grillo travaglioEroi un par di palle
Allegria! Torna – lo annuncia Repubblica – il finanziamento pubblico ai partiti. Qualcuno dirà: perché, era mai andato via? No, ma l’anno scorso era passata una legge targata Letta che lo trasformava da diretto a indiretto: dal 2017 i partiti incasseranno più o meno gli stessi soldi di prima a carico nostro, ma sotto forma di sconti e agevolazioni al posto dei “rimborsi” a pioggia e a forfait. Solo che ora dovranno almeno rendicontare le spese elettorali, mentre prima si facevano rimborsare anche quelle inesistenti. E non ne vogliono sapere, anche perché per vent’anni si erano regalati un paio di miliardi camuffati da rimborsi per le campagne elettorali, mentre per i tre quarti erano finanziamenti alle loro elefantiache strutture, ma non potevano ammetterlo, salvo confessare la truffa per aggirare il referendum del 1993.

La scusa che i vari Sposetti (tesoriere dei Ds, che non esistono più, ma hanno ancora un tesoro e dunque un tesoriere), i forzisti Rossi e Abrignani (quello che brigava per trasferire da Rebibbia un camerata della banda romana), Paglia (Sel), Rampelli (FdI) & C. hanno escogitato è strepitosa. Il sempre vispo Gasparri la mette giù così: “Abbiamo votato una legge sbagliata che moltiplica i casi di corruzione”. Cioè: siccome i politici di Mafia Capitale erano a libro paga di imprese tipo la coop rosso-nera 29Giugno in cambio di appalti pubblici (a costi supergonfiati, si capisce, per accollare le tangenti a noi), è molto meglio che li prendano direttamente dalle casse dello Stato, cioè dalle nostre tasche. Invece di chiedere scusa in ginocchio per l’ennesima razzia e di votare subito un decreto che metta al riparo il denaro pubblico da certe grinfie, punisca severamente chi ci riprova e riduca all’osso i costi dei partiti, questi impuniti usano le proprie rapine per legalizzarne altre. E ci prendono anche in giro, facendo credere che le mazzette romane siano la conseguenza della legge del 2013, mentre sono state pagate e incassate ben prima che entrasse in vigore. Per arrotondare i “rimborsi”.   La verità è che i partiti hanno sempre rubato, a prescindere dal finanziamento pubblico: prima che venisse istituito, nel 1974, la corruzione esisteva già; è proseguita per vent’anni, integrandolo; è continuata imperterrita nell’ultimo ventennio, dopo il referendum del ‘93, con i finti “rimborsi elettorali”; e seguita a imperversare anche con la legge del 2013. Perché non nasce dai “costi della politica” o “della democrazia”, come raccontano le anime belle, ma dall’avidità e dalla ladroneria della classe dirigente più losca dell’Occidente. Cioè dal patto collusivo, criminale, mafioso fra politici e imprenditori. La differenza rispetto alla Prima Repubblica è che allora le imprese erano forti e queste facevano il bello e il brutto tempo; ma erano forti anche i partiti, che le lasciavano scorrazzare in cambio del pizzo, che in privato si chiamava tangente e in pubblico “primato della politica”. Oggi invece le imprese sono deboli, quasi tutte imputate e in stato comatoso, e i partiti ancor di più, infatti si accontentano di prendere ordini in cambio di qualche mancetta. Craxi, noto corrotto e concussore, non si sarebbe mai sognato di copiare un documento di Confindustria e trasformarlo in legge, come ha fatto Renzi col Jobs Act. Né si sarebbe azzardato a strusciarsi al maglioncino unticcio di Marchionne e a definire gli imprenditori “eroi del nostro tempo”. Le marchette agli industriali le faceva anche lui, ben remunerate peraltro, ma di nascosto: in pubblico non si sarebbe mai ridotto a tatuaggio dei padroni delle ferriere. Anche perché, a chiamare “eroi” gl’imprenditori più incapaci, rapaci e criminali del pianeta (non solo per le mazzette e le frodi fiscali, ma anche per i rapporti con mafiosi, Guerci e Spezzapollici, e per i disastri ambientali impunibili per legge), gli sarebbe venuto da ridere. Ci voleva giusto un premier di 39 anni, soidisant “rottamatore”, per abbattere l’ultimo muro di ipocrisia e fare le serenate al chiaro di luna a Squinzi. In fondo, come dice Davigo, la differenza fra i vecchi e i nuovi politici non è che abbiano smesso di rubare: ma solo di vergognarsi.

