mario sconcertiÈ un monaco ma da vero combattimento

Rispetto al senso parrocchiale di Prandelli, Conte riporta in Nazionale il gran vento del machismo. Alla mia età fa un po’ sorridere, ma so da tempo che il calcio è soprattutto questo, estrema semplicità e una continua ricerca dell’epica. Così Conte dice adesso di voler trovare soprattutto uomini veri, attaccati alla maglia azzurra. Sembrerebbe un programma minimo: perché dovrebbero esserci uomini falsi, non attaccati alla Nazionale? Poi si pensa subito a Balotelli, la chiave di ogni equivoco, colpevole ottimo anche per errori non suoi. Può darsi che Conte abbia pensato a lui mentre parlava, più probabile parlasse di se stesso in generale, della sua mancanza di confini, del suo bisogno insistente di onore, patria e sacrificio. Nella ricerca di grandi orizzonti ha detto alla lettera che sarà l’allenatore di tutto il popolo italiano. Forse ha esagerato, forse voleva dire semplicemente di tutti, ma anche su questo ho dei dubbi. Conte ha una storia splendida e troppo esatta per poter essere promiscuo. Non sarà mai l’allenatore di tutti.
Ma il suo essere profondamente juventino aumenterà l’aria di sfida di cui il suo cammino ha bisogno. O con me o contro di me. In fondo è quello che lui ama. Perché Conte è un monaco, ma da combattimento, un ospitaliere con una missione sempre dietro la porta. Si occuperà di tutto perché fare semplicemente il c.t. non gli esaurisce le energie. Romperà le scatole ai vari altri c.t. delle giovanili, rimescolerà le abitudini borghesi di Coverciano. Soprattutto darà alla sua Italia un carattere di eccezionalità. Una squadra quasi come una setta alla ricerca dell’impresa. Comunque vada sarà un successo. Conte garantirà sempre attenzione, non sempre amore, ma grande partecipazione. E lo farà comunque dall’alto di una competenza forte e dal saper gestire come pochi i cento minuti della partita. Chi lo paghi francamente è un problema suo. I giocatori ormai non solo hanno gli sponsor ma fanno addirittura parte di fondi d’investimento. Perché dovrebbe interessarmi? Più curioso scoprire dove troverà i giocatori, quanto saprà farli crescere. Perché il problema non è Conte, lui esiste ed è certamente bravo. Sono i campioni che in Italia scarseggiano. Cercarne qualcuno in più sarà la vera difficoltà. In compenso avversari veri ne troverà pochi. Abbiamo davanti due anni di qualificazioni europee. Daranno il tempo per trovare squadra e gioco. E forse anche qualche uomo vero.

di Mario Sconcerti da corriere.it

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Michele AinisUn sentimento impalpabile
Una ricerca dell’istituto tedesco Iw mostra come in Europa la povertà reale sia di gran lunga minore rispetto a quella percepita.

