Ucraina berlusconi manifesto galera carcere 01Ucraina: raid, gas o partizione?
Le tre opzioni sul tavolo Ue
L’ipotesi Nato Se l’Ucraina fosse ammessa nella Nato il risultato
sarebbe una guerra devastante nel cuore del Vecchio Continente

Per come si sono messi i rapporti di forza sul terreno, sembrano esserci solo tre possibilità per risolvere la crisi dell’Ucraina. Tre opzioni, una peggio dell’altra, purtroppo. La più rovinosa di tutte sarebbe quella di rispondere con le armi alla controffensiva dei separatisti e delle forze speciali russe. A questo punto la mossa risolutiva sarebbe una sola: accogliere immediatamente l’Ucraina nella Nato e applicare senza indugi la norma cardine, l’articolo 5: tutti i Paesi membri accorrono in difesa di un partner sotto attacco militare. Il risultato sarebbe una guerra devastante nel cuore dell’Europa, combattuta tra le strade di città popolose, contro una potenza dotata di temibili armamenti convenzionali, senza considerare la follia delle testate nucleari. L’esperienza degli ultimi sei mesi dimostra che il sostegno indiretto non è sufficiente. Non bastano la benzina dei polacchi o i binocoli degli americani: l’esercito ucraino non ha i mezzi e l’organizzazione per respingere le unità corazzate russe oltre i confini. La Nato è pronta a mandare droni, caccia bombardieri, missili e almeno 15-20 mila soldati per garantire l’inviolabilità dei confini dell’Ucraina? Questa è la domanda chiave, al netto della propaganda, per altro sempre più inutile, man mano che passano i mesi.
La seconda carta è quella delle sanzioni economiche. Ma, ancora una volta, l’evidenza empirica suggerisce che, se si vuole davvero mettere in difficoltà la Russia, occorre applicare misure radicali sulla produzione e l’esportazione di gas e petrolio. Tutto il resto, dal caviale alle banche, non è decisivo. I Paesi europei sono in grado di rinunciare a una quota vitale di energia?
Resta, allora, la strada del negoziato. Ma va imboccata al più presto. Lo scorso aprile i filorussi si sarebbero accontentati di un robusto decentramento politico e amministrativo. A Kiev giuristi ed esperti dibattevano anche in pubblico sulle modifiche costituzionali necessarie. Poi il gruppo dirigente legittimato dalla rivolta di Maidan cancellò tutto, confidando di essere in grado di mantenere l’integrità del Paese. Ciò non è avvenuto e tutto lascia pensare che non avverrà. Nel frattempo i separatisti sono passati a pretendere una formula di federalismo che non esiste in natura. La «Novorossia», così si dovrebbe chiamare il nuovo Stato, rimarrebbe federato a Kiev, ma con la libertà di concludere accordi internazionali. Nel caso specifico: aderire all’Unione doganale promossa da Mosca, con Bielorussia e Kazakistan. Un mostro giuridico: sarebbe come se il Texas firmasse un trattato con il Messico, scavalcando Washington. In realtà i filorussi puntano alla secessione. Ma forse il presidente ucraino Petro Poroshenko ha ancora un modo per limitare il danno: riconoscere un ruolo politico ai ribelli armati. Duro da accettare per un Paese democratico. Durissimo. Meglio, però, infinitamente meglio della guerra e del suicidio economico. Esplora il significato del termine: esta, allora, la strada del negoziato. Ma va imboccata al più presto. Lo scorso aprile i filorussi si sarebbero accontentati di un robusto decentramento politico e amministrativo. A Kiev giuristi ed esperti dibattevano anche in pubblico sulle modifiche costituzionali necessarie. Poi il gruppo dirigente legittimato dalla rivolta di Maidan cancellò tutto, confidando di essere in grado di mantenere l’integrità del Paese. Ciò non è avvenuto e tutto lascia pensare che non avverrà. Nel frattempo i separatisti sono passati a pretendere una formula di federalismo che non esiste in natura. La «Novorossia», così si dovrebbe chiamare il nuovo Stato, rimarrebbe federato a Kiev, ma con la libertà di concludere accordi internazionali. Nel caso specifico: aderire all’Unione doganale promossa da Mosca, con Bielorussia e Kazakistan. Un mostro giuridico: sarebbe come se il Texas firmasse un trattato con il Messico, scavalcando Washington. In realtà i filorussi puntano alla secessione. Ma forse il presidente ucraino Petro Poroshenko ha ancora un modo per limitare il danno: riconoscere un ruolo politico ai ribelli armati. Duro da accettare per un Paese democratico. Durissimo. Meglio, però, infinitamente meglio della guerra e del suicidio economico.

