economica. Dovunque giriamo lo sguardo, il lutto si impone, di pari passo con un pericoloso deficit reputazionale.
Di fronte a ciò cosa può significare l’indicazione crociana che «la vita cura la vita»? L’emozione collettiva degli ultimi mesi ha visto contrapporsi al lutto una «botta di vita»: un vitalismo giovane, una volontà profonda di cambiare le cose, una determinazione a fare riforme profonde e strutturali. Ed ha alla fine premiato chi sul vitalismo aveva «messo la faccia». Ma contemporaneamente si sta sviluppando un’altra convinzione collettiva, attenta al fatto che accanto al vitalismo c’è una vita fatta di fenomeni e processi, quotidiani ed ordinari, e che «curarla» significa rendere funzionali tanti e diversi impegni ordinari (nei mercati finanziari, nella dinamica del lavoro, nell’evoluzione dei consumi, ecc.) non sempre coincidenti con l’ambizione volontaristica delle classi dirigenti. Si arriva così silenziosamente a una contrapposizione fra la gestione dei processi che si svolgono nella quotidianità e una stagione di riforme a forte annuncio di radicalità; una contrapposizione che riecheggia il contrasto dei primi Anni 80 fra chi (Berlinguer) sosteneva le riforme come strumento per avviare il cambiamento e chi (Craxi) sosteneva che bisognava solo governare i diversi processi di un cambiamento già in atto.
In tale contrapposizione il ruolo mediaticamente più impressionante è oggi quello del governo, con le sue tante proposte di riforma. È un ruolo forte, profetico e per ora di successo; ma può anche essere un ruolo fragile, se le tante riforme non hanno diretta coerenza con le transizioni quotidianamente in corso: siamo ad esempio proprio sicuri che le riforme istituzionali, che vogliono rivoluzionare il potere domestico, abbiano relazione con le sfide tutte ordinarie imposte dagli organi comunitari? Siamo proprio sicuri che le annunciate riforme di settore (nel mondo del lavoro, della amministrazione pubblica, nell’assetto dei poteri territoriali) siano capaci di creare una minimale, ordinaria, «tedesca» efficienza di sistema?
Forse è sulla base di questi dubbi che il nostro premier ha cominciato a distinguere fra annunci riformisti (come strategia da 100 giorni) e scommessa sui tempi lunghi della ordinarietà (come strategia dei 1.000 giorni). Se l’ipotesi è esatta, vedremo nel prossimo futuro più una faticosa gestione di interventi sulle decisive transizioni (sugli equilibri di bilancio, sul sostegno alle imprese, sullo sviluppo dell’occupazione, ecc.) che generosi interventi a breve (riforme veloci e ambiziosi decreti legge) destinati poi a languire negli ingorghi parlamentari o nell’inerzia di strutture amministrative sempre più demotivate, forse delegittimate.

Giuseppe De RIta da corriere.it

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Andrea ScanziRenzi, Boschi e il maestro Fanfani

Il Pacioccone Mannaro Renzi: ”Berlusconi game over”; “Letta stai sereno”; “Non farei mai il Premier senza prima passare dalle elezioni”; “Entro febbraio riforma elettorale e costituzionale; entro marzo riforma del Lavoro; entro aprile riforma della Pa; entro maggio riforma del Fisco; entro giugno riforma della Giustizia”. Eccetera.

Karina Huff Boschi, col fiatone e la tensione, all’acme (va be’) del suo intervento in Senato, esibendo una perentorietà che ne tradiva in realtà la puntuale insicurezza arrogante: «Un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa assemblea, un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, Amintore Fanfani, ha detto una piccola grande verità, “le bugie in politica non servono”».

Tre considerazioni.

1) Prendere Fanfani come esempio dirinnovamento, è come prendere Paletta come esempio di nuovo Baresi. Sono aretino anch’io e, in tutta onestà, i “riferimenti per tante donne e uomini della mia terra” sarebbero altri. Fanfani, certo preparato e comunque Kierkegaard rispetto ai renziani, era definito “Rieccolo” da Montanelli. Come ha scritto Jacopo Iacoboni su La Stampa: “Fanfani, una volta preso il potere, altro che rottamatore: stette in Parlamento una vita, impossibile da schiodare si presentò come rinnovatore e, una volta eletto, in Parlamento piantò le tende”. Più che una citazione per (non) uscire dall’impasse, quello di Karina Huff pare un lapsus freudiano. Come a dire: i nostri groupies, come Oscar Farinetti, paragonano Matteo a Mandela o giù di lì, ma bene che vada saremo tanti piccolidemocristiani 2.0.