Ti guardi attorno e incontri facce rattristate, umori torvi, occhi disillusi. Il futuro non è più quello d’una volta, diceva Valery; specialmente qui in Italia. Una ricerca dell’istituto tedesco Iw, appena diffusa, mostra come in Europa la povertà reale sia di gran lunga minore rispetto a quella percepita; e gli italiani (al 73%) si percepiscono poverissimi, molto più degli altri popoli europei. Perché sono poveri di speranze, d’ottimismo, di fiducia. Ecco, la fiducia. Quel sentimento volubile e impalpabile come volo di farfalla che nutre l’economia non meno della politica, non meno delle istituzioni. Se pensi che il peggio arriverà domani, non spenderai un centesimo dei tuoi pochi risparmi, neanche gli 80 euro che t’ha messo in tasca il governo; e il crollo dei consumi farà inabissare il sistema produttivo. Se vedi tutto nero, qualsiasi inquilino di Palazzo Chigi indosserà ai tuoi occhi una camicia nera, meglio combatterlo, con le buone o con le cattive.
C’è un farmaco per curare questa malattia? A suo tempo Berlusconi dispensò sorrisi e buoni auspici, raccontò di ristoranti pieni e aerei con i posti in piedi, promise di soffiare in cielo per scacciarne via le nuvole. Renzi rischia di ripeterne l’errore, se alle sue tante promesse non seguiranno presto i fatti. Perché una promessa mancata è un tradimento, e nessun tradimento si dimentica. Vale nelle relazioni amorose: se lo fai una volta, non riavrai mai più quella fiducia vergine e incondizionata che t’accompagnava durante i primi passi della tua vicenda di coppia. E vale, ahimè, nei rapporti con lo Stato. Che ci ha buggerato troppe volte, e ancora ce ne ricordiamo. Nella memoria nazionale campeggia, per esempio, il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari deciso nottetempo dal governo Amato, fra il 9 e il 10 luglio 1992. Fruttò 11.500 miliardi di lire, una manna per i nostri conti perennemente in rosso; ma «’l modo ancor m’offende», direbbe il poeta. E l’offesa si traduce in un riflesso di paura ormai diventato atavico, che si gonfia a ogni crisi. Le cassette di sicurezza delle banche sono piene di contanti, lo sanno tutti, e la ragione sta proprio in quel remoto precedente.
Adesso, a quanto pare, tocca alle pensioni. Come se non fossero bastati gli esodati, gente mandata in pensione senza pensione dallo Stato: un’altra truffa, e 3 anni dopo non sappiamo nemmeno quanti siano. Speriamo almeno che l’esecutivo sappia d’una sentenza costituzionale (n. 116 del 2013) che ha già bocciato il prelievo introdotto dal governo Berlusconi, perché colpiva i pensionati, lasciando indenni le altre categorie di cittadini. L’ennesimo colpo alla fiducia collettiva, come le bugie di Stato, come le rapine fiscali, come le leggi ingannevoli che parlano ostrogoto per non farsi capire, neanche dai parlamentari che le votano. Eppure è la fiducia, è l’affidamento nella lealtà delle istituzioni, che dà benzina alle democrazie: non a caso il primo termine conta 485 ricorrenze nelle decisioni della Consulta, il secondo 500. Mentre il diritto civile tutela l’«aspettativa» circa la soddisfazione dei propri legittimi interessi. E in effetti un’aspettativa ce l’avremmo, per ritrovare qualche grammo di fiducia. Ci aspettiamo dal governo – quale che sia il governo – il linguaggio della verità, non le favole che si raccontano ai bambini. E ci aspettiamo che ogni sua decisione sia leale, affinché sia legale.

di Michele Ainis da corriere.it

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massimo gramelliniUccellacci e uccellini
Scrive un’amica della cui affidabilità non ho motivo di dubitare che l’altra sera, mentre si trovava a cena da amici in un condominio del quartiere Flaminio a Roma, ha sentito battere le mani nel cortile sottostante. Un rumore ritmico che di minuto in minuto cresceva fino a diventare insopportabile. Ha chiesto ai padroni di casa chi fosse il suonatore improvvisato di flamenco. Era il portiere dello stabile, che ogni sera replicava lo spettacolo per disturbare gli uccellini intenzionati a occupare i rami della grande magnolia posta al centro del cortile, da dove poi avrebbero intonato i loro canti notturni.

Proprio allora si è spalancata una finestra del primo piano ed è apparsa una donna munita di coperchi. Per indurre al silenzio uno stormo di pennuti canterini, l’intero isolato si è dovuto sorbire una jam session di percussionisti dilettanti. La signora dei coperchi ha annunciato gongolante che la magnolia, origine di tutte le disgrazie, sarà presto abbattuta. Tolto di mezzo l’ingombrante arbusto con il suo carico di frastuoni arcadici, gli orecchi dei condomini saranno di nuovo liberi di concentrarsi sui gorgheggi delle sgommate, sulla sinfonia dei clacson, sulle performance gutturali degli ubriachi.

Come frenare l’anarchia privata che accetta di buon grado ogni inquinamento acustico provenga dall’uomo mentre manifesta odio patologico nei confronti della natura? Questo si chiede la mia amica, facendo ironico appello a un pianista disposto ad andare nel cortile ogni sera per attirare gli uccelletti sulla magnolia con i Notturni di Chopin. Illusa: tirerebbero i coperchi anche a lui.

Da La Stampa del 20/08/2014. Massimo Gramellini via triskel182.wordpress.com

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mani-pulite-vent'anni dopo travaglio gomez barbacettoÈ IL PAESE DEI PUSHER LIBERI IL GOVERNO CONGELA LE PENE (

DIMEZZATI GLI ARRESTI. LA PROTESTA DI POLIZIOTTI E MAGISTRATI COL GOVERNO.