di Giuseppe Sarcina da corriere.it

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marcello_foaRenzi, tecniche di manipolazione. Così seduce e inganna gli italiani

Matteo Renzi è un giocoliere delle parole e non è certo un caso sei da ragazzo era soprannominato “il bomba” ovvero colui che la spara grosse. Il “physique du rôle” d’altronde ce l’ha: tutto guizzi, smorfie, moine. Il premier è dotato di un ego così ipertrofico da impedirgli di capire quando non è il caso ovvero quando la sua naturale teatralità sfocia nel grottesco e, sovente, nel ridicolo.

Ognuno di noi arrosirrebbe se venisse fotografato in pose che evocano più le gag di Mr Bean che la postura consona a un primo ministro. Lui no.
Ed è permaloso, tenace, combattiero, replica colpo su colpo, come ha dimostrato con la scenetta del gelato in risposta agli sberleffi dell’Economist.

L’uomo è fatto così. Ma se fosse solo un istrione di strada oggi non sarebbe Primo Ministro. L’istinto – per far carriera a questi livelli – non basta. Ci vuole anche del metodo. Che non è certo farina del suo sacco.

Per giudicare Renzi non basta esaminarlo con i parametri della politica italiana, bisogna ricorrere a quelli dello spin ovvero delle tecniche che da oltre un ventennio consentono a leader politici anglosassoni ma non solo, di brillare sulla scena politica, dissimulando i loro veri obiettivi politici (ed economici) con una strategia di comunicazione volta a sedurre e a distrarre il pubblico. Da Tony Blair a Bill Clinton a Barack Obama, passando per il primo Nicolas Sarkozy, per l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder e persino per l’ex presidente americano George Bush, inetto nella comunicazione, ma che grazie alle alchimie del suo “stregone” Karl Rove è riuscito a farsi eleggere due volte.

Matteo Renzi è il primo politico italiano che ha raggiunto il potere usando le stesse tecniche e non a caso – a quanto si deduce dalle biografie più autentiche, quelle non agiografiche – ha frequentato gli stessi referenti internazionali, soprattutto anglosassoni.

Discorso lungo, questo che non posso liquidare in un post. Qui mi limito a rilevare due tecniche tipiche dello spin.

Nella fase di creazione del consenso, Renzi ricorreva sistematicamente agli ossimori ovvero alla capacità di accostare termini o concetti in contrastro tra loro. Esempi:
Io sono contro la disoccupazione, però non si può negare che di fronte a certi comportamenti il licenziamento è giusto.
Io da uomo di sinistra riconosco i diritti dei lavoratori, però non possiamo dimenticare quelli degli imprenditori.
Io, da cattolico, sono per la famiglia tradizionale, però non posso non essere solidale con i gay.

In questa maniera Renzi è riuscito a piacere quasi a tutti: a cattolici e atei, alla sinistra chic e alla destra borghese perchè attraverso l’ossimoro ogni ascoltatore si sentiva rassicurato nelle sue convinzioni più profonde e ognuno pensava: Renzi è uno dei nostri.

Poi, una volta al governo, ha applicato la teoria dell’annuncio, sul modello di Tony Blair e del suo bravissimo e spregiudicato spin doctor Alistair Campbell, i quali dovendo “nutrire” la stampa e sapendo che pubblico e giornalisti hanno la memoria corta, si inventarono letteralmente le notizie, prediligendo quelle di facile comprensione, familiari al grande pubblico e sensazionaliste. Quasi tutte naturalmente risultarono dei bluff, però servivano a Blair per passare come un innovatore, movimentista, uno che “cambiava le cose”.

