buoni-e-cattivi vittorio feltri con Stefano LorenzettoStragi, togliere il segreto non ci darà la verità
La mossa di Renzi non servirà a scoprire la verità

Sia lodato Matteo Renzi che intende togliere il segreto di Stato su tutte le schifezze commesse in Italia negli ultimi 70 anni e delle quali non si è mai saputo nulla di certo, anche perché la magistratura e le forze dell’ordine appartengono al genere umano e non sono capaci di compiere miracoli.

L’iniziativa del baby premier è da applaudire, e noi per primi battiamo le mani pur consapevoli che a tanta attesa di luce farà riscontro un buio ancora più fitto di quello in cui siamo stati avvolti finora.
Solamente i fessi dediti da sempre alla dietrologia e i cultori del complottismo più stolido possono sperare di avere finalmente conferma alle loro elucubrazioni. Lo sperano vivamente e fremono dal desiderio di compulsare le carte occultate in ossequio alla ragion di Stato. Ma quale ragion di Stato se non quella di evitare di spacciare congetture e supposizioni per distillati di verità? Chiunque sia dotato di un minimo di senso comune sa – senza bisogno di scoperchiare il pentolone dei cosiddetti segreti – che gli autori delle stragi di piazza Fontana, dell’Italicus e della stazione di Bologna, se non sono stati beccati sin qui, è solo perché sconosciuti, e tali rimarranno per sempre.
Sono stati celebrati processi a iosa, condannati degli innocenti, perseguite decine di personaggi. Risultato: zero. Aspettarsi dall’abolizione del segreto di Stato chissà quali rivelazioni è da ingenui. S’illudono coloro i quali, per lustri e lustri, hanno sospettato che a far esplodere le bombe assassine e stragiste sia stata la Cia, s’illudono di avere presto fra le mani i certificati della propria lungimiranza. Saranno smentiti e ridicolizzati.
I dossier sepolti tanto a lungo nell’oblio, una volta resi accessibili alla pubblica curiosità, dimostreranno soltanto la stupidità di chi ha creduto nella strategia della tensione, nel terrorismo di Stato, nelle frottole diffuse ad arte da politici e giornalisti eccitati all’idea che l’anarchico Pinelli non si sia gettato dalla finestra per suicidarsi, bensì lo abbia scaraventato giù in cortile la polizia italiana, in ottemperanza alle disposizioni degli Usa, complice la Democrazia cristiana. Quelle scartoffie segretate sono piene solo d’ipotesi strampalate, di supposizioni, interrogatori inutili, indicazioni d’indagini senza costrutto e a nulla approdate.
Qualcuno allora domanderà: se si tratta d’idiozie, perché sono state sottratte alla legittima sete di giustizia degli italiani? Ma ragazzi, scendete dalla pianta. Dare in pasto al pubblico materiale delicato che coinvolge, senza riscontri attendibili, Paesi amici o poco amici sarebbe stato rischioso: avrebbe potuto compromettere rapporti internazionali importanti, inguaiare gente che non c’entrava nulla con le nostre vicende interne, creare confusione e sollevare dubbi infondati.
Nessuna nazione seria si sarebbe avventurata in una simile operazione non di verità, bensì di puro e gratuito sputtanamento, privo inoltre di qualsivoglia indizio solido. In ogni caso, visto che sono trascorsi decenni, ben venga un po’ di chiarezza. Servirà se non altro a chiudere la bocca ai dietrologi che ci hanno ammorbato per una vita con le loro fantasie da malati psichiatrici e, purtroppo, bevute quale rosolio da milioni di cittadini che guardavano alla dittatura del popolo come a un mezzo idoneo alla liberazione dei popoli.

vittorio feltri da ilgiornale.it

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marcello-venezianiLa retorica impunita
A che serve riprendere quarant’anni dopo la retorica della mobilitazione antifascista sulle stragi impunite?