Risolvi un problema dentro e ne crei cento fuori. Il riferimento è alle carceri: bisogna svuotarle perché le celle sono sovraffollate e l’Europa ci bacchetta; ma il risultato è che, fuori, i reati restano impuniti. L’allarme lo lanciano i poliziotti e i magistrati impegnati, per esempio, nel contrasto allo spaccio di droga. Non possono più arrestare i pusher perché il “piccolo spaccio” ormai non prevede il carcere.   Così nel giugno 2014 in 932 operazioni antidroga della Polizia di Stato sono state segnalate 1.243 persone, ma di queste solo 903 arrestate, a fronte di sequestri di ben 76 tonnellate di sostanze stupefacenti. Un anno fa, nel giugno 2013, in 1.556 operazioni antidroga, in cui furono sequestrate poco più di 3 tonnellate di stupefacenti, le persone segnalate furono ben 2.737, quasi tutte (2.055) arrestate.

Dunque, in un anno, sono dimezzati gli arresti e quasi dimezzate le operazioni antidroga: tanto sono quasi inutili, visto che gli spacciatori devono essere lasciati liberi (di tornare al loro lavoro).   QUESTO È CIÒ che si vede fuori, con preoccupazione, allarme e frustrazione degli operatori giudiziari. Dall’altra parte, da dentro, cambia il punto di vista: al Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sono fieri dei risultati ottenuti. Hanno svuotato le carceri come chiesto dall’Europa. O meglio: sono riusciti ad alleggerire il sovraffollamento. Esibiscono dati che sono un successo: nel 2010 c’erano 68 mila detenuti in 45 mila posti; oggi sono 54 mila in 50 mila posti. In quattro anni, 14 mila detenuti in meno e 5 mila posti in più, ottenuti costruendo o ristrutturando gli istituti di pena. Per capire bene questi numeri, fanno notare al Dap, bisogna sapere che gli standard italiani sono più rigorosi (e civili) degli standard europei: questi impongono 7 metri quadrati per un detenuto, che devono aumentare di 4 metri quadrati ogni detenuto in più nella stessa cella. In Italia, invece, gli standard sono di 9 metri quadrati per detenuto , aumentati di 5 ogni detenuto in più. Più spazi (anche se 5 mila non sono molti), ma soprattutto meno detenuti. Come è stato ottenuto l’alleggerimento? Con le nuove norme sulla droga, visto che il 20 per cento delle persone in carcere sono in cella per spaccio. “Ma è stata la Corte costituzionale”, spiegano al Dap, “a dichiarare illegittimo il decreto Fini-Giovanardi sulle droghe, imponendo il ritorno alle norme precedenti, che distinguono droghe leggere e droghe pesanti e prevedono pene miti per il piccolo spaccio”. Attenzione, però: le vecchie norme, per lo spaccio di droghe pesanti, prevedevano una pena massima di 6 anni, permettendo l’arresto degli spacciatori. “Poi però è intervenuto il governo”, spiegano alla procura di Milano, “che ha abbassato la pena massima a 4 anni. Così oggi l’arresto in flagranza lo puoi fare comunque, ma è inutile: niente carcere sotto i 5 anni, dunque la mattina dopo l’arresto devi lasciar andare il pusher, che ormai gira con poche bustine per volta ed è quindi sostanzialmente impunito e impunibile. Bene che vada, va agli arresti domiciliari: i poliziotti lo devono pure accompagnare a casa in macchina e in più organizzare i turni di controllo. Insomma: è chiaro che si finisce per non intervenire nemmeno”.   Gli arresti sono diminuiti anche perché, in generale, le leggi “svuotacarceri” impongono la cella soltanto per coloro per i quali il giudice preveda (con uno sforzo di immaginazione) una pena futura di almeno 3 anni di reclusione. Gli altri restano fuori, anche se etichettabili come socialmente pericolosi, anche se appena rilasciati tornano a commettere reati.   L’ALLEGGERIMENTO poi è stato ottenuto anche aumentando le misure alternative. Le detenzioni domiciliari concesse sono state 15 mila dal 2010 a oggi e oggi sono circa 5 mila le persone che sono detenute a casa. Aumentato anche l’affidamento in prova ai servizi sociali: sono 20 mila le persone oggi in carico agli Uepe (gli uffici per l’esecuzione penale esterna). Finora a concedere l’affidamento in prova erano i Tribunali di sorveglianza, dopo la condanna definitiva; oggi, con la “messa in prova”, per reati con pena massima fino a 4 anni possono concederla anche i giudici, prima di arrivare a sentenza.   Accresciuti anche gli “sconti” della liberazione anticipata: erano 45 giorni abbuonati ogni semestre passato in cella; oggi sono 75, ovvero 2 mesi di sconto ogni anno di carcere. La legge Severino ha poi imposto la norma contro le “porte girevoli”: dopo l’arresto non vai in carcere, ma devi rimanere nelle strutture di polizia, finché non c’è una misura cautelare emessa da un giudice o una sentenza per direttissima.   Nelle carceri italiane ci sono troppi detenuti in attesa di giudizio, si continua a ripetere: più di 15 mila su 54 mila (il 28 per cento, quasi un terzo della popolazione carceraria!). “Ma sono dati truccati, non comparabili con quelli degli altri Paesi europei”, spiegano al Dap, “perché noi abbiamo tre gradi di giudizio. In realtà, i detenuti in attesa della sentenza di primo grado oggi sono esattamente 8.259, più o meno il 15 per cento: una percentuale europea”.