Sia chiaro: in 10 anni a Downing Street Blair ha comunque lasciato il segno, ma se non avesse fatto ampio uso dello spin non sarebbe passato alla storia come un grande comunicatore e probabilmente sarebbe finito rosolato dalla stampa.

Avete capito a chi si ispira Matteo Renzi?

Dubito fortemente che abbia la capacità innovativa di Tony Blair – anche perchè se anche volesse cambiare davvero, le ganasce dell’Unione europea e di Maastricht scatterebbero immediatamente, impedendoglielo – ma sul fronte dello spin può considerarsi il suo italico erede.

Ricordate i primi mesi a Palazzo Chigi? Era una sequenza di annunci roboanti: “una riforma al mese”, prometteva (“A marzo facciamo la riforma del lavoro, ad aprile della Pubblica amministrazione, a maggio del fisco…” e così via). Roboanti quanto alla luce dei fatti inconsistenti. Non ha concluso nulla, però le rifome le ha vestite bene, consapevole della forza degli slogan. Decreto Slocca Italia, Bonus 80 euro, Rivoluzione Giustizia, Miliardi per le Grandi Opere, condite con frasi del tipo:

“Non lasceremo il futuro ai gufi e a chi scommette sul fallimento. Siamo al lavoro”.
“Se l’Italia deve cambiare, nessuno può chiamarsi fuori. Nessuno può tirarsi indietro. Vale per tutti i settori”.
“Dobbiamo giocare all’attacco, non in difesa. Scegliere il coraggio, non la paura”

Così irresistibilmente generiche e volte a suscitare un consenso esclusivamente emotivo. Chi vuole essere dalla parte dei gufi? Chi non vuole cambiare? Chi non ha coraggio?

Nella conferenza stampa odierna il velocista Matteo ha scoperto improvvisamente le virtù del mezzofondo e ha presentato il decreto “Passo Dopo Passo”. L’uomo che voleva cambiare l’Italia in cento giorni ora ne chiede mille, per essere giudicato, udite, udite, nel maggio 2017. Ma naturalmente la colpa non è sua: è dei gufi, dei disfattisti, dei paurosi.

Lui è il pifferaio senza paura. Il dramma è che, a quanto pare, incanta ancora gran parte degli italiani. Per ora.

Marcello Foa da ilgiornale.it

 

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gian-antonio-stella L’ARRETRATEZZA DIGITALE ITALIANA
Quei sorpassi subiti in Rete

