vanity_fair_marco_travaglio3Verba votant

ParoleDavvero avvincente questa regressione alla tradizione orale, a prima di Gutenberg, anzi a prima dell’invenzione della scrittura, a prima dei Sumeri e dei caratteri cuneiformi, per giunta spacciata per modernità o postmodernità. Mentre Casaleggio ricorda a giornali e giornalisti che devono morire (mo’ me lo segno), mentre tutti presenziano in gramaglie ai funerali del talk show politico, mentre il pie’ veloce Renzi è già oltre con il selfie a bordo dei labbroni alla pummarola della D’Urso, l’Italia tutta discute per sei giorni di una manovra che non c’è: o meglio, che fino a ieri esisteva solo nelle conferenze stampa, nelle slide, nelle interviste di Renzi & Padoan e nelle “reazioni” di maggioranza ed eventuali opposizioni, nell’“ira delle Regioni” e nel “gelo dei sindacati”. La sua versione scritta è arrivata al Quirinale per la firma solo a metà pomeriggio, e lì s’è scoperto che non era neppure quella buona: anziché quella uscita dal Consiglio dei ministri del 15 ottobre (in forma orale), poi peraltro modificata nei giorni successivi dal Tesoro (sempre in forma orale), era quella entrata nel Cdm medesimo (pure quella orale), addirittura priva delle modifiche apportate in Cdm (sempre oralmente) dai vari membri del governo, e a maggior ragione sprovvista dei ritocchi (anch’essi orali) del Tesoro.

Ragion per cui era sguarnita della “bollinatura” della Ragioneria, antiquata e polverosa istituzione che pretende testi scritti per fare le somme e controllare che i conti tornino. Un po’ come l’Ue, anch’essa tristemente ancorata alla tradizione cartacea. Ora sul Colle si registra una certa “irritazione”, perché il presidente non sa dove e cosa firmerà.   E dire che già venerdì 17, due giorni dopo il Cdm, Napolitano era parso convertirsi alla postmodernità renziana con uno sperticato elogio della manovra che nessuno aveva letto per la semplice ragione che nessuno l’aveva scritta: “Ci sono misure importanti per la crescita, sia direttamente per quel che riguarda le politiche di investimenti, sia indirettamente per quello che riguarda la riduzione della pressione fiscale”. Parole così definitive da far supporre che almeno lui avesse avuto il privilegio di leggere qualcosa. Invece niente: era la versione orale della firma in bianco. Sulla fiducia. Con Renzi basta la parola, anzi il pensiero. L’idea platonica di Manovra, che non richiede fastidiosi e defatiganti passaggi dalla forma alla materia. Del resto, Lui non ha tempo da perdere: mentre i vecchi gufi si attardano nella vana attesa di un testo scritto, il Pie’ Veloce già galoppa nell’iperuranio di nuove Idee: tipo gli 80 euro a chi fa un figlio nel 2015 e poi – come ha scritto Daniela Ranieri – i 160 a chi lo chiama Matteo. Seguiranno la tassa sui single, l’oro alla patria e magari – mi voglio rovinare – la ribonifica delle paludi pontine e la ribattaglia del grano, per chiudere in bellezza con il ripartito unico della Nazione.   Se la tradizione orale la usa il governo, figurarsi le opposizioni che non possono nemmeno far nulla di concreto. Salvini, l’altro Matteo, spaccia a una piazza Duomo gremitissima l’infallibile ricetta della Lega contro gli immigrati: non spiega perché, in 11 anni di governo su 20, la Lega non sia mai riuscita ad applicarla. E tutti i giornali elogiano la sua grande abilità di nuovo leader del centrodestra, sorvolando sulla presenza al suo fianco dei razzisti-fascisti di Casa Pound che inneggiano al Duce. Grillo, sempre nella tradizione orale, prima dice al Circo Massimo “ben vengano i dissidenti”, poi il presentatore ne fa salire quattro sul palco, infine Grillo sul blog ne annuncia l’espulsione (dimenticando di farla votare dalla mitica Rete) perché avrebbero “approfittato del loro ruolo di responsabili della sicurezza per occupare il palco”. Sui giornali il post demenziale finisce mischiato a quello stra-ovvio che chiede l’espulsione dei clandestini e le visite mediche per chiunque arrivi dall’Africa: è esattamente quel che prevedono le leggi italiane ed europee, ma se lo dice uno che non si chiama Matteo (forse perché sguarnito del supporto di Casa Pound) diventa fascismo. È il bello della tradizione orale: verba volant. E votant.

Da Il Fatto Quotidiano del 22/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio3Pantani, ma quale complotto