Da Il Fatto Quotidiano del 20/08/2014. gianni Barbacetto via triskel182.wordpress.com

 

Dopo 48 ore tornano tutti liberi”
PadalinoL’ultimo caso particolare è successo solo qualche giorno fa. A Torino uno spacciatore di cocaina è stato arrestato il 6 agosto. Il pm di turno ne chiede l’arresto, il gip in base alla legge “svuotacarceri” non accoglie la domanda, il pusher torna fuori e l’11 agosto viene preso ancora e scarcerato di nuovo. Il caso è finito nelle mani del sostituto procuratore Andrea Padalino: “Ormai abbiamo un reato senza pena. È una licenza per spacciare”, dichiara. Dopo la lettera aperta dei funzionari di polizia al ministro dell’Interno Angelino Alfano sul dimezzamento degli arresti per spaccio, il pm torinese torna a spiegare gli errori della norma voluta dal governo Renzi per rimediare al sovraffollamento dei penitenziari, convertita in legge dal Senato all’inizio di agosto.   Dottore, quali sono gli ultimi dati?   Sono stato di “turno arrestati” la scorsa settimana e posso dire che le detenzioni per spaccio a Torino sono dimezzate. Se di solito in un territorio così c’erano dai venti ai trenta arresti al giorno, ora siamo arrivati a una decina.

Perché?   Perché lo “svuota carceri” riduce la pena prevista per lo spaccio di quantità modiche dai sei mesi ai quattro anni e mezzo, non importa quale sia il tipo di droga. Il codice di procedura penale prevede che se la pena prevista è fino ai cinque anni si può disporre la custodia cautelare in carcere, al di sotto si possono dare gli arresti domiciliari. Tuttavia la maggior parte di queste persone non hanno una dimora e non possono essere messi ai domiciliari e quindi tornano liberi dopo 48 ore in camera di sicurezza.   Ma ciò vale anche nei casi in cui uno   spacciatore venga arrestato più volte?   Non esistono aggravanti, anche se lo spacciatore è recidivo. Se il pusher venisse condannato più volte nel corso di un anno, ciò comporterebbe degli aumenti minimi della condanna, che non supererebbe i quattro anni e mezzo, e lui rimarrebbe libero di spacciare.   Donatella Ferranti del Pd difende la norma dicendo che tutela quei ragazzini che spacciano tra amici.   Quelli sono casi rari, uno ogni cento. Chi ne usufruisce di più sono certi delinquenti che a questo punto hanno una licenza per spacciare.   Il problema era già stato sollevato a giugno. È cambiato qualcosa nella conversione in legge del decreto?   No, il problema è rimasto. La norma però va cambiata.   Quali modifiche si potrebbero fare?   Basterebbe cambiare i limiti della pena per lo spaccio di modiche quantità, portare il massimo da quattro anni e mezzo a cinque anni per ripristinare la custodia in carcere. Oppure si potrebbe prevedere un range unico per lo spaccio, con un limite minimo di un anno fino a un massimo di venti anni di carcere (previsto per la vendita di grosse quantità di stupefacenti, ndr) lasciando al giudice la possibilità di scegliere. In questo modo non verrebbe impedita la custodia cautelare in carcere.   Il problema vale solo per lo spaccio o ci sono anche altre “categorie” di reati?   Prima c’era il problema provocato dal decreto legge 92 del 26 giugno. Secondo questo testo se un giudice prevede che un arrestato, al termine del processo, debba scontare una pena sotto i tre anni, allora dovrà lasciarlo ai domiciliari. In questo modo però la norma restringe la custodia cautelare per molti reati. La legge di conversione sembra contenere i danni, ma deve ancora essere approvata.   Al momento è stato inserita una norma che prevede il carcere per chi non ha una dimora.