Da Il Fatto Quotidiano del 21/12/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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scalfari boccaTutto comincia da tre parole di Conrad sulla vita

Nel 1913 Joseph Conrad scrisse forse il più bello dei tanti suoi romanzi e io comincerò con questa frase: “La storia degli uomini sulla terra fin dall’alba dei tempi si può riassumere in parole infinitamente evocative: “Nacquero, soffrirono, morirono”. E tuttavia, che grande racconto!”

Dei tanti fatti accaduti in questi giorni, che vanno dalla pace finalmente scoppiata tra gli Stati Uniti d’America e Cuba, auspice papa Francesco, ancora una volta fattore di amicizia e solidarietà tra gli uomini, al progetto d’una intesa di Europa e Usa con Putin, fino all’ultima riunione del Consiglio dei capi di governo dell’Ue sotto la presidenza semestrale italiana che tra pochi giorni sarà scaduta; la frase di Conrad fornisce meglio di qualunque altro discorso l’essenza e mi fa pensare alla spiegazione dei dieci comandamenti mosaici fatta il 15 e il 16 scorsi da Roberto Benigni su RaiUno. Che racconto! Come dice Conrad dopo aver riassunto in tre parole la miserabilità della nostra vita.

Sbaglia chi pensa che Benigni sia un comico: è un grande attore che come tutti i grandi attori è anche il regista e lo sceneggiatore di se stesso e sceglie qualunque occasione per raccontare la vita, il suo aspetto drammatico e quello comico, i suoi significati spesso reconditi. Ridendo, lacrimando, gridando e mormorando, facendo vivere quello che finora forse avevano ignorato. C’è un passaggio di quella sua recita che mi ha colpito, quello in cui Benigni (e Franco Marcoaldi, che con lui ha preparato il testo) pongono al centro della tradizione mosaica questo concetto.

È quello secondo il quale spesso il corpo delle persone corre molto più velocemente lasciando l’anima indietro. Bisogna impedire che questo avvenga per evitare che l’anima, lontana dal suo corpo, si smarrisca e si perda. Il rapporto tra corpo e anima è la condizione che rende possibile la persona umana, la sua storia, il suo viaggio dentro di sé e la sua ricerca di amicizia e di solidarietà con gli altri, con il mondo che ci circonda.

Papa Francesco ha telefonato a Benigni e si è congratulato con lui. È vero: Roberto ha parlato per quattro ore di Dio. Quattro ore, che racconto! Dio  –  ha detto illustrando i comandamenti  –  è serenità ma è anche tragedia, è anche gelosia, è anche misericordia. Forse c’è. Ma il dubbio aleggia di continuo intorno alla sua figura, alle stragi terribili e orribili che l’uomo ha compiuto e ancora compie, quando l’anima si distacca dal corpo e lascia solo l’animale che siamo, la belva che possiamo diventare, mentre il Dio onnipotente lascia correre e sembra aver abbandonato la sua creatura.

Il Papa si è congratulato. Lui è sicuro che Dio pensa a noi senza interruzione, ma sa che esiste il dubbio e la miscredenza. Francesco si dà carico cercando nei limiti di una persona come tutte le altre di affrettare il cammino dell’anima affinché la bestia che è in noi si volga verso il Bene. Poi sarà il nostro libero arbitrio a scegliere quale sia il Bene e spesso se ne servirà a proprio uso e consumo.

***

Il muro tra l’America e Cuba è caduto e questo è un fatto di capitale importanza perché Cuba non è soltanto la grande isola che fronteggia la Florida e il Messico. Cuba rappresenta l’America centrale e meridionale che si affaccia sul grande golfo dei Caraibi, il Venezuela, la Colombia, il Guatemala, il Costa Rica, Panama, El Salvador, Porto Rico, Honduras. Li rappresenta non nel senso formale ma sostanziale del termine. Ed è proprio quell’aspetto che spiega l’interesse di Jorge Bergoglio nel far cadere quel muro. Papa Francesco patrocina una grande unione di tutta l’America Latina. Non è un interesse politico che non ha e non vuole che l’abbia la Chiesa. È un interesse spirituale, il medesimo che è contenuto nel suo recente discorso al Parlamento europeo.