A che serve riprendere quarant’anni dopo la retorica della mobilitazione antifascista sulle stragi impunite? Abolire il segreto di Stato è stata un’altra furbata di Renzi perché è una mossa ad effetto; ma della verità non si troveranno più nemmeno le ossa. In compenso saranno resuscitati i professionisti dello stragismo. E alcuni magistrati ribalteranno alcune sentenze usando una formula inquietante che già si affaccia nei nostri tribunali: quella sentenza è «illogica» e dunque va riscritta. Non conta la verità dei fatti o l’assenza di prove, ma se una sentenza è logica o illogica. Siamo al teorema ideo-logico.

Ma sullo stragismo vorrei capire cosa muove i figli di vittime illustri delle Brigate rosse o di Lotta Continua a concentrare la loro attenzione retroattiva sulle stragi impunite con una chiave di lettura che fu assunta a priori: chiara marca fascista con l’appoggio dei poteri oscuri. Tesi in molti casi non confermata: i fascisti delle stragi, quando non sono stati incriminati solo per un teorema, sono stati usati come manovalanza in un disegno più grande di loro, tra poteri di Stato più o meno deviati, servizi segreti di potenze straniere e criminalità mafiosa. E l’effetto politico delle stragi non fu destabilizzare ma stabilizzare il sistema (e ghettizzare il Msi allora in ascesa). Invece i suddetti orfani per mano del terrorismo rosso, magari scrivono a fianco dei carnefici dei loro padri, senza problemi, ma si mobilitano contro l’Uomo Nero del Passato. E la sinistra, grata, apre loro carriere luminose.

marcello veneziani da ilgiornale.it

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aldo-grassoStorie drammatiche
al «Grande Fratello»

«Grande Fratello» è un programma che necessita di tempo per carburare: bisogna aver modo di far conoscenza con i concorrenti e le loro personalità, la fidelizzazione del pubblico passa tutta attraverso la progressiva confidenza con le loro piccole banalità quotidiane, le liti, le storie d’amore. Per la cronaca quest’anno ce ne sono tre in corso. Per questo, arrivati al giro di boa della 13esima edizione, si può fare qualche riflessione sulla tenuta del format (Canale 5, lunedì, ore 21.20). Come sempre avviene in questo tipo di reality, il cast è tutto, e sembra che quest’anno le scelte fatte abbiano funzionato discretamente.

Per uscire dalla logica dell’indistinzione (si stenta a ricordare qualche protagonista delle ultime edizioni), quest’anno si è scelto di puntare su personaggi molto caratterizzati, facilmente riconoscibili, a volte portatori di storie personali anche drammatiche, che potessero accendere il dibattito nella vita reale e soprattutto sui social network. Per esempio Valentina, la ragazza che ha perso un braccio in un incidente stradale (il pubblico è stato meno politically correct della produzione e l’ha eliminata), e Samba, il giovane senegalese «adottato» da una famiglia di Altamura dopo mille difficoltà.
Per un curioso paradosso, più del programma si parla male, più va bene: «Grande Fratello» è una specie di vampiro che deve nutrirsi dei discorsi sugli altri mezzi di comunicazione per alimentare la propria esistenza.

Dopo l’esperimento iniziale con la grande opinionista Manuela Arcuri e il semisconosciuto Cesare Cunaccia, è arrivata Vladimir Luxuria, ben capace di inserirsi nel flusso molto pop dei temi all’ordine del giorno del reality (si va da una concorrente che non s’impegna nella prova di ballo a un amore non ricambiato) e di stemperare la conduzione ansiogena e «leggerina» di Alessia Marcuzzi.