4 ANNI PRIMA DEL TEST DEL 1999 A MADONNA DI CAMPIGLIO IL “PIRATA” AVEVA EMATOCRITI ABNORMI.

Da quando la Procura di Forlì ha aperto un’inchiesta sul controllo antidoping che, il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, scoprì l’“ematocrito” fuori norma di Marco Pantani e lo squalificò dal Giro d’Italia quand’era maglia rosa e dunque favoritissimo a due tappe dal traguardo finale, è ripartita la rumba del grande complotto contro il Pirata. La stessa rumba che si ripropone periodicamente da quando, il 14 febbraio 2004, il campione del ciclismo tricolore fu trovato morto in uno squallido residence di Rimini per un’overdose da cocaina. Da allora i genitori e i fan non si rassegnano alla triste storia di un atleta che fece carriera barando con il doping – come peraltro gran parte dei suoi colleghi del tempo – passando poi, una volta uscito di scena, alle droghe pesanti. Così evocano mirabolanti congiure ed escogitano fantasiose quanto disperate spiegazioni alternative alla prosaica realtà, spalleggiati da una stampa smemorata e sempre a caccia di notizie sensazionali.
Ora, per carità: il procuratore di Forlì Sergio Sottani, magistrato serio e onesto, fa benissimo a verificare i sospetti di mamma Tonina Belletti e le rivelazioni del bandito Renato Vallanzasca (l’inchiesta è aperta contro ignoti per le ipotesi di reato di associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva e alla truffa). La signora ha raccolto le confidenze di Vittorio Savini, vicesindaco di Cesenatico e capo dei Fan Club del Pirata, il quale ricorda di aver ricevuto, il 6 giugno 1999, la telefonata anonima di un tizio con forte accento meridionale che invitava i tifosi a non fare tanto casino, perché “tanto Marco non sarebbe comunque arrivato a Milano”, traguardo dell’ultima tappa del Giro. Il bel Renè invece racconta che un malavitoso suo compagno di cella nel carcere di Opera gli suggerì di non puntare soldi sulla vittoria del Pirata, perché il racket delle scommesse clandestine gestito dalla camorra avrebbe fatto in modo di levare di mezzo Pantani prima della fine del Giro d’Italia per non uscirne “sbancato”. Dunque – è l’ipotesi al vaglio degli inquirenti – l’esame antidoping a tutela dei corridori del Giro (la famosa campagna del Coni “Io non rischio la salute”, cui aderiva anche la federazione ciclismo Uci, per fermare gli atleti dopati che si giocavano la pelle correndo col sangue ridotto a marmellata) sarebbe stato truccato, con uno scambio o un riscaldamento delle provette, per alzargli l’ematocrito (cioè la percentuale di globuli rossi nel sangue) oltre la soglia massima consentita del 50% (addirittura a 51,9) ed eliminarlo da una gara praticamente già vinta.
Sarà molto difficile dimostrare una congiura così gigantesca, che dovrebbe coinvolgere decine di persone, nessuna delle quali avrebbe aperto bocca per 15 anni. Anche perché i medici che effettuarono quel controllo sono tutti vivi, e sono fior di esperti e professori del ramo: Michelangelo Partenope, ora dirigente di Ematologia dell’ospedale Sant’Anna di Como, e i suoi collaboratori Eugenio Sala e Mario Spinelli. I quali hanno già ricordato alcuni dettagli di quel test: nella stanza del prelievo, all’Hotel Turing di Madonna di Campiglio, c’erano ben 7 testimoni; la fiala fu portata nella camera d’albergo del medico-capo e subito analizzata insieme a quelle del secondo classificato, Paolo Savoldelli, e di altri 8 corridori davanti ad altri 4 testimoni; l’ematocrito di Pantani risultò “fuori norma”, a un livello di 51,8. La macchina fu ri-tarata per un secondo esame: ancora fuori norma. Furono subito convocati Pantani, il direttore sportivo e il medico della sua squadra, la Mercatone Uno. Pantani non andò, il ds e il dottore invece sì: e assistettero ad altri due controlli, sempre con lo stesso esito. Il campione e il materiale analitico furono subito sequestrati dalla Guardia di Finanza che li sottopose a perizia per conto della Procura di Trento: perizia che, al processo, confermò l’assoluta regolarità delle analisi.