Sono regioni dove il cattolicesimo è molto presente, insieme ad alcune Chiese protestanti. Una confederazione che andasse dall’Equatore fino all’Antartide e dal Pacifico all’Atlantico sarebbe una terra di missione formidabile e l’intero mondo cristiano ne riceverebbe un impulso missionario con effetti su tutto il Pianeta. Questa è l’importanza della nuova stagione che si apre tra Washington e L’Avana. Obama ci vede un successo che dà prestigio al suo gran finale, Raul Castro si attende un miglioramento sostanziale del tenore di vita del suo popolo. Papa Francesco spera in un’immensa prateria per le missioni della Chiesa. E tutti e tre colgono la verità di ciò che è accaduto e accadrà nel futuro.

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Renzi intanto ha avuto a Bruxelles l’ultimo incontro con i colleghi dei Paesi membri dell’Ue e con la Commissione presieduta da Juncker. Chi ha vinto, chi ha perso: fioccano sui giornali le interpretazioni della tradizionale politica del rigore economico e quella, evocata ma non ancora entrata in funzione, della crescita.

Il punteggio di questa partita che ormai si protrae da almeno un anno è zero a zero. Non è stato deciso niente anche se è stato detto tutto a sostegno dell’una e dell’altra tesi. Il Paese che ai tempi delle vacche grasse, cioè nel periodo tra il 1995 e il 2005, utilizzò le abbondanti risorse disponibili per modernizzare lo Stato, le imprese, lo status dei lavoratori, fu la Germania ed anche la Gran Bretagna di Tony Blair fece lo stesso.

Altri Paesi furono a mezza strada in quella direzione (la Polonia fu uno di quelli). Altri ancora (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro) dissiparono allegramente (da noi ci fu la “Milano da bere”, anzi l’Italia da bere, di craxiana e poi berlusconiana memoria) aumentando fino a livelli stellari il debito pubblico e insieme con esso l’evasione fiscale, il lavoro nero, la corruzione, i proventi della criminalità organizzata e la sua diffusione in tutto il Paese e il collegamento con le mafie internazionali (giapponese, marsigliese, colombiana, russa, albanese, turca, americana, tedesca, romena, slovacca) insomma una cintura planetaria, ovunque contigua alla classe politica e perfino a quella giudiziaria.

Questa purtroppo è l’Europa. Sarebbe andata avanti così ancora per qualche anno, poi sarebbe precipitata a fondo dal Mar Mediterraneo a quello Baltico. Ma nel 2007 è scoppiata in America la più grande crisi economica che si ricordi, più profonda, più vasta, più duratura perfino di quella del 1929.

Questa, che dura tuttora, è avvenuta quando già da sette anni era nata la moneta comune: i sei fondatori, tra i quali c’eravamo anche noi, sono ormai 18 e stanno per diventare 19. Molti incolpano l’euro per quello che sta accadendo nei Paesi della corruzione in grande stile, ma quei molti sono profondamente stupidi, scambiano gli effetti per le cause e non si rendono conto che solo l’esistenza dell’euro ha consentito di interrompere il sonno in cui i Paesi dissipatori continuavano a cullarsi: i Paesi cosiddetti virtuosi hanno suonato il campanello d’allarme ed hanno preteso che i dissipatori si mettessero in regola, sopportando i relativi sacrifici e alcune roventi umiliazioni per poi intraprendere di nuovo tutti insieme la crescita e lo sviluppo e magari passare da un’Unione di Stati confederati agli Stati Uniti d’Europa.

Su questo ultimo punto  –  che per quanto mi riguarda non faccio che invocare ed evocare  –  tornerò. Tornerò tra poco; ma prima voglio dire che Matteo Renzi sta sbagliando con l’Europa; evidentemente non ha buoni consiglieri e quanto a lui di questi problemi ne sa poco. E pensa che il metodo migliore sia quello di fare la faccia feroce. Le elezioni europee gli hanno dato un notevole successo (smaltito pochi mesi dopo dalle elezioni amministrative con un’astensione abnorme) e gli hanno evidentemente fatto adottare una tattica e una strategia che non porteranno a nulla.