di Aldo Grasso da corriere.it

francesco-giavazzi-alberto alesinaUna lezione allo sportello

La ragione, forse la più importante, che spiega perché i Paesi dell’euro stanno impiegando tanto più tempo degli Stati Uniti ad uscire dalla crisi riguarda le banche e, in particolare, la mancanza di credito. Questo è accaduto perché, negli interventi di politica economica successivi alla crisi, abbiamo fatto le cose nell’ordine sbagliato. Abbiamo cercato di ridurre i debiti e i deficit dei conti pubblici, dimenticandoci o quasi delle banche. Ma senza credito un’economia non funziona e quindi non cresce, e senza crescita rimettere in ordine i conti è molto difficile.
Una banca può fare nuovi prestiti se ha sufficiente capitale. Se lo ha perso, come è accaduto durante la crisi finanziaria e la lunga recessione che l’ha seguita, e non lo ricostituisce, non solo non farà nuovi prestiti, ridurrà anche le linee di credito concesse in passato. Il governo federale degli Stati Uniti ha prima obbligato gli istituti di credito a ricostituire il capitale perduto durante la crisi, solo dopo si è occupato della finanza pubblica. In Europa le banche sono ancora piu importanti. Negli Stati Uniti solo metà del credito alle imprese viene dalle banche (il resto direttamente dai mercati tramite azioni e obbligazioni) mentre in Europa è oltre l’80%. L’Europa quindi si sarebbe dovuta preoccupare ancor di più e ancor prima delle proprie banche. Ma non l’ha fatto e ora ne paga le conseguenze.
Ricapitalizzare le banche è difficile perché il nuovo capitale riduce il valore delle azioni possedute dai vecchi azionisti, e questi, comprensibilmente, si oppongono. Il governo di Washington già nel 2009 intervenne in modo deciso: o le banche trovavano nuovo capitale oppure il governo federale sarebbe intervenuto acquistando esso stesso le loro azioni. La paura di trovarsi un funzionario del Tesoro americano nel consiglio di amministrazione (alla Goldman Sachs è successo per qualche mese) ha messo a tacere le resistenze dei vecchi azionisti.
In Europa invece non è accaduto: per due motivi. Innanzitutto i vecchi azionisti delle banche, ciascuno nel proprio Paese, erano molto potenti: per esempio le fondazioni bancarie in Spagna e in Italia, i governi dei Länder in Germania. Quando hanno sottoscritto aumenti di capitale lo hanno fatto con il contagocce. Nelle scorse settimane la Federal Reserve di Washington ha imposto agli otto maggiori istituti americani un capitale pari ad almeno il 5% del totale dei loro investimenti, senza entrare nel dettaglio di quanto essi fossero rischiosi. In Europa siamo intorno al 3%. Il secondo motivo è che l’Europa non ha un governo federale come quello di Washington, capace di prevalere sugli interessi «locali». In Italia qualche segnale di cambiamento si intravede con il ritorno di interesse da parte degli investitori internazionali, americani in particolare. E qualcosa, soprattutto dopo gli interventi della Bce, si è mosso anche sul fronte della maggiore disponibilità di credito per le imprese. In qualche modo anche i recenti aumenti di capitale vanno nella giusta direzione. Ma ancora non basta.
Per ricapitalizzare le banche è necessario spostare le decisioni lontano dalle capitali europee, e quindi dagli interessi che ne frenano i governi. Per questo la legge sull’Unione bancaria europea è la decisione più importante che l’Ue ha preso da quando fu introdotto l’euro. L’aspetto centrale della nuova legge – approvata una settimana fa dal Parlamento europeo, forse la prima volta che l’assemblea di Strasburgo discute e vara una legge davvero rilevante – è lo spostamento delle decisioni dai governi e dalle banche centrali dei singoli Paesi alla Bce – che diviene responsabile della vigilanza sulle 130 maggiori banche europee – e ad una nuova istituzione, il Fondo per la risoluzione delle crisi bancarie, che verrà progressivamente alimentato da contributi delle banche.
La nuova legge sposta le decisioni al livello sovranazionale stabilendo che spetti alla Banca centrale europea decidere se un istituto si trovi nelle condizioni critiche previste per l’avvio delle procedure di risoluzione. La possibilità che interessi nazionali blocchino, attraverso il Consiglio europeo, le decisioni della Bce è limitata in quanto il Consiglio può intervenire solo se richiesto dalla Commissione europea – che per farlo dovrebbe opporsi a una decisione della Bce, evento assai improbabile. È quindi Francoforte che deciderà di quanto nuovo capitale una banca ha bisogno, e in che misura vecchi azionisti e creditori (esclusi i clienti i cui depositi sono garantiti fino a 100 mila euro) debbano partecipare accettando delle perdite. Non era mai accaduto che gli azionisti e i creditori di una banca potessero essere chiamati a subire le conseguenze di una cattiva gestione. Finora grazie ai loro appoggi politici si erano sempre salvati.
La crisi finanziaria del 2008-2009 aveva reso palesi le tante manchevolezze insite in un’imperfetta costruzione della moneta unica, e più in generale dell’Unione Europea. Finalmente si sta riparando a uno dei guasti iniziali, anche se con notevole ritardo.
Un’unione monetaria è fragile senza un’unione bancaria cosi come un mercato unico è impossibile senza un controllo europeo sulla concorrenza, una funzione che l’Europa assolve bene. Anche per quanto riguarda la finanza pubblica l’Europa e il suo Parlamento diventeranno sempre piu centrali. Ecco perché le prossime elezioni europee sono importanti e gli elettori dovranno scegliere persone oneste e preparate. Fino ad ora il Parlamento europeo ha fatto ben poco. Ora le cose potrebbero cambiare.