Ora l’ex medico della Mercatone, Roberto Rempi, obietta che la sera prima aveva testato l’ematocrito di Pantani, che era risultato di 48 e aggiunge: “Se non fosse stato nei limiti, l’avremmo potuto correggere”. Cioè: Pantani e il suo staff si portavano appresso una sofisticata apparecchiatura per le analisi del sangue detta “centrifuga”, dunque temevano i controlli antidoping: altrimenti perché mai un atleta sano, il cui ematocrito medio – come vedremo – era 45, ben 5 punti sotto la soglia massima consentita dal protocollo Coni e Uci, dovrebbe controllarselo continuamente? Un elemento già emerso – come vedremo – al processo di Forlì, ritenuto dal giudice uno degli elementi più indizianti sull’abitudine di Pantani a doparsi, probabilmente all’insaputa dei sanitari della sua squadra e ricorrendo a medici “esterni”.   In ogni caso, anche nell’eventualità che l’inchiesta accerti un interesse della malavita a penalizzare Pantani al Giro d’Italia del ’99, o addirittura un’alterazione delle provette nel test del 5 giugno di quell’anno, ben difficilmente riuscirebbe a dimostrare che il Pirata era “pulito”. Cioè estraneo al doping. Giornali e tifosi così eccitati dall’inchiesta di Forlì dimenticano che, purtroppo, non fu quella l’unica volta in cui Pantani fu beccato con un ematocrito abnorme che, insieme ad altri valori ematici coerenti, non si spiega se non con un abuso di Ertropoietina (la famigerata Epo) in dosi da cavallo.   L’ANDAMENTO a zigzag del sangue ballerino del Pirata è raccontato per filo e per segno dalle carte dell’inchiesta aperta 15 anni fa dal procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello sul mega-ematocrito riscontrato a Pantani durante il suo ricovero all’ospedale Cto dopo un rovinoso incidente durante la Milano-Torino il 18 ottobre 1995. Il processo si tenne nel 2000 a Forlì, dove la Cassazione aveva trasferito il caso per competenza in quanto il campione risiedeva a Cesenatico. E si concluse in primo grado con la condanna di Pantani a 3 mesi per frode sportiva; e in appello nel 2001 con l’assoluzione, ma non per una diversa valutazione dei fatti (il doping fu confermato), bensì per una diversa interpretazione della legge nata nel 1989 dopo i primi scandali delle scommesse e scritta con i piedi (i giudici ritennero che la frode sportiva fosse imputabile solo ai dirigenti e ai medici che “dopano” l’atleta, e non all’“autodoping” di quest’ultimo, che in Italia è punibile solo dal 2000: dunque, nel 1995, “il fatto non era previsto dalla legge come reato”).   L’indagine e il processo ruotavano attorno alla consulenza tecnica disposta da Guariniello e affidata ai professori Gianmartino Benzi dell’Università di Pavia e Adriana Ceci dell’Università di Genova, due luminari in ematologia nonché consulenti della commissione scientifica antidoping del Coni: un dossier di 58 pagine che ricostruiva minuto per minuto la storia clinica ed ematologica di Pantani. Già nel ’95, quattro anni prima di Madonna di Campiglio, travolto da un’auto mentre correva la Milano-Torino con i colleghi Dall’Oglio e Secchiari e trasportato al Cto del capoluogo piemontese con una gamba fratturata, Pantani aveva   – scrivono i due consulenti – “valori ematologici abnormi”: ematocrito al 60.1%, 20,8 gr. per 100 millilitri di emoglobina, 6.690.000 di globuli rossi per millimetro cubo e ferritinemia (quantità di ferro nel sangue) a 1.500 cioè fuori controllo. Valori“anomali e tutti coerenti fra loro”, giustificabili con “un’unica spiegazione: l’assunzione di sostanze atte a sollecitare l’eritropoiesi”. Vale a dire: eritropoietina, l’ormone vietatissimo agli atleti perché ne altera le prestazioni sportive. Dal dossier, che raccoglie centinaia di documenti fra test ed esami clinici dal 1994 al 1999, per lo più condotti dagli stessi medici di Pantani, confrontati con le statistiche e le medie degli altri corridori italiani, emerge un’autentica “prassi del doping”. Dimostrata anche dai valori ematici contenuti nelle cartelle cliniche di un altro ricovero di poco precedente a quello torinese: il 1° maggio 1995 il Pirata era stato investito da un’auto a Rimini mentre si allenava per il Giro d’Italia e gli fu riscontrato unematocrito del 57%. Poi, quattro anni dopo, il famoso test di Madonna di Campiglio che gli costò l’ultima maglia rosa della sua carriera e ne segnò l’irreversibile declino.   I suoi avvocati, Fernando Santoni e Bruno Guazzaloca, assistiti dall’ematologo bolognese Sante Tura come consulente di parte, spiegarono i suoi clamorosi sbalzi ematici dopo l’incidente alla Milano-Torino con quattro cause “lecite”: 1) le caratteristiche congenite del sangue di Pantani; 2) la sua partecipazione ai Mondiali in Colombia, in altura, dieci giorni prima, l’8 ottobre ’95; 3) la disidratazione dei corridori a fine corsa, cioè al momento dello scontro con l’auto; 4) la scarsa attendibilità degli esami del sangue effettuati al Cto. Ma i consulenti del pm Benzi e Ceci smontarono tutti e quattro i punti. 1) Dal ’94 al ’99 l’ematocrito medio di Pantani era al 45%, solo leggermente più alto di quello medio (44%) degli altri corridori ciclisti, come risulta dai dati ufficiali del Coni e dell’Uci. 2) Dagli studi sui possibili effetti dell’altura, risulta che l’ematocrito può aumentare al massimo di 3 punti, non certo 15, e che gli effetti durano al massimo 4-5 giorni, non 10.   E POI, nell’incidente di cinque mesi prima a Rimini, Pantani aveva già un incredibile 57: senz’aver ancora mai visto la Colombia. Dopodiché saltò il Giro d’Italia e a giugno i suoi medici gli riscontrarono un normalissimo 45. 3) L’effetto-disidratazione è smentito sia dai dati ematochimici (sodio, potassio e calcio nel sangue) di Pantani il giorno del ricovero, sia dagli “ematocriti del tutto normali” degli altri due ciclisti coinvolti nello stesso incidente: 40,3 per Dall’Oglio, 46,1 per Secchiari. 4) I due professori, dopo aver interrogato insieme al pm i medici e gli infermieri del Cto, e aver esaminato i macchinari utilizzati dall’ospedale torinese, conclusero che “prelievi e analisi furono effettuati a regola d’arte”. E comunque il   Cto poteva aver nulla a che fare con gli sbalzi riscontrati prima a Rimini e poi a Campiglio.   La conclusione dei professori Benzi e Ceci era dunque impietosa: anche gli altri valori ematologici, “globuli rossi, emoglobina e ferritinemia, sono assolutamente anomali sia per una persona normale, sia per un atleta di alto livello, sia per lo stesso Pantani” con la sua media di 45%. Anche l’overdose di ferro era un altro “elemento coerente”: la spia di un trattamento ripetuto per compensare gli effetti dell’Epo, che aumenta l’emoglobina, ma necessita di robuste quantità di quella sostanza minerale.   Al processo di Rimini, poi, testimoniò il primario ortopedico del Cto di Torino, professor Massimo Cartasegna. La giudice Luisa Del Bianco gli domandò: “È ipotizzabile che qualcuno abbia somministrato Epo a Pantani a insaputa della struttura ospedaliera?”. E lui rispose: “Sì, anche se mi spiace ammetterlo”. Raccontò che due uomini si erano presentati come medici sociali della squadra di Pantani e giusto, ma gli ordini sono questi. FUORI UNO. Lo sprint l’ha vinto Corini. È il primo allenatore esonerato della Serie A. Il Chievo l’ha scaricato dopo il k.o. di Roma. Al suo posto, Maran. Che, la scorsa stagione a Catania, venne licenziato due volte. Corini, lui, aveva avvicendato Sannino, nel novembre 2013, proprio al Chievo. L’ex isola felice di Luca Campedelli, sempre più isola e semseguirono minuto per minuto la sua degenza. Dopo l’intervento chirurgico alla gamba, il campione evidenziava “problemi di sangue strani”: dopo il super-ematocrito a 60,1 al momento del ricovero e dell’operazione, nei giorni seguenti Pantani iniziò a manifestare una progressiva anemizzazione. Cioè un crollo verticale dei globuli rossi e dunque dell’ematocrito, che il 22 ottobre (al quarto giorno in ospedale) era sceso a 20, e il giorno 25 era precipitato a 16. Il valore era talmente preoccupante che Cartasegna domandò ai due medici sociali se Pantani avesse fatto uso di Epo. I due “tergiversarono, non dissero né sì, né no”.   LA STESSA domanda pose a Pantani. E anche lui “non disse né sì né no”. Il 25 ottobre gli fu praticata una trasfusione di due sacche ematiche e “dal giorno dopo migliorò”. Anche perché “qualcuno”, quasi a compensare una sorta di astinenza da Epo, gliene somministrò una dose di nascosto dai medici del Cto.   Come se tutto ciò non bastasse, nell’estate del 2013 la commissione d’inchiesta del Senato francese sulla lotta al doping ha pubblicato la sua relazione finale, con una rivelazione sconvolgente: molti ciclisti di vari paesi, concorrenti al Tour de France del 1998, fecero uso di Epo. Compresi i primi tre classificati: la maglia gialla Marco Pantani, il tedesco Jan Ullrich e lo statunitense Bobby Julich. Il dato risulta dai “test retroattivi” svolti nel 2004 dai laboratori di Chatenay-Malabry su campioni di sangue prelevati nel 1998. Eppure, diversamente dal caso di Lance Armstrong e di altri ciclisti dopati, Pantani non s’è mai visto cancellare dagli Albi d’Oro né revocare uno solo dei titoli sportivi conquistati negli anni dell’Epo sospettata e accertata: né dalla federazione ciclistica internazionale, né da quella italiana. Forse, anziché inseguire improbabili complotti e impossibili riabilitazioni, varrebbe la pena di seguire il consiglio di Stefano Garzelli, storico gregario del Pirata: “Lasciamo che Marco riposi in pace”.   pre meno felice.   FORMICA. Il Toro di Quagliarella e Amauri ha un punto in meno del Toro di Immobile e Cerci. Ventura ha adeguato gli schemi all’addio dei gemelli. Meno caviale, più noccioline. E Quagliarella. Ha firmato ben quattro dei cinque gol aziendali, tutti preziosi meno uno (a Napoli). Tra gli scalpi, l’Udinese: dura lex sed “l’ex”.   SU E GIÙ. La parabola del Parma ha del romanzesco. A maggio si piazzò sesto, e solo beghe amministrative gli tolsero l’Europa League. Oggi è ultimo. Ha perso anche a Bergamo, su papera di Mirante. Mercato e infortuni ne hanno spolpato la rosa. Cassano non basta, la difesa è la peggiore della Serie A, Donadoni rischia. Eppure resta un signor tecnico (e un tecnico signore).