Non era facendo il bullo nei confronti della Merkel che si risolveva il problema. Anzi: si alimentarono gli euroscettici e i loro partiti e movimenti che hanno soprattutto la Germania come nemico. Per cui attaccare quei movimenti ed insieme attaccare anche i fautori dell’euro è una strategia evidentemente priva di senso.

Tra l’altro chi adotta questa strategia finisce con l’indebolire la posizione di Draghi e della Bce che è allo stato dei fatti il solo vero protagonista della politica di crescita attualmente positiva con strumenti monetari da abbinare a riforme che creino posti di lavoro. Il “Jobs Act” non ha queste caratteristiche, non crea nessun posto di lavoro nuovo e semmai ne distrugge alcuni esistenti perché la libertà di licenziamento e l’abolizione dell’articolo 18 stimola ad ingaggiare lavoratori “apprendisti” e nel frattempo consente di disfarsi di una parte di quelli che fino a quel momento erano occupati nell’azienda in questione.

La vera strategia d’un Paese in difficoltà per i propri errori commessi in passato, avrebbe un solo modo per conseguire un successo: ancorarsi alla politica della Commissione Juncker con le poche aperture che ci saranno concesse per non crepare, ma pretendere, questo sì, che la Germania si metta alla testa del cambiamento dell’Europa con il finale obiettivo d’una Federazione con massicce cessioni di sovranità a cominciare dal fisco e dal debito sovrano europeo.

Questa sarebbe una politica seria e consentirebbe anche toni assai energici: se la Germania indugia o rifiuta di guidare il continente verso la costruzione d’uno Stato sovrano, assume responsabilità e impedisce il solo modo di uscire da una situazione insostenibile in un mondo dove la civiltà globale ha imposto ai continenti di diventare Stati anche laddove non lo erano e comunque di comportarsi e confrontarsi come tali. Se l’Europa non segue questa strada e se la Germania non si mette alla testa per guidarla esplicitamente noi saremo ridotti a quel che già siamo (e se ne vedono già gli effetti) cioè staterelli che non hanno alcuna voce politica né economica da far valere nel mondo.

Ma Renzi questa strada non la percorrerà mai. Intanto non ha nessuno che gliela consigli: il ministro Padoan è un bravissimo tecnico ma non è un politico e a questa strategia non ci arriva. Quanto a Napolitano quell’obiettivo dell’Europa federale l’ha sempre avuto in mente e l’ha esplicitato nell’ultimo suo discorso al Parlamento di Strasburgo. Perfino papa Francesco l’ha indicato anche lui al medesimo Parlamento. Ma in realtà da Napolitano tra i numerosi consigli che ha dato a Renzi non risulta che ci sia stato anche questo.

C’è da aggiungere che quanto al nostro presidente del Consiglio se c’è un’ipotesi sgradita è quella dello Stato federale d’Europa. Gli staterelli scomparirebbero o meglio sarebbero declassati e così pure i loro capi diventerebbero l’equivalente dei presidenti di Regione o poco più. Che il Senato diventi un’istituzione regionale gli va benissimo, ma se lui e tutti i suoi pari venissero declassati (rottamati?) no, non gli piace affatto.

Pazienza, ma peggio per noi perché così stiamo male e finiremo peggio.

***

Mi è venuto tra le mani, ma lo conoscevo da molto tempo e ne parlai ampiamente sul nostro giornale parecchi anni fa, il libro, l’unico da lui scritto, di Étienne de La Boétie. Visse a cavallo tra il 1500 e il 1600, era amico intimissimo di Montaigne che infatti ne vigilò l’agonia mentre la madre e la sorella ne aspettavano la morte nella camera accanto. Étienne aveva solo ventisette anni ma per le pagine di quel suo scritto è ancora vivente nella memoria di chi si occupa di capire la dinamica della vita pubblica e la sua storia.

Il libro di chiama “Discorso sulla servitù volontaria” e la tesi è questa: “È ben difficile credere che vi sia qualche cosa di pubblico in quel governo in cui tutto è nelle mani di uno solo o di una qualche aristocrazia, perché avere un padrone o parecchi significa essere colpiti varie volte da una tale disgrazia”.