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi da corriere.it

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natangelo renzi vende la fontana di treviL’UNIVERSITÀ Per Renzi è tutto, infatti la taglia
MA COME? Di fronte alla crisi economica parti dalle scuole? Sì: di fronte alla crisi economica non puoi non partire dalle scuole”. Matteo Renzi lo disse durante il suo primo discorso in Parlamento, quello per la fiducia. Al congresso del Pse a Roma la mise ancora meglio: “La sfida è avere attenzione per scuola, università e ricerca”. E infatti l’attenzione non è mancata: quella mediatica con la visita in vari istituti della penisola e l’annuncio (solo questo per ora) di un nuovo piano per l’edilizia scolastica; e quella contabile che si è espressa in un taglio da 30 milioni quest’anno e 45 a partire dal prossimo al Fondo di finanziamento ordinario dell’università (una sforbiciata, di cui ancora non si conosce l’entità, dovrebbe toccare pure al Fondo per gli enti di ricerca) per pagare il bonus fiscale da 80 euro per chi guadagna tra ottomila e 24 mila euro l’anno. Il ministro per così dire, competente, Stefania Giannini, prima ha gioito perché non c’erano i soliti tagli all’università, poi in un’intervista a Repubblica ha negato che si tratti di tagli (“sono accantonamenti necessari per motivi di contabilità”) per poi ammettere che “a tutti i ministeri sono stati chiesti sacrifici” e quindi “abbiamo dovuto mettere quella voce a bilancio”. C’è chi dice, persino tra i vecchi vertici della Conferenza dei rettori, che non si tratta poi di una cifra eccessiva per un Fondo che vale quest’anno 6,8 miliardi di euro: sarebbe però il caso di ricordare che nel 2008 lo stesso Fondo superava i nove miliardi ed è stato in questi anni una delle vittime preferite di tutti i ministri dell’Economia, Giulio Tremonti su tutti.

Ammettendo pure che si tratti di spiccioli, “il segnale di attenzione” del premier è arrivato forte e chiaro: l’università è ancora terreno di caccia per i tagliatori della spesa pubblica.

Eppure con toni aulici – sempre al congresso del Pse di inizio marzo – s’era sdilinquito sul Rinascimento e quei furbacchioni dei banchieri fiorentini che “capirono che investire in operazioni culturali era la chiave per il successo” e che “bisognava garantire l’accesso al sapere a tutti, anche e soprattutto ai figli dei piu’ poveri”, così da favorire quella mobilità sociale che è “motore della crescita”. Insomma, Matteo la teoria la sa, speriamo passi alla pratica.

Da Il Fatto Quotidiano del 23/04/2014.  Marco Palombi via triskel182.wordpress.com

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