Ci ha spezzato le reni, per dirla ironicamente col Duce, anche la Grecia. Da ieri, sentenzia il sito netindex.com che misura la velocità di download domestica sulla base di cinque milioni di test al giorno, siamo novantottesimi al mondo. Dopo l’amata e malmessa Ellade e davanti al Kenya. Nel dicembre 2010 eravamo al 70º posto. Nel dicembre 2012 all’84º. Sempre più giù, giù, giù…
Coi nostri mediocri 8,51 megabyte mediamente scaricabili al secondo siamo ultimi tra i Paesi del G8 (penultimo è il Canada che svetta dal 23,09: il triplo), penultimi tra quelli europei davanti alla Croazia e ultimissimi tra i 34 dell’Ocse. Abissalmente lontani dalla velocità con cui scaricano dal Web i cinesi di Hong Kong, quasi undici volte la nostra, ma anche i sudcoreani, gli svedesi, gli svizzeri. C’è chi dirà: si tratta di realtà disomogenee e in qualche modo eccentriche rispetto alle realtà economiche, tanto da vedere ai primi posti per eccellenza della Rete la Romania, dove però i cittadini dialogano ancor peggio di noi con gli sportelli informatici pubblici.
Vero. Resta il fatto che in classifica siamo staccati di 58 gradini dalla Cina, 65 dalla Spagna, 69 dalla Germania, 71 dalla Gran Bretagna, 76 dalla Francia con la quale fino a una dozzina di anni fa eravamo sostanzialmente alla pari. Per non dire della velocità di upload, cioè del tempo che si impiega per caricare un documento in Rete: quattro anni fa eravamo ottantaseiesimi. Oggi siamo al 157º posto. Molto ma molto più distanti dalla Francia che dal Congo o dal Burkina Faso.
Ora, se il Web servisse solo ai ragazzini per dibattere dei tatuaggi preferiti o alle amanti della tisana per consigliare la menta piperita, poco male. Il nodo, come dimostra un’analisi di MM-One Group su dati Eurostat, è che la Rete è sempre più un volano per l’economia. Il fatturato delle imprese europee ricavato dal Web nel 2013 è stato in media del 14%. Ma la Gran Bretagna e la Slovacchia sono già al 18, la Repubblica ceca al 26, l’Irlanda al 31%: quasi un euro su tre, a Dublino e dintorni, arriva via Internet. Noi siamo al 7%: la metà o meno delle altre europotenze. Per non dire del turismo, che vive un boom spropositato a livello planetario ma che solo parzialmente ci sfiora nonostante il nostro immenso patrimonio culturale, paesaggistico ed enogastronomico.
Il business vacanziero europeo dipende per un quarto dal Web ma la quota si impenna fino al 39% nel Regno Unito. Noi siamo al 17%: nettamente sotto la Francia e la Spagna, le concorrenti dirette. Quanto al rapporto fra cittadini e pubblici sportelli, un’altra ricerca MM-One sui Paesi che sfruttano meglio le potenzialità della Rete dice che, se la Danimarca sta a 100, noi siamo a 9. Umiliante. Come se mancasse la consapevolezza, al centro e in periferia, di quanto il settore sia centrale. Come se nessuno si fosse accorto che perfino qui da noi, negli ultimi anni, come spiega l’Agenda digitale italiana, il Web ha creato 700 mila posti di lavoro: sei volte più degli addetti di un settore storico quale la chimica.
Eppure, davanti a un quadro così, lo stesso governo del primo premier incessantemente affaccendato tra Facebook e Twitter, WhatsApp ed Instagram pare aver deciso, stando alle bozze dello Sblocca Italia, di limitare gli aiuti per l’estensione della banda larga, sulla quale siamo in angoscioso ritardo sulla tabella di marcia europea, agli sgravi fiscali (sostanziosi o meno non si sa) per chi investirà sulle «aree a fallimento di mercato», quelle dove gli operatori non mettono soldi per paura di perderci. Che dire? #inboccaallupo.L’ARRETRATEZZA DIGITALE ITALIANA
Quei sorpassi subiti in Rete
di Gian Antonio Stella