E più oltre discutendo il rapporto tra il leader e i suoi sudditi che in teoria rappresentano il popolo sovrano: “Da dove prenderebbe i tanti occhi con i quali vi spia se non glieli forniste voi? Come farebbe ad avere tante mani per colpirvi se non le prendesse da voi? Ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Che male potrebbe farvi se voi non faceste da palo al ladrone che vi saccheggia? Voi siete in realtà i traditori di voi stessi. Ma sapete perché? Perché lui e i suoi compagni di scelleratezze vi danno il potere di esercitare gli stessi arbitri e sopraffazioni su quelli che sono più deboli di voi. Così voi vi compiacete della vostra servitù perché tanti altri sono in servitù vostra. Il livello del vostro potere è diverso ma pur sempre di potere si tratta, sicché quella in cui vivete è una servitù che volontariamente accettate e vi assumete”.

Ebbene, in tutti i Paesi questa servitù volontaria è stata ed è tuttora presente ma in Italia è stata e continua ad essere molto più presente che altrove.

Mi direte che oggi sono particolarmente pessimista. Rispondo che ne ho qualche buon motivo. Quei malanni della vita pubblica sono presenti ovunque ma da noi più che altrove. Del resto ogni Paese ha la classe dirigente che si merita: gli italiani non hanno mai amato le istituzioni e lo Stato che hanno sempre considerato ostile, inefficiente e corrotto. A torto o a ragione oggi lo considerano più che mai così.

Concluderò con alcuni versi di uno dei più grandi poeti del Novecento: W. H. Auden. Mi consolano perché dimostrano che noi italiani non siamo molto diversi dagli altri: “La politica dovrebbe adeguarsi a Libertà, Legge e Compassione/ Ma di regola essa obbedisce a Vanità, Egoismo e Tremarella./ La maggior parte degli uomini da soli a soli,/ sembrano gentili e amichevoli,/ ma l’Uomo collettivamente in genere/ si comporta da canaglia”. Auguri di Buon Natale e Capodanno.

di EUGENIO SCALFARI da repubblica.it

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travaglio_lettera_santoroPri-ma-rie-pri-ma-rie!

Ci risiamo. Venti mesi dopo la tonnara che immolò nel sangue Marini e Prodi, tutto è pronto per la nuova mattanza del Quirinale. Durerà almeno due o tre mesi. Prima bisogna attendere le dimissioni di Napolitano che lui – spiritoso – definisce “imminenti”, ma senza indicare una data: gli aruspici di Palazzo la collocano fra il 14 e il 21 gennaio, dopo la fine dell’inutile semestre Ue a guida italiana, senza però escludere il giorno 31 per non destabilizzare – si sostiene con notevole sense of humour – vieppiù l’Europa già terremotata dalle elezioni in Grecia (i nostri “osservatori” sono talmente rincoglioniti da pensare sul serio che un intero continente non riesca a prender sonno al pensiero del cambio della guardia al Quirinale).