2) Fanfani, una volta, teorizzò: “Se uno è bischero, è bischero anche a vent’anni”. Lo disse per smontare il mito dei giovani al potere, ma riletta oggi sembra una sintesi sublime del renzismo.

3) Karina Huff, di Fanfani, ha preso la citazione meno spendibile. Sia perché Fanfani era un bugiardo politico sontuoso, come del resto la Dc, sia perché se a Renzi toglie le bugie non resta niente. Al massimo qualche supercazzola.

Da ilfattoquotidiano.it Andrea Scanzi via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio6ADESSO GIOCATE A CARTE SCOPERTE
BaraldiIn quale paese civile, in quale straccio di democrazia un governo procede a tappe forzate (e con l’avallo del capo dello Stato) allo stravolgimento del sistema parlamentare, alla modifica di interi capitoli della Costituzione e chissà a quante altre cose ancora, sulla base di un accordo segreto di cui sappiamo soltanto ciò che i due contraenti decidono benevolmente di farci sapere? Giorni fa, su queste colonne, Furio Colombo ha scritto parole definitive sul fantomatico Patto del Nazareno stretto da Renzi con il pregiudicato Berlusconi, e sulla tragicommedia che da mesi ci viene propinata con la stessa arcana solennità della consegna delle tavole della legge sul Monte Sinai: “E se azzardi domande ti ricordano che la ragazza Bonafè ha avuto più voti di chiunque al mondo, inclusi i Kennedy.” Sì, è un paese “incaprettato” da tanti nodi scorsoi e da un colossale imbroglio semantico per cui Patto del Nazareno vuole dire Riforme (le loro) senza le quali, ci ripetono ogni giorno, il Paese affonderà sempre di più nella crisi e nella disperazione.

Cosicché, ogni volta che compari e accoliti annunciano trionfanti: “Il Patto tiene”, dobbiamo temere un altro furto di democrazia. E se qualcuno s’azzarda a opporsi con le armi dei regolamenti parlamentari, sono urla e stridor di denti. Preceduti da moniti tonitruanti, subito i rei vengono convocati sul Colle per una solenne strigliata, mentre il premier giovanotto (che se ne frega se 160 mila cittadini in 7 giorni firmano contro l’imbroglio) batte i piedi per terra e minaccia elezioni anticipate. Ma ora davvero basta. Solo dei complici o dei dementi possono far credere che il “Patto” sia consistito in una stretta di mano come al mercato delle vacche. Anche i muri sanno dell’esistenza di un contratto scritto, perfino meticoloso nelle varie clausole. Questo documento deve saltare fuori e, se a Palazzo Chigi pensano di evitare il problema facendo finta che non esista, si sbagliano di grosso. Renzi si comporti da uomo di governo europeo e non da autocrate caucasico. Se davvero non ha nulla da temere, dia pubblica lettura di quel testo prima che qualcuno lo faccia al posto suo.

Da Il Fatto Quotidiano del 24/07/2014. Antonio PAdellaro via triskel182.wordpress.com

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michele serraL’AMACA del 24/07/2014
DIFFUSO da qualunque telegiornale e da qualunque giornale online, il breve video di Giancarlo Galan in sedia a rotelle, con gli shorts e la gamba di gesso, pingue e furente, malato e impotente, caricato in ambulanza per essere tradotto in carcere, è una violazione non piccola della sua dignità personale. Ce ne sono di peggiori, direte. E ce ne sono a migliaia, di queste intrusioni nel disagio e nel dolore delle persone per farne, del disagio e del dolore, merce a disposizione della nostra curiosità. Ma da qualche parte bisognerà pure cominciare, per pronunciare qualche inutile “basta”, qualche impotente dissociazione. Verrà un giorno (tra vent’anni? un secolo? due?) nel quale questo mercato delle vite umane, ghermite da un video (in questo caso un telefonino vigliacco) e vendute come refurtiva sull’immenso bancone dell’informazione mondiale, sarà considerato con riprovazione: tal quale oggi consideriamo lo schiavismo, che ai nostri avi pareva normalissimo.

Noi non lo vedremo, quel giorno. Ancora troppo forte è l’inerzia del potente (e fruttuoso) equivoco che definisce “un diritto del pubblico” ogni sadica messa in scena della disgrazia umana, ogni gogna, ogni esposizione di vite in brandelli. Ognuno di noi, però, ha il potere di sentirsi il pioniere coraggioso di un sentimento di rispetto che prima o poi prevarrà — se prevarrà la civiltà; e girare pagina, cambiare canale, distogliere lo sguardo.

Da La Repubblica del 24/07/2014. michele serra via triskel182.wordpress.com

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