Un computer in Rete  (Ap/Sakuma) Un computer in Rete (Ap/Sakuma) shadow
Ci ha spezzato le reni, per dirla ironicamente col Duce, anche la Grecia. Da ieri, sentenzia il sito netindex.com che misura la velocità di download domestica sulla base di cinque milioni di test al giorno, siamo novantottesimi al mondo. Dopo l’amata e malmessa Ellade e davanti al Kenya. Nel dicembre 2010 eravamo al 70º posto. Nel dicembre 2012 all’84º. Sempre più giù, giù, giù…
Coi nostri mediocri 8,51 megabyte mediamente scaricabili al secondo siamo ultimi tra i Paesi del G8 (penultimo è il Canada che svetta dal 23,09: il triplo), penultimi tra quelli europei davanti alla Croazia e ultimissimi tra i 34 dell’Ocse. Abissalmente lontani dalla velocità con cui scaricano dal Web i cinesi di Hong Kong, quasi undici volte la nostra, ma anche i sudcoreani, gli svedesi, gli svizzeri. C’è chi dirà: si tratta di realtà disomogenee e in qualche modo eccentriche rispetto alle realtà economiche, tanto da vedere ai primi posti per eccellenza della Rete la Romania, dove però i cittadini dialogano ancor peggio di noi con gli sportelli informatici pubblici.
Vero. Resta il fatto che in classifica siamo staccati di 58 gradini dalla Cina, 65 dalla Spagna, 69 dalla Germania, 71 dalla Gran Bretagna, 76 dalla Francia con la quale fino a una dozzina di anni fa eravamo sostanzialmente alla pari. Per non dire della velocità di upload, cioè del tempo che si impiega per caricare un documento in Rete: quattro anni fa eravamo ottantaseiesimi. Oggi siamo al 157º posto. Molto ma molto più distanti dalla Francia che dal Congo o dal Burkina Faso.
Ora, se il Web servisse solo ai ragazzini per dibattere dei tatuaggi preferiti o alle amanti della tisana per consigliare la menta piperita, poco male. Il nodo, come dimostra un’analisi di MM-One Group su dati Eurostat, è che la Rete è sempre più un volano per l’economia. Il fatturato delle imprese europee ricavato dal Web nel 2013 è stato in media del 14%. Ma la Gran Bretagna e la Slovacchia sono già al 18, la Repubblica ceca al 26, l’Irlanda al 31%: quasi un euro su tre, a Dublino e dintorni, arriva via Internet. Noi siamo al 7%: la metà o meno delle altre europotenze. Per non dire del turismo, che vive un boom spropositato a livello planetario ma che solo parzialmente ci sfiora nonostante il nostro immenso patrimonio culturale, paesaggistico ed enogastronomico.
Il business vacanziero europeo dipende per un quarto dal Web ma la quota si impenna fino al 39% nel Regno Unito. Noi siamo al 17%: nettamente sotto la Francia e la Spagna, le concorrenti dirette. Quanto al rapporto fra cittadini e pubblici sportelli, un’altra ricerca MM-One sui Paesi che sfruttano meglio le potenzialità della Rete dice che, se la Danimarca sta a 100, noi siamo a 9. Umiliante. Come se mancasse la consapevolezza, al centro e in periferia, di quanto il settore sia centrale. Come se nessuno si fosse accorto che perfino qui da noi, negli ultimi anni, come spiega l’Agenda digitale italiana, il Web ha creato 700 mila posti di lavoro: sei volte più degli addetti di un settore storico quale la chimica.
Eppure, davanti a un quadro così, lo stesso governo del primo premier incessantemente affaccendato tra Facebook e Twitter, WhatsApp ed Instagram pare aver deciso, stando alle bozze dello Sblocca Italia, di limitare gli aiuti per l’estensione della banda larga, sulla quale siamo in angoscioso ritardo sulla tabella di marcia europea, agli sgravi fiscali (sostanziosi o meno non si sa) per chi investirà sulle «aree a fallimento di mercato», quelle dove gli operatori non mettono soldi per paura di perderci. Che dire? #inboccaallupo.