Da Il Fatto Quotidiano del 21/10/2014.

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vanity_fair_marco_travaglio1Ma mi faccia il piacere
CoeRenzi. “Le Regioni facciano la loro parte, hanno qualcosa da farsi perdonare: penso al comportamento di alcuni consiglieri regionali…” (Matteo Renzi, Pd, presidente del Consiglio, 16-10). Non per nulla quattro ex-consiglieri inquisiti li ho portati al governo, uno l’ho candidato a governatore dell’Emilia Romagna e ai consigli regionali farò scegliere i nuovi senatori. Così si fanno perdonare. No problem. “Renzi promette: ‘Niente contributi per i neoassunti’” (La Stampa, 14-10). Tanto non ce ne saranno.   Giorgio e Pinotti. “Dopo Napolitano, una donna sul Colle” (Roberta Pinotti, Pd, ministro della Difesa, Libero, 12-10). Una a caso.   Viva la Fca. “Tra nostalgia e nuovismo, Marchionne sfonda a Wall Street” (Il Foglio, 14-10). I soliti problemi ai freni.   Vigili Urbani. “È Renzi il futuro del centrodestra” (Giuliano Urbani, cofondatore di Forza Italia, Libero, 18-10). Senza parole.   Affinità elettive. “Berlusconi attacca il governo: ‘Non è più una democrazia’” (Repubblica, 13-10). Per questo gli piace tanto.