Poi c’è il “mese bianco” con la “supplenza” dell’autoreggente Piero Grasso, per accompagnarci serenamente all’appuntamento. Infine verso metà o fine febbraio partirà la rumba degli scrutini a Camere riunite, alla ricerca di un candidato che raccolga la maggioranza. Sempreché, s’intende, l’aggettivo “imminente” usato dal sovrano non significhi “fra qualche mese”, o magari “a patto che il Parlamento voti legge elettorale e riforma costituzionale”. Nel qual caso la traduzione esatta sarebbe “fra qualche anno” e King George potrebbe serenamente completare il suo secondo settennato nel 2020. La situazione, insomma, è tragica ma non seria: roba da repubblichetta delle banane o da suk levantino, anche se nessuno osa dirlo. Un intero Paese, con tutti i suoi problemi, è appeso ai capricci di un anziano e bizzoso signore che l’anno scorso si fece rieleggere ben sapendo di non poter concludere il mandato e per giunta a condizione che i partiti facessero in pochi mesi ciò che non avevano fatto in vent’anni: infatti non han fatto nulla e lui ora vorrebbe che lo facessero in pochi giorni, per non doversene andare con una dichiarazione di totale fallimento. La pochade condiziona l’elezione del successore, che lui vorrebbe uguale a se stesso, e stravolge i criteri che il Parlamento dovrebbe seguire per scegliere la figura migliore: un uomo di legge, super partes, che recuperi la funzione costituzionale di supremo garante smarrita da nove anni.   L’altroieri la signorina Boschi farfugliava di un “accordo con Forza Italia su Italicum e Quirinale”. Bella prospettiva, che ci ripiomberebbe nell’incubo dell’aprile 2013, quando Bersani non trovò di meglio che incontrare furtivamente B. e Verdini dopo il tramonto, in un ufficetto di Montecitorio, per sottoporre loro una rosa di nomi impresentabili, da cui i due galantuomini estrassero Marini. Nella certezza che non sarebbe passato e si sarebbe dunque rieletto, previo massacro di Prodi, il loro vero candidato: Napolitano. Intanto i 5Stelle facevano la miglior cosa della loro breve avventura parlamentare: interpellavano gli iscritti, i quali indicavano personalità di grande spessore morale e di provata indipendenza come Gabanelli, Strada, Rodotà, Zagrebelsky. La rinuncia dei primi due portava alla scelta del terzo, che la base del Pd mostrava di gradire a tal punto che, incaprettato Prodi, decine di sedi venivano occupate da dirigenti locali ed elettori inneggianti a Ro-do-tà-Ro-do-tà. Se i vertici li avessero ascoltati, anziché ripiegare sulla riesumazione dell’Ancien Régime, oggi avremmo un presidente garante per sette anni, forse anche un governo di vero cambiamento e una legge elettorale decente, senza le vergogne dell’ultimo anno e mezzo. Ora, per evitare la tonnara-bis, la domanda a Renzi è molto semplice: perché la rosa dei candidati non la fa scegliere agli iscritti? Gli elenchi li ha: per escludere quelli finti, basta comunicare un indirizzo email a cui i tesserati possono iscriversi alle primarie consultive per il Quirinale. Chi risulterà in regola potrà esprimere la sua preferenza per il Colle. Alla fine i dieci nomi più votati verranno proposti alle altre forze politiche (in ordine di voti presi alle elezioni, dal M5S a FI a tutti gli altri). Cosa c’è che non va, presidente Renzi, in questo metodo? E che c’è di “democratico” in un partito che decide il capo dello Stato fra il lusco e il brusco con un pregiudicato e un plurimputato?

Da Il Fatto Quotidiano del 20/12/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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travaglio_santoroFuoco, fuochino…

“È imminente la conclusione del mio mandato…”. Ma va? È quasi un peccato che se ne vada, Re Giorgio II di Borbone: proprio sui titoli di coda, sta cominciando a diventare simpatico. Mentre il solito esercito di aruspici, indovini, esegeti, giorgiologi e aspiranti eredi al trono consulta i fondi di caffè, le viscere animali, le congiunzioni astrali, la curvatura della schiena e le virgole di ogni monito per azzeccare la data esatta dell’abdicazione, lui continua imperterrito a non farvi il minimo cenno. È imminente, ancora un po’ di pazienza, ci siamo quasi, fuoco, fuocherello, fuochino… Li sta facendo impazzire. Qualcuno ormai teme che, per pura tigna, si faccia imbalsamare e resti lì altri cinque anni. In realtà si diverte un mondo, anche alle spalle dei corazzieri più servili: siccome gliele han sempre fatte passare tutte lisce, esaltando come saggio e doveroso ogni suo abuso di potere, lui di abusi ne fa cinque o sei al giorno. Come a dire, con Totò: “Chissà questi stupidi dove vogliono arrivare!”.