di Gian Antonio Stella da corriere.it

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stefano feltri 2La “lettizzazione” del primo ministro

DIETRO LE NUOVE COMUNICAZIONI DEL GOVERNO L’INCUBO DEL “DISCORSO PROGRAMMATICO” CHE IL SUO PREDECESSORE USAVA PER TENERE A BADA I SUOI.

A un certo punto sembra rendersene conto persino lui: “Vi sembrano le stesse proposte di cui si parla da anni? Ma noi le stiamo facendo e ci impegniamo fino al 2017”. Matteo Renzi parla, tanto, tantissimo, anche se deve soltanto presentare un sito web pieno di annunci. Sarà il caldo, sarà che questa volta non c’è il gelato polemico contro la copertina dell’Economist, ma all’improvviso Matteo Renzi pare trasfigurarsi in Enrico Letta, deliri mistici da fine estate.   I cronisti della sala stampa di palazzo Chigi sono abituati all’incubo nietzchiano dell’eterno ritorno: la storia si ripete, figurarsi la cronaca. Eppure colpisce vedere la rapidità con la quale anche il rottamatore fiorentino scolorisce assumendo in quel grigiore romano di cui Enrico Letta è stato il massimo interprete.

MENTRE RENZI PARLA, par di vedere svanire i capelli, sembra diventare più secco, quasi gli si intravede un accenno di occhialetti lettiani. Perché troppo simile è lo stile e il contenuto. Dunque: Renzi convoca i giornalisti, tre giorni dopo aver presentato il pacchetto di decreti Sblocca Italia (decreti che ovviamente non esistono in forma cartacea, solo accordi verbali tra ministri), per annunciare la trionfale nascita del sito passo  dopopasso.italia.it  . Per raccontare come “cambiamo l’Italia”, per dare sostanza ai congiuntivi esortativi con cui il premier sottolinea la sua voglia di cambiamento (“Basta rendite di posizione, si cambi”). Pessimo segnale per un leader quando deve darsi da fare per spiegare i suoi successi, è il segno che i giornali non se ne accorgono da soli. Ricordate la versione web dell’Agenda Monti? E, soprattutto, il dimenticato sito di Letta100giorni.governo.it  , dove l’allora premier spiegava l’importanza di concentrarsi “ sempre di più sulle politiche proprio quando lo scontro nella politica sembra farsi incandescente” . Le infografiche meticolose del passodopopasso non hanno più l’esuberanza irriverente delle prime dell’era renziana, quelle degli 80 euro, addobbate con incongrui dettagli (un pesciolino rosso) per far sorridere giornalisti in deliquio. No, ora le tavole sono sobrie, un po’ sulla difensiva, con una somiglianza quasi inquietante con quelle di “Impegno Italia – 12 febbraio”: doveva essere il programma per il rilancio del governo Letta, è diventato il suo testamento. Le priorità di allora sono le stesse di oggi: Europa, crescita, disoccupazione, imprese, lotta alla burocrazia.   UNO DEI SINTOMI della crisi di Letta era l’ossessiva successione di discorsi programmatici: uno ogni due mesi, sempre solenni, sempre più articolati, quando non puoi scegliere meglio promettere tutto. Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme a fianco del premier in conferenza stampa, pronuncia una parola che mai si pensava compatibile con l’eloquio renziano (quello del “tanta roba”).   La Boschi spiega che il programma dei mille giorni, quello rilanciato dal sito passodopopasso, avrà un passaggio parlamentare, ci sarà una “parlamentarizzazione” degli annunci. Non una fiducia, ovviamente, magari una mozione, un atto di indirizzo, una di quelle sottigliezze parlamentari che al pubblico del Tg1 cui si rivolge Renzi tendono a sfuggire. I più sofisticati osservatori propongono questa interpretazione: il piano dei mille giorni è un nuovo programma, un po’ di rimpasto nel governo è inevitabile con la promozione di Federica Mogherini a Bruxelles, e quindi la “parlamentarizzazione” degli annunci sarà un po’ l’inizio di un nuovo governo. Un Renzi bis. O un Letta bis, se la spinta propulsiva declinerà ancora.   Le analogie possono continuare. Il governo che doveva “cambiare verso all’Europa” si arrabatta con gli stessi stratagemmi del temporeggiatore Letta: rinvia il documento di economia e finanza con i conti pubblici, prova a sfangarla con qualche zero virgola di sconto dalla Commissione europea. È quell’approccio del “cacciavite” che Renzi rinfacciava a Letta e che ora Stefano Fassina contesta a Renzi.   Fassina, ex bersaniano, quindi un po’ proto-lettiano, poi anti-renziano, poi normalizzato ora di nuovo critico (evoluzioni). Anche nel programma lettiano c’era quella che Renzi presenta come sua personale novità: le scadenze (che qualche renziano osa già chiamare “cronoprogramma”). Letta ragionava – ingenuo – per trimestri, Renzi procede mese per mese. Che non si sa mai quando converrebbe votare.   C’è solo un dettaglio che rende ancora Renzi ben diverso da Letta: non si vede in giro Gaetano Quagliariello a guidare una qualche commissione di saggi. Ma forse basta aspettare.