Da Il Fatto Quotidiano del 20/08/2014. Andrea Giambartolomei triskel182.wordpress.com

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Sarà la carenza di stampa satirica, sarà l’incupirsi persino del Giornale, ultima ridotta dell’humour involontario. Fatto sta che, per farsi quattro risate in santa pace, non restano che le cronache dal Quirinale e palazzi limitrofi. Nella fattispecie la tenuta di Castelporziano, dove Giorgio Napolitano trascorre gli ultimi giorni di villeggiatura, sita nell’Agro Romano, con ampio corredo di arenile vietato alla balneazione per non disturbare le abluzioni di Sua Altezza Reale. Il quale l’altroieri ha ricevuto il ministro della Giustizia Andrea Orlando che – assicura una nota ufficiale – “lo ha ragguagliato sulla preparazione di provvedimenti di riforma della giustizia”. L’ultima visita di intrusi, che si sappia, risale a due estati fa, quando Eugenio Scalfari, allora impegnato nella strenua difesa delle indifendibili telefonate fra Mancino e il Quirinale sulla trattativa Stato-mafia, si recò in pellegrinaggio da Re Giorgio.

Come i lettori ricorderanno, la sua marcia di avvicinamento alla reggia fu funestata dall’insalutata presenza di sinistre presenze faunistiche: “un cinghialotto ci passa davanti e scompare nel folto del bosco”, “sulle strisce di prato ai lati del viale saltella qualche merlo e un’upupa. L’‘ilare uccello’ cammina impettito con la piccola cresta sul capo”). Dribblate agilmente le due moleste bestiole, Scalfari incedette furtivo come il cinghialotto e impettito come l’upupa (il Merlo l’aveva lasciato in redazione a becchettare) fino al cospetto di Sua Maestà. Lì chiese “il permesso di togliermi la giacca” e il regnante, magnanimo, acconsentì: “Lui m’aiuta a sfilarmela. Indossa una maglietta azzurra”. Lunedì è toccato al ministro Orlando. Varcato il primo cancello, il cinghialotto non l’ha riconosciuto. “Scusi, lei chi è?”. “Orlando”. “Grazie, ma non compriamo niente”. “Ma sono un ministro”. “Per che cos’era?”. “Le linee guida della giustizia”. “Guardi, i testimoni di Geova sono già passati un’ora fa e della Torre di Guardia abbiamo la collezione completa rilegata in similpelle”. “Intendevo la riforma della giustizia. Renzi m’ha detto di passare”. “Aspetti che chiedo… Sire, qui c’è un tizio che dice di essere il ministro della Giustizia… Faccio passare? Se lo dice lei… Prego, vada pure”. Pochi passi ed ecco l’upupa. “Scusi, lei dove crede di andare?”. “A illustrare la riforma della giustizia al presidente”. L’ancor più ilare uccello, fra sé e sé: “Eccone ‘n artro che se crede er ministro de la ggiustizia, ‘nnamo bbene, porello”. E, ad alta voce: “Vada, vada pure. E tanti auguri eh!”.   La gita fuori porta del Guardasigilli è stata comunque proficua: “incontro cordiale”, assicura La Stampa, è “emersa una condivisione di opinioni tra i due interlocutori”. Il tutto – garantisce Repubblica   – per ben “90 minuti”, durante i quali – informa il Corriere – il presidente ha “valutato positivamente il metodo oltre a diverse questioni di merito”, che naturalmente non è dato conoscere, ma che gli han fatto concludere: “Si è partiti con il piede giusto”, sebbene – beninteso – “il suo ruolo non gli permetta di avere alcun tipo di ‘sentimento’ rispetto alle scelte politiche che governo e Parlamento si preparano a fare”. A questo punto viene da domandarsi perché mai un ministro debba fare tutti quei chilometri per mostrare a un capo dello Stato scevro da qualunque tipo di sentimento le “bozze e ipotesi sulla parte penale e ordinamentale”. Il capo dello Stato non è il padrone del governo o del Parlamento, e neppure il loro Tom Tom. Tra i suoi poteri c’è quello di firmare o respingere alle Camere le leggi che non gli garbano, ma dopo che sono state approvate, non prima che vengano scritte. Forse il Guardasigilli ha sentito dire che da qualche anno il Quirinale ha ripristinato il rito papalino del bacio della pantofola, e ha provveduto in tal senso. O forse, più semplicemente, gli è piaciuta l’idea del suo staff di “graficizzare la riforma – è sempre il Corriere che scrive – con un sommario a forma di rosa… un fiore che ogni giorno si arricchisce di un nuovo petalo ma che ancora non è sbocciato completamente”. E ha pensato di fare cosa gradita andando a piantare la rosa nel vivaio di Castelporziano. A irrorarla e a concimarla ci pensano poi l’upupa e il cinghialotto.

Da Il Fatto Quotidiano del 20/08/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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