Quelli, figuriamoci, arriverebbero a giustificargli una rapina in banca: infatti si producono in imbarazzanti tripli salti mortali carpiati con avvitamento per dire che è tutto normale, anzi è troppo poco, ancora ancora, dai dai. Mercoledì ha fatto nominare dal Csm, in sua assenza, il procuratore di Palermo che voleva lui contro tutte le regole del Csm stesso. E nessuno ha fatto un plissè. Così come martedì, quando il monarca, nel saluto natalizio alle alte, medie e basse cariche dello Stato, ha impartito disposizioni all’intero orbe terracqueo: nessuna delle quali era consentita dai suoi poteri costituzionali. Ricapitolando. Il premier non deve evocare le elezioni con “discussioni ipotetiche” che “creano instabilità” (e andrebbero possibilmente abolite). Le minoranze interne ai suoi partiti preferiti, Pd e Forza Italia, devono evitare ogni minimo accenno a “venti di scissione”, onde sventare “lo spettro dell’instabilità” foriero di “danni gravi” non si sa bene a chi.   Le opposizioni non si oppongano con fastidiosi emendamenti (lui li chiama “spregiudicate tattiche emendative”) alle leggi imposte dal governo e si uniscano come un sol uomo alla maggioranza per “procedere con coerenza e senza battute d’arresto sulla strada delle riforme”: non perché gli italiani ne traggano beneficio, anzi (“il 2014 non si chiude bene per l’economia”), ma perché “i nostri amici in Europa e nel mondo si attendono precisamente questo” e “non dobbiamo deluderli” (in Lituania, in Groenlandia e nell’Isola di Pasqua, per dire, non si parla d’altro). I giuristi critici sul nuovo Parlamento dei nominati stiano zitti, perché lui ne conosce un paio favorevoli (perlopiù defunti): se, per Johnny Stecchino, il problema di Palermo era il traffico, per lui il problema dell’Italia è “il bicameralismo paritario”, l’“inutile doppione” Camera-Senato che infatti resterà intatto, solo senza elezioni (nelle fabbriche che chiudono e nelle famiglie senza soldi, non si parla d’altro). I sindacati e i lavoratori, poi, devono astenersi dal protestare contro la “riforma del lavoro” che “è un risultato molto importante”. Chi l’ha detto, oltre a Squinzi? Lui che, in Parlamento dal 1953, non ha mai lavorato in vita sua.   “Discorso incisivo”, si congratula Laura Boldrini, entusiasta per il nuovo ruolo di timbro umano. Stefano Folli, su Repubblica, traduce: “Istruzioni per il successore”. Titolo azzeccatissimo: Sua Maestà vuole scegliersi l’erede al trono, che purtroppo non sa ancora chi sarà (ah i guasti dei regimi repubblicani!). Intanto gli lascia le consegne sul tavolo, come la padrona di casa alla colf. In preda all’horror vacui, ha tutta l’aria di dirci, sgomento: “Che farò senza di me?”. Tranquilli, lui sarà sempre con noi, come il Papa Emerito. Solo che, a differenza di Ratzinger, seguiterà a monitare sciarade, rebus, oracoli sibillini e consigli utili a chi, orbo di tanto Faro, restasse al buio dinanzi ai grandi dilemmi esistenziali. Limone o pistacchio? Boxer o slip? Riscaldamento autonomo o centralizzato? Bagno o doccia? Cravatta o papillon? Chiamate il numero verde del call center ProntoNapo, vi risponderà una voce amica.

Da Il Fatto Quotidiano del 19/12/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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vanity_fair_marco_travaglio2Tangentiadi 2024
SI CORREA parte i soliti gufi, l’idea di candidare la città di Mafia Capitale per le Olimpiadi del 2024 è stata accolta con il dovuto giubilo dalla stampa nazionale (quella internazionale seguirà). La manifestazione, checché se ne dica, parte sotto i migliori auspici. La macchina organizzativa è già quasi pronta e solo la proverbiale ritrosia del premier Renzi agli annunci ha fin qui impedito agl’italiani di conoscerla nei dettagli e, come dice lui, di “tornare a sognare”.   Comitato promotore. Per garantire un’edizione davvero virtuosa dei Giochi, si pensa a un presidente al di sopra di ogni sospetto. I nomi che girano sono quelli di Luca di Montezemolo (ex Italia 90, ex Fiat, ex Ferrari, ex tutto, ora presidente della nuova Alitalia), di Corrado Passera (leader del partito “Corrado Passera”, dal nome dell’unico elettore) e di Franco Frattini (che già organizzava gare sportive invece di fare il ministro degli Esteri). Ma all’ultimo potrebbe spuntare, a sorpresa, il classico outsider: Luciano Moggi. Ha le conoscenze giuste e a gennaio, se tutto va bene, dovrebbe uscire come nuovo dal processo di Calciopoli con la prescrizione in Cassazione, dopo le condanne in primo grado e in appello per associazione per delinquere e frode sportiva. Insomma è libero, con tanta voglia di ben figurare. Calcio.