Decretazione d’urgenza. “’Maggioranza assoluta’. Renzi rispolvera il sogno di Veltroni” (Repubblica, 12-10). È il prossimo decreto del governo?   Scola Cantorum. “Il no ai divorziati resta, ma non è un castigo. E sugli omosessuali la Chiesa è stata lenta” (card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, Repubblica, 12-10). Pare che, in clandestinità, ancora sopravvivano alcuni cardinali etero.   Alfabeta. “Unioni gay sì, nozze no. Gli autografi di Marino li faccio annullare tutti” (Angelino Alfano, Ncd, ministro dell’Interno, Repubblica, 19-10). Mi basta una   X.   Al cittadino non far sapere. “Ruby-Berlusconi, le critiche di Canzio al giudice dissidente. Il presidente della Corte d’appello: ‘Tranfa scorretto, il riserbo è dovere assoluto’” (Repubblica, 19-10). Se no poi la gente capisce che abbiamo assolto un colpevole.   Il portafortuna. “La minaccia di Burlando ai cronisti: ‘Siete una cosa inqualificabile, farete una brutta fine’” (Repubblica, 19-10). Cose che càpitano a chi è governato da lui.

Le ultime volontà. “Giorgio Napolitano, prima di lasciare il suo incarico al Quirinale, vorrebbe che le leggi costituzionali fossero state quantomeno ampiamente avviate e tra queste la legge elettorale, la giustizia civile, la riforma del lavoro” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 19-10). Che però sono tre leggi ordinarie, non costituzionali. Ma forse Scalfari voleva dire “incostituzionali”.   Se non è zuppa è pan bagnato.   “Riformo la giustizia anche con Forza Italia: giusto andare oltre la maggioranza e coinvolgere le opposizioni” (Andrea Orlando, Pd, Corriere della sera, 19-10). Quindi la Costituzione si riforma con Forza Italia, mentre invece la giustizia si riforma con le opposizioni, cioè con Forza Italia.   Sant’Expo. “Bisogna chiudere il carcere di San Vittore” (Andrea Orlando, ibidem). Ma come, non ci fanno l’Espo 2015?   Il Signor Bonaventura. “Con il premio assunzioni previsti 400 mila nuovi posti di lavoro” (Repubblica, 17-10). “Possibili 800 mila nuovi posti di lavoro” (Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, 19-10). Berlusconi: facciamo un milione, cifra tonda, e non ne parliamo più. Attentato! “Il teste Napolitano in balia di legali e pm. L’assenza dei boss non mette il Quirinale al riparo dai colpi bassi” (Massimo Bordin, Panorama, 22-10). Rischia addirittura che gli facciano qualche domanda.   Scilipotellana. “M5S, gogna web per l’ex Orellana. ‘colpevole’ di aver fatto da ‘stampella’ al governo Renzi” (Corriere della sera, 16-120). Ma sì, dai, riabilitiamo anche Razzi e Scilipoti.   Curriculum. “Errani respinge la corte di Renzi. Il premier lo vuole sottosegretario all’Economia. Ma l’ex governatore, per ora, non accetta” (La Stampa, 15-10). È solo condannato in appello: per avere i titoli, aspetta la condanna definitiva.   Grasso che cola. “Nello stallo sulla Consulta spuntano 94 voti a Grasso. Lui: scherzo o provocazione” (Corriere della sera, 15-10). La sola idea di Grasso giudice costituzionale fa ridere persino lui.   L’amico degli amici. “L’amico Matteo mi ha deluso: da lui neppure un sms” (Sergio Chiamparino, Pd, presidente della Regione Piemonte, La Stampa, 18-10). Prova a dare un’occhiata a Twitter.   Riabilitare. “Vallanzasca può riabilitare Pantani” (Libero, 18-10). Se no, proviamo con Totò Riina.   Arti superiori. “Giuseppe Di Lello, l’ex braccio destro di Falcone: ‘Napolitano è un bersaglio. Stato-mafia? È una commedia, non un processo’” (La Stampa, 12-10). Ma quanti bracci destri aveva il povero Falcone?

Da Il Fatto Quotidiano del 20710/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio2Molto show, poco talk
Ma è così strano indignarsi davanti allo scempio di una città e di una regione malgovernate da decenni che quasi ogni anno contano i morti e all’ipocrisia dei responsabili che cementificano tutto e poi pontificano in tv col culetto al caldo nei loro salotti? Davvero parlare di queste porcate chiamandole col loro nome e chiedendone conto a chi le ha fatte è violazione del bon ton e rifiuto del contraddittorio? Davvero è bestemmiare gli angeli invitare uno spalatore diciassettenne a guardare il faccione sformato di chi l’ha costretto e sempre lo costringerà a spalare, e a pretenderne spiegazioni anziché farsene ipnotizzare? Non sarà che il problema è opposto a quello agitato dalle suorine delle buone maniere e della linesotis delle presunte regole, e cioè che nessuno ha mai detto in faccia a questi sepolcri imbiancati (di calce) quel che si meritavano, aiutandoli a rimpinzarsi di voti e di soldi a suon di grattacieli, palazzi-alveare, parcheggi, ipermercati, porti turistici, dando fra l’altro un sacco di lavoro ai giudici e ai secondini?