Da Il Fatto Quotidiano del 02/09/2014. stefano feltri via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio1Gianni e Pinotti
Chi pensava di aver visto tutto il giorno di Renzi col secchio in testa o col gelato in mano ha dovuto ricredersi ieri, dinanzi al Renzi dei Mille Giorni (risposta italiana alle Mille e una notte, ma molto più fiabesca). E non è finita qui, perché voci insistenti danno Roberta Pinotti e Angelino Alfano in pole position per gli Esteri, con gran sollievo per la Difesa e per l’Interno. La Pinotti è quella che, alle primarie del Pd a Genova, arrivò terza: ma solo perché correvano in tre (se erano in sedici, arrivava sedicesima) e che l’altroieri, alla notizia che il marò Latorre aveva un malore, s’è scapicollata in India per accudirlo (senonché, complice il fuso orario, al suo atterraggio il malato era già guarito). Alfano invece è Alfano. E intendiamoci: l’idea che uno così non tenga più le mani su polizia e servizi segreti è rassicurante. Ma ne sfugge l’attinenza con gli Esteri. Se è per questo, i precedenti esperimenti alla Giustizia, alla segreteria Pdl e all’Interno hanno dimostrato la sua assoluta incompatibilità con qualsiasi incarico e la sua enciclopedica incompetenza su qualunque materia.

Il che lo rende perfetto per qualsivoglia poltrona: essendo negato per tutto, può fare tutto con la medesima impreparazione. Va detto, per inciso, che un ministro degli Esteri dovrebbe parlare qualche lingua estera, mentre il nostro conosce una sola parola straniera (o meglio, quella che lui crede una parola straniera): “vucumprà”. Il mese scorso, giunto in ritardo a Strasburgo su un volo disturbato dal vento, si scusò con la commissaria europea Cecilia Malmström che l’aspettava, inerpicandosi temerario sulla lingua inglese: “Sorry… de uàind…”. La Malmström, svedese dunque padrona dell’inglese, lo guardò esterrefatta, poi tradusse materna e protettiva: “Ah, the wind”. Insomma: l’Angelino da esportazione ci regalerebbe soddisfazioni mai provate neppure ai tempi di Frattini Dry. Che, a differenza di Alfano, s’impegnava poco, non proferiva verbo e, a ogni crisi internazionale, veniva colto a svernare su un atollo caraibico o ad abbronzarsi su una pista da sci. Anche perché i partner europei, conoscendone la mondana indolenza e la decisiva inutilità, si scordavano di invitarlo ai vertici.   Al contrario Angelino, pur essendo un altro pelo superfluo della politica, s’impegna e si agita moltissimo, parla e twitta senza sosta. Nessuno, sventuratamente, l’ha mai visto a riposo. Tanto Frattini era pigro e innocuo, quanto Alfano è attivo e pernicioso. Soprattutto per se stesso, il suo partito (prima il Pdl, ora Ncd) e il suo dicastero. Ogni volta che apre bocca, cioè sempre e di solito fuori sincrono rispetto ai rari pensieri che l’attraversano, fa danni. Fortebraccio diceva di Tanassi: “Tace perché, essendo riuscito ad avere un’idea, ha paura che gli scappi”. Alfano invece, al primo segno di vita del suo neurone, inizia a parlare. Poi però s’inceppa: bocca aperta a fermo immagine, sopracciglia aggrottate, allarme degli astanti che temono una paresi e, mentre chiamano l’ambulanza, lo vedono improvvisamente sbloccarsi per dire cose di devastante inutilità. Il 9 marzo era a Sky a commentare la notizia di tre bambine uccise a Lecco. E lì, forse ispirato dalla toponomastica, giurò ieratico: “Non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato e ignobile, inseguiremo l’assassino finché non l’avremo preso, poi lo faremo stare in carcere fino alla fine dei suoi giorni: ora convoco i vertici della polizia”. Invano la conduttrice tentò di frenarne l’empito e, a gesti, di comunicargli che la madre era stata arrestata da un pezzo e aveva confessato. La polizia s’era dimenticata di avvertirlo, non capacitandosi del fatto che fosse davvero il ministro dell’Interno. Se ora passasse agli Esteri, però, con almeno un paese intratterrebbe ottimi rapporti: il Kazakhstan. E sarebbe comunque un buon inizio, anche per le ottime relazioni di Astana con Mosca. Putin poi adora gli italiani che lo fanno ridere. L’altroieri ha detto: “Se voglio, arrivo a Kiev in due settimane”. Appena vedrà Alfano si correggerà: “Già che ci sono, in tre settimane vengo a Roma”.

Da Il Fatto Quotidiano del 02/09/2014. Marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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