Gli stadi italiani risalgono ai Mondiali di Italia 90, costati la modica cifra di 620 milioni di euro (con una lievitazione di appena l’84% rispetto ai preventivi, più i mutui ancora da pagare: 60 milioni di euro all’anno), e sono ormai obsoleti. Bisognerà rifarli ex novo, ma gli imprenditori italiani – i nuovi “eroi del nostro tempo” secondo il premier – non sono certo tipi da arrendersi dinanzi a questa sfida che rilancerà la crescita e l’occupazione per un nuovo boom economico. Per le aree, si pensa agli attuali campi rom della coop 29Giugno, ribattezzata per l’occasione 29Giugno-29Luglio2024. Salvatore Buzzi ci sta già lavorando a Rebibbia. In un’intercettazione di stamane, confida al compagno di cella: “Cumpà, tu c’hai idea quanto ce guadagno sulle Olimpiadi? Er traffico de droga e i zingari rendono de meno”. Nuoto. La Capitale può già disporre di impianti avveniristici: le piscine avviate per i Mondiali di Nuoto 2009, costate appena 200 milioni, ma opportunamente non completate cinque anni fa, anche per via di qualche errore di calcolo sulle misure che le rendeva inadatte anche per fare il bagnetto ai bebè. Grazie alla preveggenza dei dirigenti del Coni, saranno quasi certamente pronte con qualche ritocco per il 2024, nuove di zecca, evitando così ulteriori spese di ristrutturazione e manutenzione. Nel caso in cui non si facesse in tempo, tornerebbero comunque utili per Roma 2040.   Boxe, lotta e tiro al piattello. Un tempo appannaggio dei campioni italiani, le tre virili discipline mancano da anni nel Palmarès tricolore. Ma i Nar e la Banda della Magliana dispongono ancora di ottimi picchiatori e tiratori scelti e sono pronti a metterli a disposizione in cambio di modesti sconti di pena. Calcoli attendibili assicurano che lo stesso Massimo Carminati, per il 2024, dovrebbe essere prescritto o comunque già fuori. Pronto a scendere in campo con tutta la sua esperienza. Nuove discipline. Al posto del curling, che non ha incontrato i favori del pubblico, è allo studio in via sperimentale l’introduzione di un nuovo sport olimpico che potrebbe regalare all’Italia grandi soddisfazioni sul podio: il “fracturing bones” (letteralmente: spezzare ossa a piacere). Anche per non disperdere il talento di un potenziale campione come Matteo Calvio, detto Spezzapollici, che intanto si allena a nell’ora d’aria di Rebibbia con le guardie.   MosExpo2024. Come giustamente rivendicato dagli amministratori locali, le gare olimpiche verranno spalmate sul territorio delle Cento Città. La pallanuoto toccherà a Genova, e sarà “open”, senza bisogno di piscine: il governatore Burlando garantisce esondazioni del Bisagno anche in piena estate.

Milano si aggiudicherà il basket, con palasport nuovi di zecca a cura della Federmazzette di Greganti, Frigerio & Grillo (quello buono, Luigi), già collaudata in precedenti manifestazioni. Torino e Venezia sono in corsa per il calcio. Torino ha più stadi che spettatori, quindi è perfetta. Venezia invece avrà un nuovo stadio galleggiante e semovente, un capolavoro avveniristico di architettura e ingegneria affidato a Calatrava che sorgerà sulle paratie del Mose (tanto, assicurano i neocommissari Galan e Or-soni, “col cemento ci siamo tenuti abbondanti”). Alla peggio, tornerà utile per il nuoto acrobatico.   Catering e diritti tv. Nell’àmbito del rinnovato Patto del Nazareno, il catering della kermesse – come del resto quello di Expo – sarà appaltato a Eataly di Oscar Farinetti, amico del premier Renzi, mentre i diritti televisivi saranno assegnati di diritto a Mediaset Premium. Naturalmente senza gara, come recita il nuovo motto della manifestazione, che rottama quel vecchio gufo di De Coubertin nella migliore tradizione del made in Italy: “L’importante è non partecipare, ma vincere lo stesso”.   Nuovi posti di lavoro. Più che per i cantieri, perlopiù affidati a extracomunitari in nero, migliaia di assunzioni si renderanno necessarie per rimpolpare gli organici della magistratura, della polizia giudiziaria e soprattutto penitenziaria.

Da Il Fatto Quotidiano del 17/12/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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