Se i colpevoli sono tutti al potere, convertiti in tarda età al renzismo per rottamare non si sa chi, è anche perché troppa gente si lascia abbindolare dai diversivi retorici tipo “angeli del fango” che, intendiamoci, fanno benissimo e vanno ringraziati, purché però non si prestino a distrarre l’attenzione dai portatori del fango.   Quanto a me, attendo che qualcuno mi dica un solo fatto non vero tra quelli che ho ricordato giovedì. Ma temo che anche stavolta, come sempre dal Satyricon di Luttazzi nel 2001, la domanda resterà inevasa. Molto più facile dipingere i fatti come “insulti” e le critiche come “rissa”, anche se me ne sono andato proprio per evitare di trascendere davvero negl’insulti e nella rissa. Restare calmi e zitti in quella bolgia di bugie e ipocrisie è un’impresa che può riuscire ai figuranti da talk show, marionette senza sangue che s’incazzano e si placano a comando, poi vanno a farsi due spaghi insieme. Io, quando sento certe balle e vedo certe facce, mi indigno per davvero, specie se ci sono morti che chiedono giustizia. Chi insinua dissensi politici fra il conduttore renziano e il collaboratore grillino, risentimenti per l’ora tarda, nervosismi da share, gelosie da primedonne, mente per la gola. Qui la questione è un po’ più seria. Esiste ancora nel talk show uno spazio indipendente per il talk inteso come racconto di fatti veri al riparo dallo show, cioè del pollaio gabellato per “contraddittorio” e “ascolto” dove chi ha torto e mente passa dalla parte della ragione e della verità solo perché se ne sta comodo a cuccia, certo dell’impunità politica che gli consente di sgovernare da 30 anni, in una notte dove tutte le vacche sono nere? Prima di domandarsi se il collaboratore fa la pace col conduttore e torna a bordo, andrebbe sciolto un rebus: cosa rimane, del giornalismo come lo conosciamo tutti, nei talk show?   Resterebbe da parlare del solito Merlo che, in perfetta simbiosi col mèchato di Libero, mi accusa su Repubblica di essermi “illividito da maramaldo in cattiverie biografiche contro Burlando”, anzi “il povero Burlando”, dopo una vita di “tv dell’insulto” (ma quali? me ne dica uno) “senza contraddittorio, senza risposte né domande, chiuso e protetto nel recinto del monologo sprezzante”. Questo presunto giornalista di cui sfuggono le notizie e soprattutto i lettori (quando Repubblica testava con sondaggi le sue firme più lette, Merlo guadagnava sempre l’ultima posizione), questo finto frondeur che si crede Sciascia e Brancati solo perché è nato in Sicilia Orientale e passa il tempo a intrecciare merletti barocchi senza mai prendere posizione, se non per bastonare chi si oppone al sistema, non ha mai visto una puntata di Annozero e Servizio Pubblico. Sennò saprebbe che in 8 anni ho risposto a migliaia di domande e affrontato centinaia di contraddittorii, senza che nessuno riuscisse a smentire una sola mia parola. Piuttosto, quando mai il Merlettaio s’è sottoposto al contraddittorio? Perché non chiede al direttore di Repubblica di affiancare ai suoi articoli una replica del primo che passa? Forse perché già conosce la replica: “Ma chi è questo Merlo?”.

Da Il Fatto Quotidiano del 19/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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scalfari vignettaNave senza nocchiere in gran  tempesta, non donna di province, ma bordello!

I titoli dei miei articoli domenicali li faccio utilizzando spesso i versi dei poeti che si attengono secondo me a descrivere il tema meglio d’ogni altra soluzione. Di solito utilizzo Dante ma non sempre. Questa volta m’era venuto in mente paggio Fernando, un bellissimo giovane che gioca una partita a scacchi con una principessa straniera che corteggia e vuole sposare.

Direi che Renzi che gioca e corteggia Angela Merkel sarebbe stato un buon titolo e un bel finale perché Renzi avrebbe vinto la partita e conquistato la principessa. La gioiosa commedia la scrisse a fine Ottocento Giuseppe Giacosa e fu rappresentata con successo in moltissimi teatri italiani. Ma non credo che le cose sarebbero andate e andranno a quel modo. Sicché sono tornato al canto VI del Purgatorio dantesco di qui il titolo che avrete certamente già letto.

C’è però in quel titolo un errore che mi corre l’obbligo professionale di indicare ai lettori: non è vero che la nave Italia sia senza nocchiere. Il nocchiere c’è ed è Matteo Renzi.

Somiglia, è vero, a paggio Fernando ma è molto più duro di lui e esperto principalmente o soltanto in quella che si chiama politica politichese. Una buona parte dei leader italiani di questo periodo ha questa stessa e sola competenza. Per approfondire temi specifici e specializzati si valgono di collaboratori non sempre all’altezza della situazione. I consulenti di Renzi più noti (a parte Padoan che è un caso speciale emanato a suo tempo dalla volontà di Giorgio Napolitano) sono per lo più donne: la Mogherini, la Madia, la Boschi e tante altre ancora.

Intelligenti senza dubbio ma con scarsa esperienza e conoscenza delle questioni che dovrebbero trattare per dar consigli al loro leader il quale peraltro molti consigli e molto autorevoli non sempre li riceve di buon grado; la politica politichese è appunto questo: si inventa da sola le soluzioni.

Talvolta sono buone e danno buoni risultati, tal altre (il più delle volte) sono pessime e travolgono il Paese nel peggio. Voglio sperare che questa sia la volta buona.

Una delle ragioni per le quali Renzi non può essere battuto in un’aula del Parlamento è che mancano le alternative o almeno così si dice.

È curiosa questa mancanza di alternative della quale l’Italia da quando esiste come Stato repubblicano, ma anche prima, non avvertiva l’assenza. Dopo De Gasperi nella Dc venne Fanfani e con lui La Pira e Dossetti e poi De Mita e poi Cossiga. In un momento di estrema difficoltà economica e politica, l’allora primo ministro Giuliano Amato suggerì al presidente Scalfaro di chiamare a formare il nuovo governo Carlo Azeglio Ciampi e fu un vero e proprio trionfo perché tutte le soluzioni che gli erano state poste furono entro un anno portate a compimento e si fecero le nuove elezioni. Naturalmente Renzi ha degli appoggi ed anche importanti e uno di questi è Giorgio Napolitano il quale, prima di lasciare il suo incarico al Quirinale, vorrebbe che le leggi costituzionali fossero state quantomeno ampiamente avviate e tra queste la legge elettorale, la giustizia civile, la riforma del lavoro. Un tema, anzi un numero sterminato di temi, che farli tutti insieme è molto aleatorio.

Quando Renzi arrivò al governo dopo aver conquistato il Pd con un voto di tre milioni di simpatizzanti, e poi con un colpo di mano si mise al posto di Letta, sembrava che non ci fossero alternative di sorta e sembra tuttora, ma non è affatto vero. Ci sono alternative per il Quirinale, ci sono alternative per la Presidenza del Consiglio. Basta pensare ai nomi di Romano Prodi, Enrico Letta, Walter Veltroni, e molti altri che mi sembra inutile ora elencare e che possono essere tratti anche dalla Corte Costituzionale e da altri luoghi dove persone tra i sessantacinque e i settant’anni hanno formato una loro esperienza di vita.

La mancanza di alternative è dunque una scusa che è stata usata infinite volte in tutti i Paesi. Pensate a Obama di fronte alla dinastia dei Bush o pensate a Mitterrand dopo il postgollismo che aveva in mano il Paese e pensate infine a quanto accadde in Germania quando Schroeder diventò cancelliere e fece riforme fondamentali per ammodernare l’economia tedesca; poi perdette le elezioni successive ma ci fu una larga coalizione con la Merkel che non aveva nulla di simile alle larghe intese che tuttora dominano lo scenario italiano.

La posta in gioco in questo momento (lo dicono tutti e in tutti i Paesi) è quella di ravvivare lo spirito del popolo italiano e da questo punto di vista Renzi sembra la persona più adatta: ha coraggio, è spregiudicato, conosce alla perfezione la politica politichese, è un po’ scarso nella qualità dei collaboratori.

All’inizio del periodo renziano, quando con un colpo di pugnale alla schiena fece fuori Enrico Letta dopo averlo rassicurato fino a poche ore prima, sembrava che il processo di risanamento e di rifondazione dello Stato sarebbe stato compiuto nientemeno che in quatto mesi, da giugno a settembre: la riforma elettorale, la riforma del Senato e la sua pratica abolizione, il Titolo V, la giustizia soprattutto quella civile ma non soltanto, e, perla tra tutte le perle, il mercato del lavoro. Quattro mesi per questo lavoro.

Renzi ci mise la faccia, poi quando ha visto come andavano le cose la faccia l’ha ritirata immediatamente e adesso non si sa dove quella faccia la conservi. Da quattro mesi passammo a mille giorni cioè all’intera legislatura.

Sembra molto, ma non lo è. Aldo Moro che di queste cose se ne intendeva a fondo, disse in un’intervista che ci volevano almeno vent’anni per rifondare lo Stato italiano e che quei vent’anni lui li voleva passare in alleanza tra il popolo cattolico e quello operaio dei lavoratori comunisti. Purtroppo lo disse quindici giorni prima di esser rapito dalle Br e due mesi e mezzo prima di esserne trucidato. E così quel disegno procedette ancora un poco zoppicando e poi scomparve. Adesso si parla di manovra. All’inizio, quando dai quattro mesi il crono-programma passò ai mille giorni, si parlò di 23 miliardi che poi salirono a 24, poi a 26, poi a 30, poi a 33 e infine, tre giorni fa, a 36.

Ora si spera che restino questi perché non si tratta di ricchezze miliardarie a nostra disposizione.
C’è un punto che resta fisso: il deficit di bilancio non supererà il 3 per cento. Lo sfiorerà, questo sì, cavandone una cifra di 11 miliardi.

Naturalmente speriamo che la caduta di due giorni fa degli spread di tutto il mondo e delle quotazioni di Borsa delle banche sia decisamente superata come è apparso venerdì mattina, ma coi tempi molti bui nei quali viviamo non ci si può contare in modo certo. Potrebbero nuovamente crescere o non diminuire abbastanza nel quale caso il risparmio che ce ne attendiamo almeno in parte si volatilizzerebbe. Speriamo comunque nel meglio.

C’è poi il ricavo dell’evasione fiscale contabilizzato per circa 3 miliardi. Di solito l’evasione fiscale viene contabilizzata quando è stata incassata e non quando è semplicemente prevista, ma capisco che la situazione è tale per cui la politica politichese impone questo strappo e pazienza.

La spending review dovrebbe dare 15 miliardi. Cottarelli aveva studiato a fondo per due anni questo problema, coadiuvato da persone di estrema competenza. Non paragonabile a quella delle ragazze di paggio Fernando. La conclusione era stata una trasformazione delle strutture dello Stato a cominciare dalla sanità, dai piccoli ospedali, dai posti di pronto soccorso, dai piccoli tribunali o preture. Apparentemente potrebbe sembrare che l’idea centrale di Cottarelli fosse quella di abolire fin dove possibile i piccoli insediamenti sanitari o amministrativi o giudiziari concentrando il massimo del lavoro su quelli maggiori.

In realtà, come sa chi ha avuto modo di parlare con lui e con i suoi collaboratori, il progetto non era esattamente questo. I piccoli ospedali se situati in zone di difficile accesso dovevano restare e diventare semmai più efficienti e la stessa cosa dicesi per i pronto soccorsi che ne diventavano in qualche modo una filiale minore. Naturalmente bisognava rimodernare in tutti i sensi (quello edilizio compreso) i grandi ospedali eliminando alcuni dei baroni che ormai avevano fatto il tempo loro e potevano tranquillamente proseguire i loro studi e le loro consulenze a casa propria o nei propri studi privati. Analoghi criteri valevano anche per i tribunali e le preture. Non c’era una lotta ad oltranza per far sparire i piccoli e concentrarsi sui grossi ma c’era una selezione tra piccoli efficienti e necessari e grossi a volte pletorici e invecchiati. Questo era il piano – per quanto risulta a me – di Cottarelli. Ma è un piano che mi ricorda le parole e le previsioni tempistiche di Aldo Moro, che non sono certo mille giorni. Io spero tuttavia che Renzi ce la faccia. Tra l’altro mi fa simpatia, del resto è normale perché la seduzione è il suo requisito principale e su quello basa il suo potere in modo non molto dissimile se non in meglio del Berlusca che l’aveva preceduto.

Il “figlio buono”. E speriamo che lo sia. Ma se non lo sarà non portiamo in giro la favola che è insostituibile. I principi azzurri sono delle apparizioni di fantasia. Spesso risvegliano le ragazze, ma spesso no e risvegliano soltanto i Cappuccetti Rossi con i guai che ne vengono appresso.

Post scriptum. Vorrei dedicare qualche parola al tema che mi pare non più citato, dell’articolo 18. Ricorderete tutti come fu messo e perché e come fu salutato dai lavoratori che vedevano finalmente scomparire o attenuarsi i padroni e comparire al loro posto imprenditori capaci e disposti a lavorare come e più di loro.

Naturalmente il tempo passa e la società cambia e quindi il tema della giusta causa doveva necessariamente esser ridotto. Lo fece la Fornero, ministro del Lavoro nel governo Monti, donna di sinistra sociale. Restrinse i motivi di giusta causa alla discriminazione indicando a titolo esemplificativo la discriminazione di genere e di etnia. Ma era esemplificativo perché ci potevano essere una serie di discriminazioni abilmente nascoste ma che pure tali erano. Se per esempio l’imprenditore decide di licenziare un lavoratore perché ha gli occhi azzurri e gli sono antipatici, il lavoratore ha diritto di appellarsi al giudice per sapere se questa è una giusta causa non più esistente o una discriminazione esistente. Francamente non so quale sarebbe la risposta del giudice ma ho dei dubbi che sia certamente negativa per il lavoratore. Si possono fare decine e decine di altri esempi, per esempio quello di un lavoratore che viene licenziato perché fa la corte alla moglie dell’imprenditore la quale lo ricambia. È un problema privato o comporta anche un licenziamento? E se lo comporta, il licenziato non può appellarsi alla giurisdizione? E quale giurisdizione, perché alla fine di tribunale in Corte di appello e di Corte d’appello in Cassazione si arriva inevitabilmente alla Corte costituzionale la quale deve affrontare se la discriminazione sia in realtà una giusta causa oppure no. In molti casi non lo sarà, in altri lo sarà, sempre che sia approvata.

Io mi rendo conto che l’abolizione dell’articolo18 – che non conta assolutamente nulla per le ragioni sopraddette – rappresenti però una mano tesa di Renzi alla Confindustria e agli ambienti che ad essa si riferiscono.

Qui il politichese fa il suo gioco ed è naturale che lo faccia. Ma i lavoratori tuttora protetti, sia pure in modi più labili, sono 6 milioni di persone, che equivalgono a 10 milioni comprese le famiglie, ai quali bisogna aggiungere un indotto quindi si parla di molti milioni di persone. Che faranno queste persone? Scenderanno nelle piazze rispondendo alla Camusso e a Landini? Oppure andranno a farsi una partitina a carte e bere una birra in un parco fresco di qualche città? Mancano ormai pochi giorni e per quanto mi riguarda aspetto con molta curiosità se il vero politichese di chi dirige un partito soi-disant di sinistra democratica abbia convenienza a farsi stringer la mano più e più volte dal presidente della Confindustria e lotti a pugni con Camusso, Landini e dieci o dodici milioni di persone. Ecco un punto che per ora non so risolvere ma tra pochi giorni potremo parlarne con più attenzione.

Eugenio Scalfari da repubblica.it

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